Diario di viaggio

Taranto – Sibari, 27 e 28 febbraio 2016

 “Pensando a Nino Lavermicocca . Quando Taranto era Taras e Sibari Σύβαρις”

La nostra escursione di due giorni nella Magna Grecia, nell’ultimo weekend di febbraio.

 

a cura di Angela Mengano e Isa Bergamini

Sabato 27 febbraio

Nel Chiostro medievale del convento di San Domenico Maggiore, nel cuore della città vecchia,

chiostro

ci attende, a Taranto, l’archeologa Gemma Russo per la visita alla mostra “Sulla strada 6500 anni fa. Ritratto di una società della Preistoria”. Curata dalle archeologhe Francesca Radina e Armanda Zingariello, la mostra propone una ricca documentazione degli scavi condotti sulla necropoli neolitica di Galliano venuta alla luce nel territorio di Palagiano durante i lavori dell’ANAS per l’ammodernamento della statale 106.

Insieme ai reperti recuperati dalla necropoli di Galliano sono esposti altri oggetti provenienti da uno scavo clandestino di una tomba del neolitico a Laterza, coeva a Galliano, e restituiti da un museo tedesco, che li esponeva; tra questi, ci colpisce uno splendido esemplare di ascia in giadeite verde, del tipo “a goccia d’acqua”.

ascia

La ricchezza del materiale rinvenuto attesta l’importanza del porto di Taranto che –ambiente lagunare di mare chiuso 6500 anni fa come oggi– con la sua conformazione già orientava le popolazioni del Neolitico alla coltivazione dei molluschi. Usciamo dalla vecchia Taranto e, costeggiando il lungomare, raggiungiamo il MARTA, dove ci accoglie la direttrice Eva Degl’Innocenti, appena nominata dal ministro Franceschini nella selezione internazionale per i direttori dei 20 principali musei italiani, espressione di una nuova visione dei musei, non più semplice raccolta di oggetti ma apertura a 360 gradi al mondo esterno, alle nuove generazioni, con tante belle iniziative, laboratori, incontri, concerti e un incessante lavoro di svecchiamento che porterà entro pochi mesi –così preannunzia la dottoressa Degl’Innocenti– alla riapertura di nuovi spazi nei piani superiori. Sarebbe lungo elencare tutte le meraviglie che questo museo può vantare; mi limito a ricordare qualcosa che mi ha particolarmente impressionato:  un grande vaso appulo a mascheroni;

vaso

un bassorilievo, forse di età ellenistica, con un cavaliere che ricorda  certe raffigurazioni  di Alessandro Magno a cavallo;

bassorilievo

e, tra gli ori, orecchini bellissimi e ancora attraenti oggi:  orecchino d’oro con pendente contenente tessuti profumati, che nel movimento  sprigionava soavi  effluvi;   orecchino a navicella, nel tipico stile tarantino;  orecchino a scudo con  pendente conico di matrice etrusca;

orecchini

l’elegantissimo, raffinato schiaccianoci in bronzo e oro; una testa di Augusto capite velato, scelta dall’Unesco come monumento testimone di una cultura di pace; gli splendidi mosaici di età romana. In una sezione dedicata ai soprintendenti che si sono succeduti al vertice del Museo, ritrovo il nome di Quintino Quagliati, colui che nel 1930 appose il vincolo al Castello Normanno Svevo di Bari, rimasto sepolto tra le carte degli uffici del Comune, e tanto evocato oggi nel momento in cui si lotta per dare alla città di Bari un parco pubblico intorno al Castello.

Dopo il raffinato aperitivo servito in una sala attigua al Chiostro, lasciamo il MARTA proseguendo il nostro viaggio verso la Calabria.

Raggiunta Corigliano Calabro, ci inerpichiamo, chi a piedi, chi con le navette messe a nostra disposizione, fino all’imponente Castello Ducale, uno dei castelli meglio conservati dell’Italia meridionale; il primo nucleo venne eretto nell’XI secolo dal normanno Roberto il Guiscardo e destinato prima a fortezza militare, poi a residenza signorile fino a pochi decenni fa; oggi, riacquistata dal comune di Corigliano, viene aperta al pubblico e adibita a sede di eventi e congressi. Straordinaria la successione delle stanze principescamente arredate, tra cui spicca il Salone degli Specchi; inaspettati gli affreschi di Girolamo Varni sulle pareti del mastio, inquietanti le prigioni con sinistri strumenti quali gogna e sedia chiodata.

rossano

Raggiunta ormai la nostra meta, Rossano Calabro, ceniamo nel ristorante “Casa Bianca”, locale particolarmente versato nei piatti di carne, ma ricco di un’offerta varia e creativa (singolare il filetto di manzo al gusto di liquirizia).

Pernottamento nell’hotel  Roscianum.

Domenica 28 febbraio

L’amico Salvatore, che in questi luoghi ha vissuto, mi aveva segnalato una “piccanteria” della zona dove fare acquisti di prodotti tipici calabresi; nonostante le buone intenzioni, però, non riusciamo a combinare la sosta, che metterebbe a repentaglio il rispetto del programma; peccato! Rimedieremo in seguito con una ordinazione collettiva di golosità locali doc.

Il museo archeologico di Sibari, ricco di reperti provenienti dalle campagne di scavi nelle località Casa Bianca, Parco del Cavallo, etc., ci aiuta a ricostruire le antiche glorie della ricca e potente Sibari, prima città magno greca, fondata nel  720 a.C. in luoghi popolati sin dall’Età del Ferro dagli Enotri, e passata alla storia per le sue mollezze forse causa della rovina per opera della vicina Crotone, che la rase al suolo  nel 510 a.C. (ma sembra che su questo il moralista Pitagora – attivo con la sua scuola proprio a Crotone- abbia un po’ calcato la mano).

sibari

Rinata nel V secolo come Thurii, Pericle ne fece la colonia simbolo della civiltà ateniese centro del panellenismo. La scrittura della costituzione della nuova città fu affidata al sofista Protagora, e il suo piano urbanistico ortogonale tracciato probabilmente dall’architetto Ippodamo di Mileto; Empedocle accorse da Agrigento per assistere alla fondazione.

fondazioni

Erodoto ebbe un ruolo non secondario nella fondazione della colonia, ne assunse la cittadinanza della quale andò sempre fierissimo. Sofocle, in stretta amicizia con Erodoto, gli dedicò un epigramma all’atto del suo trasferimento a Thurii. La città ebbe poi una terza vita come Copia, città romana. E in questo Museo si possono ritrovare le testimonianze di questa tripla Sibari.

Completiamo la visita spostandoci in località Macchiabate ove sono i resti – leggibilissimi – dell’antica necropoli, con tombe a tumulo (la più antica delle quali detta “tomba-strada”). Qui una leggenda attribuisce ad una colonia di Focesi, sotto il comando di Epeo, il falegname mitico costruttore del cavallo di Troia, la fondazione di Lagaria, nota in seguito per i suoi vini di qualità eccellente.

Con l’ottimo pranzo a base di pesce, a “La capanna del pesce” di Corigliano, ci muoviamo verso l’ultimo appuntamento del nostro andare.

Last but not least, ci attende una delle eccellenze della Calabria: il  Museo della Liquirizia Giorgio Amarelli, per motivi familiari a me particolarmente caro, dove – in ambienti quattrocenteschi sapientemente restaurati – viene narrata la storia della Amarelli, di un’azienda a carattere familiare che esporta in tutto il mondo i prodotti derivati dalle radici di  liquirizia,  membro dell’associazione Les Hénokiens che riunisce le aziende appartenenti da più di 200 anni alla stessa famiglia.

 

amarelli

E qui mi viene voglia di citare, come ha fatto Giuseppe Amarelli nella prefazione al suo “Liquirizia – ricettario romanzato di una insolita radice “ (Rubbettino editore), Pablo Neruda: “…Radici….Niente di più bello di quelle grandi mani aperte ferite e, bruciate che di traverso in un sentiero del bosco ci svelano il segreto dell’albero sepolto, l’enigma che sosteneva il suo fogliame, i muscoli profondi della dominazione vegetale. Tragiche e irsute ci mostrano una nuova bellezza: sono sculture della profondità, capolavori segreti della natura”.

amarelli 2

Di grande fascino l’allestimento museale; chiudiamo la visita, egregiamente condotta da una giovane preparatissima  guida,   con una golosa degustazione e con rifornimento di liquirizia, presentata in raffinate confezioni  e  in tutte le versioni possibili e immaginabili di un prodotto genuino di questa terra, (denominazione scientifica  Glycyrrhiza glabra).

La galleria fotografica del viaggio