a cura di Angela Mengano

venerdì 8 febbraio
Il nostro viaggio invernale, che coincide stavolta con la fine del Carnevale (che in questi giorni ci verrà ricordato solo da qualche coriandolo sparso sul nostro cammino) nasce “nel segno del Giglio”, che la dinastia dei Farnese ha impresso al territorio del Viterbese lasciando forte memoria di sé.
Come al solito, doppia partenza da Largo Sorrentino e Due Giugno, con il bus della Petruzzelli, autista Piero; siamo 37. Miracolosamente in anticipo, arriviamo nella ciociara Castro dei Volsci, luogo natale di Nino Manfredi. La nostra guida per la visita all’area archeologica di Madonna del Piano (villa romana del I sec. a.C., mosaici pavimentali a motivi geometrici e floreali, resti di villa di età imperiale e necropoli del VI-VII sec. d.C.) e al Museo archeologico annesso é Lucia Rossi.

Archeologa e antropologa, ha preso parte attiva alla campagna di scavi e riesce facilmente a trasmetterci non solo la passione che informa il suo lavoro, ma anche la desolazione di chi vede il degrado che avanza per lo scarseggiare dei fondi necessari a proseguire l’opera di recupero. Colpiscono, nel museo, i bellissimi marmi policromi di età romana; l’Attis danzante (precursore degli odierni pizzica-dancers?) La guida fa un collegamento tra l’oistros greco e il tarantismo pugliese); il sarcofago all’ingresso con il putto che mangia l’uva, allusione a Dioniso che simboleggia l’ebbrezza come il trapasso verso un mondo “altro”, e che è dedicato al piccolo Artemisio morto nel III sec. d.C., come si legge nell’epigrafe che ne fa parte.
Segue la pausa presso “Il Ruspante” per il “panino ciociaro”, vale a dire ottimi salumi e saporiti assaggi di legumi. Il viaggio riprende: il tempo scorre veloce con la proiezione di “Pane e cioccolata”, patetica storia di un cameriere (Nino Manfredi) emigrato in Svizzera per guadagnarsi il pane. Arrivo a Viterbo, che attraversiamo costeggiando le poderose mura (e ogni volta che lo faremo, qualcuno di noi se ne chiederà – quasi un mantra – origine e periodo di costruzione!). Di qui raggiungiamo velocemente il Balletti Park Hotel di San Martino al Cimino, sulle colline che cingono la città; ci sistemiamo nelle camere e, prima di cena, chi di noi ne ha voglia si lancia alla scoperta del paese e del suo centro storico, piccolo, a forma di piazza Navona. A cena due primi con risotto di zucca e pasta, carne, dessert. E per concludere la serata, un po’ di conversazione nella hall.

Sabato 9
Con la nostra guida (Paola Cimetta; originaria di Conegliano, vive da tempo a Viterbo, o meglio a Caprarola) percorriamo la Cassia Cimina, diretti a Caprarola. Lei introduce il discorso sulla Tuscia selvosa, covo di briganti, evocata anche da Dante. Fa molto freddo: attraversiamo lunghe distese bianche di neve, scorgendo in lontananza il Lago di Vico. Giunti a Caprarola, dai vari punti panoramici sulla nostra passeggiata di avvicinamento a palazzo Farnese si può scorgere il monte Soratte: nel suo profilo, ci dice Paola, qualcuno si è divertito a scoprire il profilo di Mussolini addormentato. La spianata davanti al palazzo Farnese è inondata di sole. Stupefacente l’edificio, se si pensa che a crearlo si unirono la volontà di potenza dei due Alessandro Farnese (nonno e nipote, il primo papa, l’altro cardinale) e il meglio della progettualità architettonica espressa in quel secolo dal Sangallo e dal Vignola, con tutto il corteggio di straordinari pittori, decoratori e scultori dell’epoca. La sua forma pentagonale, dal Vignola prolungata nella linea continua che taglia in due il centro storico di Caprarola, con “effetto –trionfo”, é riconoscibile solo dall’alto, come ci mostrano le riprese aeree esposte nell’atrio.

Risalita la straordinaria scala elicoidale, siamo ora al piano nobile, che si snoda in un susseguirsi di sale, una più bella dell’altra, da quella della solitudine (o dei filosofi) a quella degli angeli (e dei giochi acustici) sino alla sala del Mappamondo con la raffigurazione della volta celeste. Paola ci racconta le reazioni dei bambini che visitano il palazzo: … “un tuffo al cuore”… ”atomico!”… Concludiamo con un’occhiata agli ambienti del pian terreno (cucine etc.) dove é anche la mostra multimediale sulla storia della famiglia Farnese. Peccato non aver potuto visitare il parco con i giardini all’italiana, impraticabili a causa della neve abbondantemente caduta: ma ci rifaremo oggi pomeriggio con villa Lante a Bagnaia. Dopo i saporiti assaggi della “Merenda Giulia la Bella” (dal nome della mitica Giulia Farnese amante del papa Alessandro VI Borgia) annaffiati dalla Cannaiola, il vinello di queste parti, si prosegue nel pomeriggio con la visita di Villa Lante a Bagnaia, splendido esempio di giardino all’italiana (piante sempreverdi – acqua – pietra).

Fu il cardinal Giovanni Francesco Gambara (nipote di San Carlo Borromeo) a commissionarne la costruzione; il progetto venne affidato al grande Jacopo Barozzi detto il Vignola, in contemporanea coinvolto nel palazzo Farnese a Caprarola.
Ultima sosta della giornata é al Santuario della Madonna della Quercia: la facciata con le bellissime terrecotte di Andrea dalla Robbia; l’altare in marmo che custodisce la tegola su cui era dipinta la venerata immagine della Madonna, opera di Andrea Bregno, allievo di Michelangelo; il soffitto cinquecentesco a cassettoni eseguito su disegno di Antonio da Sangallo il Giovane, finemente decorato e rivestito di oro zecchino, con la Madonna della Quercia, lo stemma di Paolo III e il Leone di Viterbo; il chiostro detto – senza fondamento- del Bramante.
Si rientra in hotel per la cena; e dopo, serata musicale offerta dalla direzione dell’albergo: musicista dotato e sensibile, Massimo, di Ronciglione, ci affascina con la sua versatilità nel proporre canzoni e ritmi, da noi richiesti, fino alla travolgente conclusione con Libertà di Giorgio Gaber, intonata da noi insieme a lui.

Domenica 10
Ancora una giornata dedicata alla scoperta delle terre che hanno conosciuto il dominio dei Farnese. Ci dirigiamo verso il lago di Bolsena (il lago vulcanico più grande d’Europa), incontrando lungo la via Cassia i resti delle antiche terme romane, le “Terme dei Papi”; più oltre, in lontananza, Montefiascone in cima a un colle.

Dopo la sosta caffè a Capodimonte, sul lago di Bolsena, dominato dalla rocca Farnese, riprendiamo la strada verso Gradoli, dove visitiamo il museo del costume farnesiano, ospitato nel bellissimo palazzo che fu abitato da Paolo III Farnese e in seguito, dopo essere passato di mano in mano attraverso i secoli, infine affidato – nel 1922 – al comune di Gradoli. La visita ha inizio dalla straordinaria Sala del Loggione, in antico aperta da un lato; la parete fondamentale è invece affrescata con paesaggi “reali”[ Diana nuda, che i frati filippini, appena insediatisi nell’edificio, si affrettarono a “rivestire” pudicamente]. Paola ci illustra i costumi, maschili e femminili, delle varie epoche: davanti alla descrizione delle vesti fatte di strati sovrapposti, Sandro fa notare che ora si può ben comprendere il significato dell’espressione “un altro paio di maniche”!! Scendiamo ora nella bellissima sala consiliare – oggi utilizzata dall’amministrazione comunale e quindi ingombra di pratiche – dove possiamo ammirare affreschi monocromi e decorazioni a grottesche: da notare l’unicorno che esce dal fiore! Proseguiamo il nostro percorso e, giunti a Bolsena, ci fermiamo per una veloce pausa pranzo, senza rinunziare a fare due passi sul lungolago rischiarato da un pallido sole. Si va poi al “paese che muore”, Civita di Bagnoregio, nata su un blocco di tufo che lentamente si va sgretolando.

“Ed è rimasta un attimo così, lieta e pensosa, contro quello sfondo balenante di scrimi bianchi e di abissi paurosi, come se la bellezza di un viso di donna che scende nel cuore di un uomo sia veramente una delle cose più dure a morire in questa breve, fuggevole vita”: sono le parole che Bonaventura Tecchi ha dedicato al suo paese natale, incise su un piccolo monumento raffigurante un’immagine femminile rivolta verso il paese. Affascinante città, qui il mondo del cinema ha ambientato diverse pellicole, a cominciare da Federico Fellini con La strada. Passando attraverso la porta etrusca, ornata da due leoni che reggono in bocca una testa umana (solo uno ben visibile, l’altro corroso) raggiungiamo la piazzetta principale con il Duomo di San Donato; il paese è piccolo e si attraversa in un amen; nei pressi, la casa natale di san Bonaventura da Bagnoregio; all’altro capo, il belvedere dal quale si domina la valle del Tevere, solcata dai calanchi, illuminata dalle ultime luci del tramonto. Prima di ripartire, Luigi meditabondo riflette…. sogno e realtà…. ma le suggestioni sono tante, e stasera non mancheremo di scambiarci, dopo cena, le nostre impressioni sulla visita a Civita di Bagnoregio.

Lunedì 11
Come preannunciato, stamattina nevica; la nostra guida, Paola, che abita a Caprarola, ci avvisa di essere impossibilitata a raggiungerci per l’impercorribilità delle strade; si adopera comunque per venirci incontro contattando una sua collega che nel pomeriggio sarà ad attenderci a Viterbo. Buona parte del gruppo decide di affrontare le intemperie e… il rischio di scivolate percorrendo la breve ma erta salita che conduce all’abbazia cistercense di San Martino.

Alla porta ci accoglie il parroco don Bonaventura che, con piglio vivace, ci racconta la storia del Cenobio benedettino fondato nell’838 e donato all’abate di Farfa, poi nel 12° secolo affidato dal papa cistercense Eugenio III ai monaci del suo ordine (francesi); non manca poi di raccontarci la figura forte quanto controversa di donna Olimpia Pamphili Maidalchini qui sepolta, vedova del marchese Pamphilio Pamphili e cognata (o forse favorita?) di papa Innocenzo X, il quale le donò il feudo di San Martino, da lei fatto rifiorire e rimodellato con il contributo di importanti architetti (primo tra tutti il Borromini). Ammiriamo il luminoso interno semplice e austero, nello stile gotico cistercense “che contestava quello delle grandi cattedrali gotiche”, frammisto a elementi di romanico; e l’annesso piccolo museo, dove è conservato lo stendardo di Mattia Preti con La carità di San Martino (sul recto) e il Salvator Mundi (sul verso). Rientrati in albergo, e compattato il gruppo, partiamo per Viterbo, dove già la neve si è tramutata in pioggia. Irrompe con una telefonata ricevuta da uno di noi la notizia che Benedetto XVI si è dimesso. Proprio oggi che siamo nella Città dei Papi! E’ un evento clamoroso, di portata storica, su cui avremo molto da discutere stasera! Alle porte di Viterbo ci aspetta Loretta e con lei, entrati per Porta Romana, dopo una veloce sosta in un caffè della piazza del Plebiscito, iniziamo il giro dal Palazzo dei Papi [Viterbo fu sede papale e vi si tennero ben cinque conclavi, da qui anzi prende origine il termine attuale, dai prelati chiusi a chiave, “cum clave”].

Nel suggestivo quartiere medievale di San Pellegrino notiamo gli altri elementi che danno il carattere agli edifici, il “profferlo” (scala sormontata da una loggia); visitiamo il Duomo, affacciato sulla bella piazza di San Lorenzo. La passeggiata procede tra pioggia e vento; in piazza della Morte qualcuno di noi si domanda – costringendo Loretta a fermarsi (via “francigena”? quale l’origine di questa espressione?) ma il gruppo protesta, chiedendo di rimandare la questione a momenti di più confortevole tepore!!! Il gruppo si disperde; qualcuno riesce a raggiungere la chiesa di Santa Rosa, patrona, che la città festeggia ogni anno il 3 settembre, portando in processione una particolare “macchina”, che lo scrittore Orio Vergani chiamò “campanile che cammina”. Finita la visita, si decide di non andare a Vitorchiano, borgo medievale sorto sopra un antichissimo insediamento etrusco-romano: purtroppo le intemperie lo sconsigliano.
Rientriamo in hotel per la cena, seguita dal consueto raduno nella hall, che stasera ha per tema principale una riflessione sulle vicende del papato.

Martedì 12
Lungo la via del ritorno l’ultima sorpresa, Sutri con l’anfiteatro romano, scavato nel tufo, la necropoli etrusca e – dulcis in fundo – la Cappella della Madonna del Parto, con bellissimi affreschi del 13° secolo, prima tomba etrusca, poi mitreo, infine cappella cristiana. In pullman, poi, Adriana Pepe, commentando il luogo, ricorda che Nino Lavermicocca sostiene da sempre che tracce del culto mitraico restano anche a Bari.

Il viaggio dall’Alto Lazio a Bari prosegue tra le montagne abruzzesi, piene di neve; vinta la scommessa con le intemperie, possiamo goderci il nostro“pranzo pastorale” una piacevole sosta gastronomica ad Anversa degli Abruzzi, nella calda ed accogliente atmosfera del ristorante “La Fiaccola” (qui D’Annunzio ambientò il suo dramma “La fiaccola sotto il moggio”).