di Amalia Mancini

Solo uno scrittore di grande talento come S. Zweig poteva rappresentare con i colori giusti, in modo puntuale e preciso, il quadro della condizione della donna borghese d’inizio novecento. In realtà Irene ci è proprio antipatica.
La protagonista del romanzo breve di S. Zweig rappresenta il prototipo di una donna fatua, superficiale, educata alla cura di sé, senza grandi passioni, né per i figli, né per il marito né tanto meno per il suo amante, tutto ciò accade all’inizio del secolo scorso, in tempi non sospetti, in cui già iniziavano ad emergere personaggi femminili di un certo spessore, basti pensare alla Montessori.
Eppure Irene è anche lei vittima inconsapevole dei suoi tempi, dolcemente adagiata nel ruolo che le hanno attribuito. Sicuramente senza grande fantasia, in balia del maschio che l’ha forgiata a proprio uso e consumo.
Irene non ha infatti neanche licenza di peccare, sbagliare che su di lei si scaglia portentoso e angosciante il castigo, il senso di colpa che diventa sempre più ossessivo e ossessionante. Quella che doveva essere una passioncella, un diversivo alla sua vita noiosa e inutile, diventa un incubo da cui non sa proprio come uscire, se non con mezzi estremi. Umiliata dalla vita alla quale non sa dare le risposte giuste perché non ha mai imparato a fare niente da sola, a prendere decisioni, ad amare con consapevolezza e trasporto e non solo per dovere ed educazione, Irene capirà solo tardi e in parte, quali sono i veri valori della vita.
La sua pace sarà, anche quella, raggiunta grazie all’intervento mirato del marito. E’ lui che veglia e provvede, come un gran burattinaio, sulla sua famiglia e sulla moglie, grazioso e fragile gingillo che va manipolato con la cura e l’attenzione necessaria perché non infrangibile!

di Antonella De Maio

Progressione ansiogena e appassionante del senso di colpa di una donna frivola e viziata che si vede all’improvviso ricattata da una donna grossolana e volgare che minaccia di rivelare al marito la sua tresca con un amante. Si potrebbe riassumere così la trama di questa storia se non fosse per il finale: in realtà la ricattatrice è stata pagata dal marito della donna (avvocato penalista di professione), per spaventarla e farla tornare in seno alla famiglia. L’uomo sfrutta tutta la sua esperienza professionale per intraprendere un crudele gioco, come il gatto con il topo e decidere con lucida determinazione quando rivelare alla moglie la verità, cioè quando questa sta quasi per suicidarsi. Un’agghiacciante storia di violenza psicologica che non viene giustificata in nessun modo dalla colpa della moglie: l’uomo decide di essere l’educatore di sua moglie così come lo è di sua figlia, deve insegnare loro, in quanto uomo, il valore della paura e della vergogna. La concezione della donna è profondamente maschilista. Scritto/tradotto benissimo.