a cura di Angela Mengano ed Elisa Cataldi

9 gennaio
Si parte come al solito alle 7 col pullman Ciccimarra: questa volta non c’è Luigi, ma Nicola (e la differenza si sentirà…).
Alle 10,30 siamo già a Napoli Capodimonte, dove ci attende la Mostra “Ritorno al Barocco. Da Caravaggio a Vanvitelli” che ci offre mille spunti per capire questo periodo dell’arte di cui Napoli fu protagonista, dalla stupenda Flagellazione di Caravaggio, a de Ribera, Battistello Caracciolo, Salvator Rosa, Luca Giordano, per nominarne solo alcuni fra i tanti.
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Sbirciando poi liberamente tra le sale, fuori dal percorso della mostra, ci hanno colpito gli arazzi di William Kentridge…. Strane figure in nero di cavalli, sullo sfondo di carte geografiche, nasi variamente accompagnati, che sembra serviranno all’artista per le scene de “Il naso” di Shostakovitch (tratto dall’omonima novella di Gogol) che andrà in scena al Metropolitan di NewYork tra breve. Sosta veloce al bar del Museo, poi spostamento alla vicina Certosa di San Martino, situata insieme con Caste Sant’Elmo, sulla collina del Vomero.
Per fortuna le visite si tenevano prevalentemente al chiuso perché pioveva a dirotto. Dal piazzale antistante la Certosa si vedeva un bellissimo panorama della città e del porto, che ovviamente, avrebbe meritato una luce più solare, ma… pazienza!

Carlo d’Angiò, duca di Calabria e protettore dei Certosini, élite culturale della Chiesa dell’epoca, nella prima metà del 1300, fece costruire per loro un convento in questo posto splendido.Il convento e la Chiesa furono dedicati a San Martino, vescovo di Tour.
Nella seconda metà del 1500, in piena Controriforma, l’originario gotico fu adeguato ai gusti manieristi del tempo.
Dal 1623 in poi Cosimo Fanzago ristrutturò il complesso, attribuendogli un’impronta nettamente barocca.
Il convento si articola intorno a 2 chiostri: uno piccolo con al centro un elegante pozzo del 1600, uno più grande nel quale il Fanzago sistemò un piccolo cimitero rettangolare ornato di crani di marmo (sottolineati dall’intervento di arte contemporanea che raffigura un cranio coperto dal classico casco giallo da cantiere ). Dalle terrazze, poi, si gode una magnifica vista sul golfo di Napoli.
La chiesa, nel cortile d’ingresso della certosa, è ricchissima di dipinti: Stanzione, Lanfranco, Ribera, Guido Reni, una vera pinacoteca della pittura napoletana del ‘600.
L’altare presenta una balaustra con tarsie in lapislazzuli e “occhio di tigre”, ma globalmente tutta la chiesa è arricchita da pregevolissime tarsie di marmi diversi (ricorda S.Cataldo, la cattedrale di Taranto!) Notevoli, anche, la Sagrestia con armadi in legno meravigliosamente intarsiati contenenti pianete e preziosi arredi sacri ed infine, la Cappella del tesoro di S.Gennaro con numerosi reliquiari e, al di sopra dell’altare, una bellissima “Deposizione” del Ribeira e, sul soffitto, “Il trionfo di Giuditta”, di Luca Giordano.
Siamo poi passati a visitare il Museo Nazionale di San Martino. Qui si conservano dal 1886 pregevoli collezioni d’arte napoletana, poi la Collezione dei Presepi tanti, bellissimi, ma fra tutti il più suggestivo, il Presepe Cuciniello (dono del 1879).
Siamo quindi passati, a piedi, sotto una pioggia battente, al vicinissimo Castel Sant’Elmo, fatto costruire nel XIV sec. da Roberto d’Angiò.
Ma la vista più stupefacente, finite le ardite scalinate è stata l’improvvisa comparsa della “Macchina effimera di S. Domenico” un apparato gigantesco, tutto splendente d’oro, per l’adorazione del Santissimo (l’adorazione delle 40 ore) e poi ancora statue lignee secentesche di santi.
La visita si è conclusa con una passeggiata all’aperto, sulla piazza d’armi e sul cammino di ronda, da dove, sfidando vento, freddo e pioggia, si godeva di un bellissimo panorama di Napoli illuminata dalle ultime luci del giorno.
Poi, a due passi dall’albergo, il nostro pullman è rimasto imbottigliato per almeno mezz’ora per colpa di un’auto parcheggiata male.
Ma ce l’abbiamo fatta: L’Hotel Mediterraneo, centralissimo, ci ha accolto con tutto il comfort delle sue quattro stelle; nella hall un antico Presepe Napoletano e sei manichini con preziosi abiti di scena.
Dopo la cena in albergo, alcuni di noi hanno voluto spingersi sino al Lungomare, e così hanno potuto vedere in piazza Plebiscito i tre cilindri luminosi riproducenti il rumore del Vesuvio, sostituiti alle mongolfiere installate da Carsten Nicolai, nostro iniziale obiettivo di visita, rimosse perché costose e pericolose.

Domenica 10
La partenza dall’albergo è fissata alle 9,45, dopo la ricchissima colazione consumata all’11° piano con vista sul golfo.
Alle 10,00 siamo al Duomo: la nostra guida, Francesca Caracciolo, una napoletana che vive a Roma e che ci accompagna da ieri, ci racconta qualcosa dell’edificio e della sua facciata, fatta costruire da Carlo I d’Angiò in stile gotico-angioino alla fine del ‘200, sul sito di una preesistente chiesa paleocristiana, e successivamente più volte rimaneggiata. Poi la visita dell’interno, condizionata un po’ dalla Messa che si stava celebrando e un po’ dal fermento della folla in attesa dell’arrivo del Cardinale Sepe. Tra tante cose notevoli, l’aspettativa maggiore era per la cappella di S. Gennaro, che conserva, dentro un reliquiario d’argento, le due ampolle con il sangue che, com’è noto, si liquefa 2 volte l’anno, in maggio ed in settembre.
Se la liquefazione è rapida è di buon auspicio; se non avviene o tarda a verificarsi, è presagio di grandi sventure. Durante la cerimonia,in prima fila, anziane donne vestite a lutto, intonano canti propiziatori in dialetto, più o meno religiosi ed ortodossi, arrivando a sfidare il Santo in modo anche un po’ brusco e minaccioso.
Ci rimaneva da visitare la cappella di Santa Restituta: abbiamo dovuto aspettare un po’ perché vi si stavano svolgendo i Battesimi. Finiti gli stessi, hanno aperto la porta e ne è venuta fuori una piccola processione: preceduti dai Cavalieri del Santo Sepolcro (anche donne), sono usciti i sacerdoti, il Cardinale pomposo,in ruolo, pletorico, incensato e benedicente e poi mamme e papà con i bambini appena battezzati.
Finalmente siamo potuti scendere (è leggermente sottoposta) nella cappella: bellissima, la prima basilica cristiana di Napoli, del IV sec.ma successivamente rimaneggiata dopo il terremoto del 1688.
Usciti dal Duomo, siamo andati al Pio Monte della Misericordia. Un’opera benefica fondata da 7 nobili napoletani nel 1601: sull’altare maggiore della chiesa attigua si trova uno dei massimi capolavori del Caravaggio, Le sette opere di misericordia, mirabilmente spiegato dalla nostra Francesca.
A questo punto alcune di noi si sono staccate dal gruppo , che faceva un giro della città in pullman e, attraverso via dei Tribunali, siamo andate a vedere la famosa Cappella Sansevero. Costruita nel 1600 dalla famiglia dei Sangro per un voto, la cappella fu dedicata al culto della Vergine della Pietà ed ospitò le spoglie dei vari membri della famiglia. Successivamente, dal 1710 e fino al 1770, il principe Raimondo di Sangro, personaggio di armi, di lettere, di scienza, oggetto di molte leggende, trasformò la cappella e l’arricchì di numerosi capolavori di scultura fra i quali il più emozionante è “il Cristo velato”del Sanmartino. Al piano di sotto, nella Cavea sotterranea si trovano le “Macchine Anatomiche”, frutto dell’ingegno del principe alchimista, che iniettò nei vasi sanguigni di 2 cadaveri, un uomo ed una donna (dalla quale pare che nel 1985 sia stato trafugato un feto), una sostanza calcificante che ha reso l’albero circolatorio indistruttibile ed eterno come lo scheletro osseo. Tutta la pavimentazione del piano superiore è fatta ad intarsio di marmi diversi disposti concentricamente secondo lo schema del “labirinto alchemico”.
Per il gruppo, che ha percorso con il pullman tutta la marina di Napoli, attraversando piazza Vittoria, con i bei giardini dove ha sede l’Acquario di Napoli, costeggiando villa Pignatelli, poi Mergellina, e così via sino alla punta Posillipo, rasentando l’immaginifico Palazzo Donn’Anna ricco di letterarie evocazioni.
L’ultimo appuntamento, prima di salutare Napoli, era al MADRE, per la visita della mostra “Barock- Arte, scienza fede e tecnologia nell’età contemporanea”.
All’ingresso, in una bacheca di vetro piena di formaldeide, “Heaven”, lo squalo-tigre di Damien Hirst; al III piano, pendente dal soffitto, un curioso delfino di Jeff Koons. Tra i tanti artisti presenti in mostra, Gilbert&Gorge, Iannis Kounellis, Cindy Sherman, Anish Kapoor, ed ecco la sala interamente dedicata a Damien Hirst, un artista anglosassone che certamente lascia il segno!
La mostra proseguiva nella Chiesa sconsacrata di Santa Maria Donnaregina, stupenda chiesa medievale di stile gotico, con resti di bellissimi affreschi giotteschi. E, sull’altare, il colpo di scena “Barock”: la Crocifissione di una donna di Maurizio Cattelan: molto suggestivo e ricco d’interrogativi sui possibili significati.
La visita di Napoli è finita, e con la mente piena di cose belle facciamo l’ultima sosta a Vallesaccarda dove ci aspettano Minicuccio e le sue prelibatezze.