a cura di Angela Mengano

Figura fra le più eccentriche della vita musicale dell’epoca, Gesualdo porta il madrigale (che a cavallo tra il ‘500 e il ‘600 si era polarizzato attorno ai centri di Mantova, Ferrara , Venezia, Firenze, Roma, Napoli e Palermo e che con Monteverdi raggiunse il punto più alto) verso il disfacimento, nell’epoca in cui ormai sta per apparire nella storia della musica un soggetto nuovo: il melodramma.

Pala del perdono
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Giovanni Balducci, Pala del Perdono, 1609 (particolare) – Carlo Gesualdo, sorretto da San Carlo Borromeo, riceve il perdono dei suoi peccati. Chiesa di Santa Maria delle Grazie

Tra dissonanze ed armonie ardite che rivelano i chiaroscuri di un animo tormentato da un lato e linearità melodica, che costruisce leggiadre imitazioni, del mondo naturale (Ardita zanzaretta) o stati d’animo positivi (ardore, diletto, speranza, trionfo) dall’altro, l’opera di Gesualdo è percorsa, come dice Claudio Gallico, “…da una incessante irrequietezza della comunicazione. L’espressione… vive nell’immaginario, stilizzata in una selva di finzioni, di maschere. A quel punto la cultura rinascimentale è disintegrata”. Invece Massimo Mila: “… protagonista di una fosca tragedia coniugale e assassino per gelosia, egli sembra aver portato nell’insaziata febbre cromatica della sua musica lo smisurato disordine delle sue passioni. Da Marenzio a Gesualdo si assiste al trapasso dall’ordinata euritmia del Rinascimento alla convulsa interiorità del barocco… il suo eccesso di dissonanze, l’abuso del cromatismo, i suoi capricci armonici sfociano ad una piena anarchia tonale, specchio d’uno stato d’animo tormentato e patetico, per il quale vien fatto di pensare al romanticismo avanti lettera d’un Caravaggio”. (Un cronista a lui contemporaneo descriveva però la sua musica artificiosissima).
Ma non meno stupefacenti si rivelano le vicende della sua appassionante biografia. In uno dei suoi dialoghi, il Tasso canta la stirpe Gesualda, nel cui stemma – leone rampante con cinque gigli rossi in campo d’argento – portato per dimostrare la nobiltà degli antichissimi principi Normanni “ .. riluce lo splendore vetusto”… Casata tra le più illustri e potenti del regno di Napoli, era uscita indenne, grazie alla grande abilità diplomatica dei suoi componenti, dalla crisi che nella seconda metà del Cinquecento aveva coinvolto la grande feudalità meridionale.
Carlo, il principe madrigalista, è il quindicesimo e ultimo Signore di Gesualdo, a partire dal capostipite, forse, Gesualdo, eroe longobardo del settimo secolo. Turbolento protagonista delle rivolte baronali contro la corona aragonese, il trisavolo di Carlo, Luigi III, aveva finito la sua vita a Conza nel 1517. Al bisnonno Fabrizio, divenuto importante riferimento per la corona spagnola, tanto da essere elevato da Carlo V alla dignità di Grande di Spagna, succedeva nel 1545 Luigi IV, nonno di Carlo, che nell’ascesa dei Gesualdo ebbe un ruolo ancora più decisivo. Intimo consigliere e collaboratore di Filippo II di Spagna, venne infatti compensato per i suoi servigi con nuovi feudi e immense ricchezze, tanto da potersi permettere l’acquisto della oraziana città di Venosa ottenendo anche di conseguenza l’investitura a principe di Venosa su disposizione della Santa Sede. Amante delle lettere e delle arti, diede avvio al mecenatismo di casa Gesualdo: Bernardo Tasso, il padre di Torquato, fu tra coloro che beneficiarono della sua protezione e amicizia. Intanto, ad accrescere la potenza della casata dei Gesualdo, in un’epoca in cui logiche economiche e di potere governavano le politiche matrimoniali , vennero le accorte scelte che imparentarono i Gesualdo con gli Orsini, i Carafa, i d’Avalos, i Caracciolo. In questo senso tra i figli di Luigi IV fu Alfonso, cardinale, a fare un autentico capolavoro, portando a buon fine il matrimonio di suo fratello Fabrizio con Geronima Borromeo, nipote del papa.

Potente per autorità e prestigio, celebre per liberalità e generosità, il cardinale Alfonso Gesualdo, zio di Carlo, partecipò a sette conclavi, e solo gli stretti vincoli con la Spagna gli impediranno di salire egli stesso al soglio papale. Tra i pochi cardinali a risiedere in Vaticano, a Roma promosse la costruzione della chiesa di S. Andrea della Valle, quella del primo atto della Tosca; come arcivescovo di Napoli, poi,istituirà per i poveri il Monte della Misericordia.

La futura madre di Carlo, figlia di Margherita de’ Medici, era infatti nipote per parte di madre di Papa Pio IV, al secolo Giovan Angelo de’ Medici, ( il papa della conclusione dei lavori del Concilio di Trento ), sorella del cardinale Carlo Borromeo – il San Carlo dei teatri di Napoli e Lisbona – e cugina di Federico Borromeo di manzoniana memoria.

Carlo Gesualdo nacque dunque a Venosa l’8 marzo del 1566. Visse la sua giovinezza a Napoli dove, nel palazzo di Torre Maggiore di proprietà del duca di Sangro, il padre Fabrizio, amante delle lettere e delle arti, aveva creato un cenacolo intellettuale, al cui interno illustri musici provvedevano alla formazione musicale del giovane Carlo, che sin da giovanissimo aveva rivelato un talento sbalorditivo, tanto da farlo avviare alla composizione, e la musica cessò ben presto di essere per lui un gradevole passatempo sino a diventare in breve la sua stessa ragione di vita. Lo si educava, al contempo, in un clima di religiosità penitenziale, con rigorosa disciplina, e con gli Exercitia spiritualia di Ignazio Loyola come pane quotidiano, che inculcavano nell’animo sensibile e fragile del giovane profondi sensi di colpa, che ne segneranno sino all’ultimo la vicenda umana.
Già destinato, come figlio cadetto, alla carriera ecclesiastica, si trovò di colpo nel ruolo di erede a causa dell’improvvisa morte del fratello maggiore. Si dovette allora subito pensare a trovargli una moglie, e la scelta cadde su sua cugina Maria d’Avalos, ventiseienne (quindi più vecchia di lui di sei anni), già vedova e madre due volte. In seguito alle nozze, gli sposi presero alloggio nel palazzo napoletano di Torre Maggiore, mentre i genitori di Carlo si ritiravano nel loro feudo di Calitri. Pochi anni dopo nasceva l’erede, Emanuele.
Poi l’episodio che sconvolse la vita di Carlo: Maria durante una festa da ballo aveva conosciuto Fabrizio Carafa, duca d’Andria, e se ne era follemente innamorata: Carlo non ebbe altra scelta al di là di quella che il rango e la mentalità dell’epoca gli imponevano e, colti in flagrante adulterio i due amanti, li ammazzò, vendicando l’oltraggio subito (siamo nel 1590). Istruito il processo, all’indomani il caso era già risolto: delitto d’onore, movente giustificato, e dunque assoluzione per il principe Carlo.
Il caso fece grande scalpore e sul tragico destino degli amanti i poeti si scatenarono in una gara in versi. Da Roma, l’11 novembre il Tasso scriveva:

Piangi, Napoli mesta, in bruno ammanto
Di beltà, di virtù l’oscuro occaso
E in lutto l’armonia rivolga il canto.

I cantastorie andarono raccontando la storia d’amore e morte, che divenne leggenda. Ricordiamo che in quegli anni Shakespeare scriveva le sue tragedie più famose. Ad appena 24 anni, Carlo, ormai circondato da una fama sinistra, per un anno intero si rinchiuse in un turbato isolamento nel feudo irpino di Gesualdo. Con propositi espiatori vi fece costruire due conventi, uno per i Domenicani con la chiesa del SS. Rosario, ed uno per i Cappuccini con la chiesa di Santa Maria delle Grazie (una lapide all’ingresso del chiostro riporta il nome di Carlo Gesualdo ed attesta che il convento fu completato nel 1592). Del suo rientro a Napoli abbiamo le notizie che documentano i suoi rapporti col Tasso, recatosi a Napoli dopo il suo allontanamento dalla corte estense. Non ci fu in realtà un grande feeling tra i due; tra i tanti madrigali che il Tasso invia a Carlo solo uno (“se così dolce è il duolo” ) venne musicato dal principe compositore: affiora il sospetto che Gesualdo sia scarsamente interessato alla qualità letteraria dei testi che sceglie di musicare.
Nel 1594 il fastoso trasferimento a Ferrara, ove nello stesso anno appaiono i primi due libri di madrigali, e dove sono celebrate sfarzosamente le sue nozze con Eleonora d’Este, nipote del duca Alfonso II. Qui crea, intona, compone ardite nuove musiche, suona il liuto e la chitarra spagnola, illuminato dalla vivacissima atmosfera culturale della corte ferrarese.
A Ferrara abita inizialmente a Palazzo dei Diamanti; ma ben presto si allontana per un lungo viaggio: a Venezia, città che gli piaceva moltissimo, immerso nella composizione, insofferente dei doveri che gli derivano dal rango principesco, cerca per quanto gli è possibile di sottrarsi agli incontri di circostanza con le autorità locali; rimanda di giorno in giorno, e alla fine accetta di malavoglia, l’incontro con il Doge in persona; gli preme molto di più l’incontro con il più grande compositore veneziano dell’epoca, Giovanni Gabrieli: solo nel discorrere di musica la sua conversazione si anima, come sempre. Il ritorno a Ferrara, dopo una assenza durata ben sette mesi, segna una svolta nella vita culturale della città: con la presenza a corte del principe musico si assiste a un momento di gloria dell’accademia ferrarese, che influenzerà anche musicisti del calibro di Marenzio e Monteverdi.
Nel marzo del 1596 Carlo, a causa delle tensioni con il cognato Cesare e delle maldicenze su sue presunte avventure galanti e maltrattamenti alla consorte, lascia definitivamente Ferrara, per trascorrere gli ultimi diciassette anni della sua vita in ritiro dal mondo, nella prediletta dimora di Gesualdo; furono anni quelli punteggiati da malesseri psicofisici e fissazioni religiose, tra malattie e lutti: la grave malattia della moglie, la perdita dei due figli, il piccolo Alfonsino e il ventenne Emanuele, e dello zio Alfonso, l’arcivescovo di Napoli.
Intanto per Carlo, il San Carlo Borromeo, fratello di sua madre, egli finì col nutrire una venerazione a tratti morbosa. Ne resta traccia nella grande pala della chiesa di Santa Maria delle Grazie del convento dei cappuccini in Gesualdo, eseguita nel 1609 da Giovanni Balducci (?), dove San Carlo è raffigurato nell’atto di intercedere per il nipote, ritratto accanto a lui in palandrana nera e collare di pizzo mentre riceve, insieme con la moglie Eleonora, il perdono dei suoi peccati dal Cristo benedicente. In questo contesto di sofferta contrizione, egli crea gli ultimi capolavori di musica sacra, i Responsoria per la Settimana Santa, insieme agli ultimi due libri, il Quinto e il Sesto, di madrigali.
A Carlo non sopravvissero eredi maschi che potessero perpetuarne la stirpe; appresa la tragica morte del figlio per una caduta da cavallo, si lasciò morire, a 47 anni, l’8 settembre 1613.
Per sua stessa volontà, fu sepolto a Napoli, nella chiesa del Gesù Nuovo, ai piedi dell’altare di Sant’Ignazio di Loyola. Suoi esecutori testamentari furono la moglie Eleonora (che dopo la morte del coniuge si ritirò in monastero) e la zia Costanza Orsini, duchessa di Gravina.

“Torbido, saturnino e fantastico doveva essere l’autore di questa musica”, dice Paolo Isotta, che in una sua recensione del delizioso “Il principe dei musici” di Giovanni Iudica, ricorda altre fonti che mi sembra interessante segnalare: Anatole France, e un romanzo di Alberto Consiglio, Assassinio a cinque voci (1967).

Dal Libro IV dei Madrigali
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Dal Libro IV dei Madrigali

Note all’ascolto dei Madrigali

Questa forma musicale, il Madrigale, che gli storici usano suddividere in tre periodi, è nata verso la metà del trecento, ed è la più antica forma poetico-musicale dell’Ars Nova fiorentina destinata ad un ambiente colto e raffinato. La concezione del madrigale si basa sulla corrispondenza tra figure musicali e immagini e concetti proposti dal testo. Il lavoro del musicista quindi non si riduce semplicemente alla traduzione delle parole in immagini sonore, ma consiste nell’elaborare le immagini sonore in un discorso musicale che prende avvio dalle parole.
La genesi del madrigale va collegata inoltre al movimento letterario del “petrarchismo”. Ricercare la qualità espressiva dei versi significa elaborare strutture musicali dettate dai contenuti più che dalle forme della poesia. Il madrigale segna il trapasso dalla sobria linearità polifonica-rinascimentale ad un processo di scavo frontale della linea melodica.
Per comprendere a pieno la maestria del Nostro si pensi che essa, generalmente è a due voci, raramente a tre voci. La base poteva essere sia cantata che accompagnata da strumenti. L’argomento dei testi: l’amore, la politica o la morale.

Libro II: Caro, amoroso neo; Se così dolce è il duolo; Ma se avverrà ch’io moia; Se taccio il duol s’avanza; Sento che nel partire ( Kassiopeia Quintet). Di questi, i primi quattro sono musicati su testi del Tasso, (ma soltanto “Se così dolce il duolo” su uno dei madrigali che il poeta gli aveva inviato ) mentre il quinto è su testo di Alfonso d’Avalos, nonno della sventurata Maria. In quest’ultimo – Sento che nel partire – la melodia iniziale è degna di confronto col celebre Lamento di Arianna di Monteverdi.
Pubblicati a Ferrara nel 1594, i primi due libri dei madrigali di Gesualdo risalgono agli anni precedenti le sue nozze con Eleonora d’Este.

Libro V: Mercè grido piangendo; Tu m’uccidi o crudele; Se tu fuggi io non resto (Consort of Musicke – Rooley). Riconducibili al periodo ferrarese, lo stile di Gesualdo non cambia, si esaspera. Vi è chi, contrapponendo Gesualdo a Monteverdi, vede quest’ultimo in costante evoluzione e apertura ai gusti contemporanei, e il primo invece chiuso nella torre d’avorio di un manierismo sempre uguale. Ma “Mercè grido piangendo” va considerato un capolavoro e, come dice Edward Lowinskii “in nessun’altra musica anteriore al Tristano l’Amore e la Morte sono coniugati per produrre un’arte dalle immagini così potenti e di tale intensità morbosa”. Quanto a “Tu m’uccidi o crudele”, in esso (Pirrotta) sembra compendiarsi quel manierismo gesualdiano violento, a tinte forti, che ha creato il mito del principe assassino e compositore delirante, terreno minato dell’esegesi gesualdiana, perché in realtà l’accidentata musica di Gesualdo è un prodotto del suo tempo, e non del suo delitto. Diverso invece “Se tu fuggi io non resto” dove la musica si fa leggera e scorrevole.

Libro VI: Moro, lasso, al mio duolo; Ardo per te, mio bene ( Les Arts Florissants, William Christie). Igor Stravinskij ha definito il VI libro dei madrigali di Gesualdo, a causa della sua ricercatezza e della difficoltà di esecuzione nonché di ascolto “una cena di ventitré tartine di caviale”, pur nutrendo egli molta ammirazione per le sue musiche, tanto da avergli dedicato una sua composizione, detta “Monumentum”, nel quarto centenario “di uno dei musicisti più personali e originali mai nati alla mia arte”. Tuttavia, “Moro, lasso al mio duolo “ è vero capolavoro, in cui la tensione espressiva non conosce cadute, e dove la forza anticipatrice della sua musica si fa sbalorditiva nelle ultime tre misure che su “ahi mi dà morte” accumulano ben undici suoni diversi. Infine “Ardo per te, mio bene”, esempio quasi delirante di contrapposizione tra il “cromatico adagio” e il “diatonico allegro”.
Gesualdo fu ammirato, oltre che da Stravinskij, anche da Wagner, che probabilmente si ispirò a lui nella “Cavalcata delle valchirie”e in alcuni passaggi del “Tristano e Isotta”.

Nota della curatrice
Il testo è stato tratto a piene mani da Pietro Misuraca, musicologo formatosi nelle Università di Palermo e Roma “La Sapienza”, che scrive “Carlo Gesualdo principe di Venosa”, nel suo bel libro pubblicato dalla casa editrice L’Epos di Palermo,1962.