Viaggio d’autunno nelle terre del silenzio
29 ottobre – 2 novembre 2011

a cura di Angela Mengano

Sabato 29
Siamo in trentadue a partire stamattina (oltre al nostro Luigi Ciccimarra) da Bari: ci attende ad Anghiari, nella sede comunale, Stefania, che ci racconta della Libera Università dell’Autobiografia e del suo collegamento con l’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, in una sorta di ideale “vallata della memoria”. Qui vengono offerti percorsi per chi vuole praticare la scrittura autobiografica, attraverso l’organizzazione di seminari, progetti, corsi di formazione.
Segue un dibattito che dà voce alle nostre curiosità sul “silenzio”, primo movente del nostro viaggio, e soprattutto sulla libera università dell’autobiografia.
E’ già il crepuscolo quando usciamo per le strade del bel centro storico di Anghiari, nota soprattutto per la famosa battaglia e per la raffigurazione che Leonardo ne fece e che andò poi perduta.

Conclusa la visita, raggiungiamo il Parc Hotel di Poppi, per la cena e il pernottamento.

Domenica 30
Abbiamo solo un’ora prima di partire con il gruppo per Camaldoli; ne approfitto insieme a Imma, Franca e le altre per fare un primo assaggio di Poppi, salendo attraverso la “costa medievale” al castello, visione incantevole nella nebbia del mattino.


Ci raggiunge in albergo Serena, una vivace ragazza toscana dal parlare arguto, laureata in lingue e con una preparazione specifica in storia dell’arte: ci accompagnerà in questi giorni nella visita al territorio aretino. Mentre ci allontaniamo da Poppi, il profilo del castello ci accompagna nella vallata: lo seguiamo con lo sguardo mentre Serena ci dice che ad esso si ispirò Arnolfo di Cambio per l’edificazione di Palazzo Vecchio in Firenze. Percorriamo il Casentino, verso la prima nostra meta, Camaldoli, già in fermento per le celebrazioni del millenario della fondazione (1012-2012). Man mano che ci avviciniamo, i gialli e i rossi intensi della foresta casentinese ci preparano all’atmosfera di profonda quiete e di spiritualità che assaporeremo nell’eremo di Camaldoli, dove ancora sette monaci vivono nel silenzio e nella solitudine.

Fu però questo, nei secoli, luogo eletto anche da eminenti personaggi, come Lorenzo il Magnifico, che vi si recò con la sua corte di letterati (tra cui Marsilio Ficino e Leon Battista Alberti) per confrontarsi con i monaci sulle grosse questioni poste dal Rinascimento.
Dell’eremo vediamo la chiesa; la cappella di S. Antonio Abate che ospita la Vergine e il Bambino con Santi di Andrea della Robbia; la cella di San Romualdo, preceduta da un minuscolo roseto; le celle dei monaci, che si intravedono attraverso una cancellata.

Poi scendiamo all’imponente monastero, con i due bei chiostri (l’uno di Maldolo, l’altro dei fanciulli), la Cappella dello Spirito Santo con le grandi tele del Vasari, l’antica Farmacia – che è ciò che resta dell’antico ospedale – dove facciamo anche un po’ di shopping tra gli scaffali cinquecenteschi. Lo spazio esterno è ideale per fare uno spuntino all’ombra “poetica” degli alberi secolari a base di stiacciata con la finocchiona e castagnaccio, mentre qualcuno di noi preferisce sedersi alla tavola del ristorante per degustare i manicaretti locali. C’è anche la monumentale Fontebona: non dimentichiamo che le acque di Camaldoli vengono decantate per qualità e ricchezza.
Lasciamo la pace dei Camaldoli diretti a Stia, capitale dell’artigianato casentinese della lana, ora celebrato da un bel museo che descrive le attività, ormai cessate, di produzione del panno casentino, che per secoli è stata la maggior risorsa del territorio. Un giovane ci guida attraverso il percorso museale, molto interessante, illustrandoci le fasi di lavorazione della lana; particolarmente divertente è la sosta nella sala-laboratorio, dove i visitatori vengono invitati a cimentarsi con il telaio. La guida ricorda il ritratto di Lorenzo Lenzi – in elegante abito di panno casentino –nella bella mostra dedicata al Bronzino a Palazzo Strozzi, a sottolinearne la tradizione secolare.

Dal museo passiamo – ovviamente – al punto vendita, in un trionfo di colori ….
Poi, nella bella piazza principale ricordiamo che qui è stato girato “Il ciclone” di Pieraccioni. Infine, dopo aver dato un’occhiata alla bella Pieve, rientriamo in albergo per concludere la serata con la cena e con le chiacchiere di rito.

Lunedì 31
Anche stamattina, in pullman, Serena soddisfa tante nostre curiosità rispondendo alle domande; ci parla della “pieve” e del “pievano”; snocciola nomi di luoghi, che più che altrove qui ci sembrano particolarmente creativi; sfodera la sua arguzia tutta toscana, intavolando un allegro botta e risposta con Luigi. Il tempo passa veloce, fino all’arrivo al Santuario della Verna, luogo di culto francescano per eccellenza. Qui visitiamo la basilica (a una sola navata, ci dice Serena, “perché i francescani volevano accogliere e non escludere”) con gli stupefacenti capolavori di Andrea Della Robbia, lo stemma (a soffitto) dell’Arte della Lana, potente corporazione fiorentina; la cappella delle reliquie, con il saio di san Francesco; poi, il corridoio e la cappella delle stimmate, la grotta dove il santo meditava e riposava, il sasso “spicco”, il precipizio.

Molta ressa in quello che ci sembra l’unico punto di ristoro, dove concludiamo la visita prima di spostarci a Pieve Santo Stefano: l’altro polo della “vallata della memoria”, insieme ad Anghiari. In questo paese, distrutto dalle mine dei tedeschi nella seconda guerra mondiale, dal 1984 è nato, per ispirazione di Saverio Tutino (c’è anche Natalia Ginzburg dietro questa idea) l’Archivio Diaristico Nazionale, che raccoglie memorie autobiografiche e bandisce ogni anno un concorso per premiare la migliore opera autobiografica presentata. Veniamo ricevuti nelle due sedi dell’Archivio: affascinati ne ascoltiamo la storia, insieme a frammenti significativi, emozionanti, di storie minime – e non – raccontate dalla voce vibrante e vellutata della nostra relatrice, che fa gli onori di casa e, tra i brani in lettura, ne sceglie uno scritto da un pugliese nella seconda metà dell’800, nel quale Elena e Marina, inaspettatamente, riconoscono un loro prozio… Fabrizio Rossi [Impressioni di un viaggio per l’Italia media e settentrionale, 1865 – Nel 1865, a 34 anni, l’autore parte con la moglie da Canosa di Puglia per un lungo viaggio che lo porterà in giro per l’Italia in treno e in diligenza. Di ogni città descrive monumenti, palazzi, chiese, teatri e giardini, riempiendo il diario di osservazioni storiche, politiche, ambientali. Dopo 45 giorni torna a casa, entusiasta dell’Italia nata con l’Unità appena quattro anni prima. Ha percorso 4290 chilometri, speso 2118 lire e visitato 35 città]: questa la didascalia apposta alla menzione speciale conferita dal Premio del 2001. Particolarmente toccanti, tra le altre letture “ad alta voce”, la vita raccontata da Cecilia Marchi su di un lenzuolo matrimoniale (“il lenzuolo di Clelia”); il diario degli anni di guerra di Magda Ceccarelli De Grada, vincitore del Premio Pieve dello scorso anno.

Il lenzuolo di Clelia

Sulla via del ritorno, nel buio della foresta anche se ormai in vista dei borghi abitati, strani incontri del “terzo tipo”: con esemplari vaganti di chianina, di cinghiale, e con un’allegra brigata in costume pronta per la festa di Halloween. Martin (la nostra “mascotte, 10 anni, che viaggia con noi insieme a sua nonna Rosalba), si rammarica di non poter fare stasera “Dolcetto o scherzetto?” avendo lasciato a casa suo fratello, compagno e complice di giochi e scherzi.
Memorabile la cena in albergo: zuppa di farro, tortelli di patate di Cetica, arrosto misto (chianina, anatra, coniglio etc.).
Più tardi la conversazione, sapientemente attizzata da Lucia, porta frutti gustosi, tra reminiscenze d’antan – primattore un Gianni in gran vena – ed echi anni ’70, nella cinematografica rievocazione di Michele, in cui spunta una misteriosa spider rossa.

Martedì 1° novembre
Stamattina lasciamo Poppi per raggiungere Monterchi e poi Sansepolcro.
Lungo la strada è grande la mia emozione nel riconoscere i luoghi da cui ha avuto origine la famiglia di mia madre, de’ Giudici, tra Capolona e Pontecaliano lungo il corso dell’Arno.
Raggiunta la val Tiberina, Serena ci parla delle risorse della zona tra cui la tradizionale coltivazione del tabacco e ci racconta dell’esperienza offerta dalle donne per il recupero dei libri nell’alluvione di Firenze.
La nostra mattinata è dedicata a Piero della Francesca; facciamo tappa a Monterchi, per ammirare la Madonna del Parto; poi a Sansepolcro, nel Museo Civico, dove sono conservati gli altri capolavori di Piero, primo fra tutti la Resurrezione. Resta del tempo per visitare la Cattedrale, ma per il Museo delle Erbe e per Casa Buitoni (che Serena ci dice essere stata di recente riaperta al pubblico) …se ne parlerà la prossima volta.

La pausa pranzo ci rinfranca: il gruppo si disperde nel centro storico biturgense (“ biturgensi “sono detti gli abitanti del luogo) alla ricerca di un luogo di ristoro. Io scelgo, insieme a Imma e Franca, l’enoteca Tira Tardi che ci presenta un ottimo piatto di pappardelle salsiccia pecorino e radicchio innaffiato da un buon bicchiere di Chianti.
Ritorniamo a Poppi per la visita del suggestivo castello dei conti Guidi, con il bellissimo atrio, la biblioteca ricca di preziosi volumi, la cappella con gli affreschi di Taddeo Gaddi. Saliamo per l’erta scala che conduce in cima alla torre, dove è alloggiata la campana: scendiamo in fretta, colti di sorpresa dal rintocco assordante allo scoccare della mezzora. Martin si é molto divertito.

Concludiamo la visita di Poppi con un giro nel centro storico, alla bella Abbazia di San Fedele (che conserva le spoglie di san Torello), la via Cavour con bei palazzi signorili, la piazza Amerighi con la Cappella della Madonna del Morbo.
Dopo la cena, un piccolo cerimoniale con la consegna a Martin di un taccuino di viaggio, dedicato al primo socio junior dell’ADIRT.

Mercoledì 2 novembre
Stamattina lasciamo – dopo un gradevolissimo soggiorno – l’hotel Parc e Poppi, per l’ultima nostra visita, dedicata alla Fondazione Burri di Città di Castello, nelle due sedi di Palazzo Albizzini e dell’ex Seccatoio. Dove mi sembra di scoprire sorprendenti affinità tra il linguaggio contemporaneo di Alberto Burri e quello – incontrato ieri – di Piero.

Dopo il pranzo ne La Pieve vecchia di Monterchi, che conclude degnamente il nostro vagabondare nelle valli toscane, il gruppo si rimette in viaggio alla volta di Bari.