Nei luoghi della Grande Guerra – la Transumanza della Pace

a cura di Angela Mengano e Imma Silletti

7-12 marzo 2015
Partiamo in 18 stavolta (con un pulmino da 30 posti, autista Piero). Durante il lungo viaggio in autostrada, spezzato soltanto da un paio di pause “tecniche”, Lucia ci aiuta a entrare nello spirito del viaggio condividendo con noi letture e riflessioni (tra l’altro le lettere scritte alla madre da un mio zio, fratello di mio padre, caduto sul Montello proprio negli ultimi giorni della Grande Guerra.)
Il gruppo è così formato:
Lucia, Gigi, Luisa V., Laura Q., Margherita, io, Elisa, Imma, Renata P. (con cui dividerò la stanza), Mariella e Vittorio P., Giovanna V., Carla F., Milena C., Adriana L., Marta A., Mariolina P. e Rachele T.
Prima tappa a Nonantola, che a causa del terremoto avevamo dovuto cancellare dall’itinerario del nostro viaggio verso le fabbriche Zegna e Olivetti nel maggio del 2012.

L_Grande_Guerra_marzo_2015_001In questo territorio che con grande coraggio e rinnovata energia si è rimboccate le maniche nella ricostruzione oggi abbiamo potuto ammirare, accompagnati dalla nostra guida, Maria Cristina Filippini (la stessa che fu con noi a Vignola tre anni fa) la splendida abbazia benedettina e il museo diocesano di arte sacra. Scopriamo così che Nonantola è stata colonia romana; che questa è una delle zone d’Italia in cui ha fatto la sua prima comparsa l’istituzione del notariato. Ci soffermiamo a lungo intorno al portale detto di Viligelmo – anche se di certo più mani vi hanno lavorato- raffigurante le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento (la cosiddetta “Bibbia dei poveri”) oltre alle figure eminenti della storia locale (il re longobardo Astolfo che dona il territorio di Nonantola al monaco benedettino Anselmo, suo cognato). Di grande suggestione la cripta (bei capitelli, quelli longobardo-nonantolani i più antichi). Poi, dopo aver dato uno sguardo all’abside esterna, entriamo nel museo diocesano, che custodisce pergamene di Carlo Magno, Matilde di Canossa, Federico Barbarossa (e altri) e annovera tra i pezzi più importanti gli sciamiti, tessuti antichi di origine orientale (IX-X secolo). Poco lontano, la Torre dei Bolognesi (1307) ospita il museo storico dall’età del bronzo ai giorni nostri; e qui è allestita la mostra permanente sui ragazzi ebrei che si salvarono dai nazisti grazie all’accoglienza della popolazione di Nonantola.
Piacevole conclusione della giornata a Solara di Bomporto, nella Lanterna di Diogene – scovato da Lucia – luogo delizioso e accogliente sull’argine del Panaro, gestito da una cooperativa sociale, dove abbiamo apprezzato piatti semplici e gustosi, fatti con grande cura nella scelta delle materie prime tutte doc.

Domenica 8 marzo
Lasciato il nostro Albergo di Sorbara, il “RossoFrizzante”, moderno e piacevole e pieno di colore, dove siamo stati proprio bene, riprendiamo il viaggio verso Rovereto: e qui sistemazione nell’hotel omonimo, pausa pranzo, poi inizia subito il nostro giro alla scoperta della città, insieme agli amici trentini di Lucia e alla guida, Maria Andreolli, ex docente di lingua e letteratura tedesca. Punti d’interesse: il vecchio ponte sul torrente Leno, la “casa dei turchi” tutta in legno intagliato, il castello-fortezza, sede del più ricco museo della Guerra in Italia; il mortaio; il “ponte dei sospiri” e – dulcis in fundo – Casa Depero e le sue meraviglie.

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Prima di lasciare il quartiere medievale, uno sguardo alla chiesa di S. Marco, la principale di Rovereto, con il suo bell’interno barocco; edificata quando la città era sotto il dominio della repubblica veneziana e non a caso dedicata al suo santo protettore. Va anche ricordato che qui nel 1769 un Mozart ancora adolescente (13 anni!) tenne il suo primo concerto italiano.
Torniamo in albergo per la cena, un po’ di conversazione con gli amici di Lucia, Alessandra e Giuseppe, ma siamo tutti abbastanza stanchi e non facciamo le ore piccole…

Lunedì 9
Entriamo oggi nel vivo del nostro andare con l’escursione sui luoghi della Grande Guerra, come un pellegrinaggio della memoria, guidati da Michele Zandonati, bravissimo nel portarci a ripercorrere lentamente la via delle trincee, e a sorreggere in salita chi fa più fatica degli altri, insieme a Beppe e Sandro, gli amici trentini che anche oggi hanno voluto stare con noi, presenze discrete e preziose nei momenti più difficili per qualcuno di noi. Il sito è il Nagià Grom in Val di Gresta. Tra una sosta e l’altra Michele ricorda le vicende di cento anni fa, introduce il contesto storico, ci dà anche qualche cenno di strategia militare. Ogni tanto facciamo una pausa, anche per riprendere fiato, scambiandoci pensieri. Sintetizza Sandro: ma come si fa a far la guerra? E in tanta desolante memoria di guerra la consolazione di una natura incontaminata; primule disseminate qua e là sugli argini lungo tutto il sentiero annunziano la primavera.
Quando saremo arrivati nel punto più alto, laddove un ampio panorama si distende sotto i nostri occhi, scopriremo mappe alla mano di non essere saliti che di poche centinaia di metri.

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A Ronzo Chienis ci accoglie Le Piazze, centro sportivo con ristorante, gestito da una simpatica signora tedesca, un posto davvero molto gradevole e ruspante.
Abbiamo ancora un po’ di tempo prima di tornare a Rovereto, e decidiamo di impiegarlo facendo una piccola sosta a Riva del Garda, con passeggiata sul lungolago.
Stasera in albergo, prima di cena, l’incontro con Michele Nardelli, rappresentante del Forum per la Pace di Trento, uno dei fondatori dell’Osservatorio sui Balcani, che ha speso il suo impegno politico e civile nella cooperazione internazionale. Ci parla del progetto “Transumanza della pace”, nato dalla collaborazione Roberta Biagiarelli / Gianni Rigoni Stern (le vacche portate dal Trentino a Srebrenica) suscitando in noi tante domande e tante riflessioni.

Martedì 10
Raggiungiamo a piedi il MART, soffermandoci nella bella piazza Rosmini, inondata di sole, davanti al palazzo Del Ben, rinascimentale, in passato sede dell’Accademia degli Agiati, oggi di una banca. Proseguiamo in Corso Bettini, incorniciato da bei palazzi: la casa che ospitò Mozart e Goethe; il Teatro Zandonai; l’edificio storico che una volta ospitava il liceo classico (dove ha insegnato la nostra Lucia), ora sede dell’università trentina. Entriamo nel MART, per vedere la mostra “ La guerra che verrà/non è la prima”: sono parole di Bertolt Brecht e ricordano che “la povera gente” faceva la fame, alla fine della guerra, tra i “vinti”, ma anche tra i “vincitori”. Nella prima sala, colpo d’occhio di forte impatto: è Flanders Fields (Cavalli morti) di Berlinde de Bruyeckere e arriva da Anversa. Poi ancora Depero; Fabio Mauri; Paolo Ventura (“Un reggimento che va sottoterra”), Pascal Convert (“La pietà del Kosovo”) e tantissimi altri. Molto emozionante.

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Si prosegue nel pomeriggio tra il Sacrario militare di Casteldante e la Campana dei Caduti, simbolo di pace: un video ci rimanda i suoi rintocchi, che ogni sera risuonano nell’aria, ma non la sentiremo quando suonerà stasera alle 20.30 perché a quell’ora siamo a cena in albergo.
Intermezzo godereccio con la degustazione che ci viene offerta nell’Enocioccoteca Exquisita, un vero paese di Bengodi per gli amanti del cioccolato!
In albergo, prima di cena, l’incontro con l’artista Susanna Briata (che è anche la moglie dell’hotel director), che ci parla della sua passione per la pittura e per i colori, influenzata peraltro anche dal lungo tempo trascorso in Somalia. Avevamo già notato e ammirato le sue opere sparse nei vari ambienti dell’albergo; lei ci mostra anche, nel salottino, un quadro di Gillo Dorfles, da lei acquistato un bel po’ di tempo fa.

Mercoledì 11
Lasciata Rovereto per Rovigo, dove pernotteremo, dedichiamo la prima parte della giornata al MUSE di Trento. Sonia Chiesa è la nostra guida. Creazione avveniristica di Renzo Piano, è nato insieme al quartiere residenziale delle Albere, (sembra, costosissimo) che prende il nome dall’omonimo palazzo storico, adiacente alla costruzione. Che dire? Un museo a misura di bambino, ma certo un’esperienza entusiasmante per ogni età. Non avevo visto mai niente di simile in Italia; mi ricorda, piuttosto, qualcosa del genere, vista in Canada, a Toronto, un po’ di anni fa! Animali “tassodermizzati”; tunnel “immersivo”; spazio babult (bambino+adulto) etc.etc. ma è impossibile descriverlo, bisogna andarci!

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Prendiamo qualcosa nella caffetteria poi lasciamo il MUSE per Rovigo: sosta pensata da Lucia per spezzare il viaggio approfittando per vedere una mostra, particolare e raffinata, a Palazzo Roverella, “Il demone della modernità/ Pittori visionari all’alba del secolo breve”, in parte anche un po’ collegata al tema della Grande Guerra. Tra le sezioni della mostra: Sotto il segno di Lucifero/Luoghi dell’illuminazione e Ziggurat dell’anima/Angeli e demoni Sogni incubi e visioni/ Il trionfo delle tenebre verso l’olocausto mondiale; e tra le altre, opere di Marc Chagall, Mikaloius Ciurlionis, Carl Diefenbach, Max Klinger, Odilon Redon …
Siamo stati proprio a nostro agio nell’hotel Villa Regina Margherita, gestito dal simpatico signor Tristano (nome wagnerianamente altisonante!) [ notata nella reception una foto di Tonino Guerra con dedica appesa al muro ] e anche l’annesso ristorante Le Betulle ci sorprende con effetti speciali e con proposte molto gradevoli dagli antipasti al dessert.

E qui finisce il mio diario di viaggio: giovedì 12 marzo ho salutato gli amici e le amiche dell’Adirt e ho preso un’altra strada. Il seguito del diario di viaggio è affidato a Imma Silletti.

Giovedì 12 marzo

Partiamo senza Angela e Mariolina verso le 9 alla volta di Bellaria. Durante il tragitto Lucia ci legge qualcosa su Panzini specie del suo amore per la bicicletta. Alle 11,30 malgrado alcuni disguidi “in itinere” raggiungiamo la Casa Rossa di Alfredo Panzini, dove ci attende Tatiana Ricci che ha aperto la casa apposta per noi in quanto questa, aperta al pubblico dal 2007 come museo e parco culturale, funziona solo in estate e di sera da giugno a settembre come contenitore di eventi o mostre.

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La casa è appunto dipinta di rosso a due piani con interrato, costruita su una duna con un fossato che la divideva dal podere del contadino e dalla dependance detta il pensatoio, un tempo dominava sul mare e la campagna. Fu costruita nel 1906 come casa di villeggiatura per la famiglia da Alfredo Panzini non solo per l’estate e presto diventò un importante luogo d’incontro di letterati e artisti e laboratorio artistico dello scrittore e della moglie Clelia Gabrielli, pittrice. Sui muri esterni sono incastonate delle piastrelle di maiolica gialla con i titoli delle opere di Panzini e alcuni motti. Nell’interno le pareti e i soffitti sono decorati con affreschi liberty e déco, Nella sala d’ingresso sulle quattro pareti si trova il motto “ STRACCI”: la sala delle Vele (teli) con immagini di Panzini e alle pareti ritratti di famiglia realizzati dalla moglie. Nel soggiorno sono esposti i manoscritti e la famosa bicicletta a lui cara che pare non sia l’originale. Al primo piano la camera della moglie e quella dello scrittore con pochi mobili recuperati e dove sono esposti suoi manoscritti e lo stanzino da bagno riproposto in modo originale. Nel seminterrato che prima ospitava le cucine, ora sempre spazio museale per audio video, una proiezione sulla parete di Panzini con altri personaggi noti della sua epoca. L’allestimento museale curato da Claudio Ballestracci è stato concepito tenendo presente che la fruizione degli spazi è soprattutto notturna e ci piacciono molto le lampade ricavate da varie strutture di ferro. Dopo un breve giro per il parco con vegetazione mediterranea che circonda la casa si conclude la nostra visita. Ormai è l’ora di pranzo e ci rechiamo tutti al ristorante.

La galleria fotografica del viaggio