di Michele De Ruggieri

Bellissimo inizio! Si ha subito l’impressione che la Némirovsky voglia entrare nell’animo dei giovani in particolare di quelli del 1920 sopravvissuti alle trincee, ragazzi che hanno una sola voglia: quella di godersi ogni cosa, di vivere senza timore i loro amori, cercando di non lasciarsi soffocare da quello che è accaduto.
Antoine, Marianne, Solange, Dominique e per ultimo Gilbert mi sono sem-brati nelle prime battute cinque anime, felici di vivere la vita giocando con l’amore. Qui il mio pensiero è andato alle dolci e seducenti canzoni di Édith Piaf e soprattutto ho pensato e Jaques Prévert delle Les Feuilles mortes e ai versi di Alicante, Questo amore, Barbarà, Paris at night Quando il racconto introduce la famiglia Carmontel e poi quella dei Segrè, il palcoscenico si riempie a tal punto da farmi credere che il racconto sarebbe stato intenso per personaggi ed eventi.
Purtroppo la mie attese sono state deluse già dopo una quarantina di pagine perché tutto si è risolto. a mio parere, nel racconto del triste e noioso matrimonio di Antoine e Marianne che ha come filo conduttore la domanda che si pone Dominique ( pag 31) “Come avveniva, nell’unione coniugale, il passaggio dall’amore all’amicizia? Quando si cessava di tor-mentarsi l’un l’altro per volersi finalmente bene?”
I componenti della famiglia Carmonten e Segrè entrano in scena di tanto in tanto senza nulla apportare al racconto ad eccezione della tormentata e intensa Solange. Certo le riflessioni sul matrimonio della Némirovsky sono a volte interessanti ma finiscono per essere ripetitive un poco pia-gnone e in più occasioni opinabili.
Una storia raccontata certamente bene ma noiosa e soprattutto senza identità storica e mai in contatto con la realtà. I personaggi sono chiusi nello spazio del loro vivere di ricchi borghesi. Il mondo esterno, gli eventi sociali, politici degli anni venti sono ridotti a pochi insignificanti citazioni. Il racconto si svolge a Parigi ma potrebbe andar bene a qualsiasi latitudine. La Némirovsky solo ultimissime pagine ha risvegliato la mia attenzione, quando dice: queste parole mi hanno riportato all’inizio del racconto : “Si baciavano. Erano giovani”. Troppo poco per dire che questo Due mi abbia preso e piaciuto.

di Vanda Morano

Straordinaria storia di un rapporto a ‘due’ dinamico e faticoso, spesso devastante che approda ad una solida amicizia.
Parigi anni ’20. La guerra e le terribili esperienze di trincea sono alle spalle, il presente in una realtà alto-borghese ha una dimensione ludica, il futuro è poco chiaro.
La liaison tra Antoine e Marianna nasce con dolorosa leggerezza ma, quando sfocia nella progettualità e diventa stabilità, perde l’entusiasmo. Se si è giovani rimane comunque l’urgenza di un riscatto, di una rigenerazione, non è possibile rinunciare alla passione, quello che è negato da un legame consolidato sfocia comunque nella clandestinità con una forza ed una violenza anche distruttiva. Antoine ha con la giovane cognata una relazione esaltante perché clandestina e senza speranza. Questa esperienza scardina le sue certezze ma le rimonta subito dopo: il rapporto con la moglie è tiepido ma importante e irrinunciabile.
Rientra quindi nel mondo delle ovvietà e delle necessità quotidiane. In fondo l’amicizia e la condivisione sono più importanti della passione“. La passione sembra un dono di Dio, troppo bello per essere vero. Si sente che Lui ce la concede solo per un certo tempo; una cosa così, invece, è tutta nostra… conquistata a fatica accumulata lentamente, distillata come un miele”.

di Elisa Cataldi

E’ la storia di “un” matrimonio. L’ambiente è quello borghese di inizio secolo, che risente dei danni materiali e morali della guerra appena finita.
L’analisi dolorosa e disincantata riguarda tutta la gamma dei sentimenti possibili: l’amore, la sofferenza, l’egoismo, la crudeltà…
E’ il realistico racconto del passaggio dalla precarietà del piacere, dalla vulnerabilità di una passione, alla rassicurante spesso ipocrita stabilità del matrimonio.
Il percorso è disseminato di intrecci di coppie con risvolti talvolta anche tragici.
C’è tutto quello che porta DUE persone a diventare una coppia.
“…uniti erano invincibili, separati erano i più deboli degli esseri umani”.
“…l’ebbrezza triste e folle dell’amore” che si trasforma nella sconfitta-vittoria di un rapporto coniugale cementato dall’abitudine, dal silenzio, forse da un certo tipo di complicità.

di Isa Bergamini

Fa pensare al “Girotondo” di Artur Schnitzler. Il tempo è diverso, l’uno scrive il tempo che precede la prima guerra mondiale, alle soglie quindi della fine dell’Impero Austro-Ungarico e Nèmirovsky il tempo dopo quella guerra, comunque le coppie da loro raccontate sono di una società in crisi.
Tanti sono i “Due” in questo libro oltre ad Antoine e Marianne, ma è come se le coppie sulla scena si staccassero dal fondale ed in primo piano fossero sotto intense luci ad occhio di bue. Due sulla scena, ma ognuno chiuso ed isolato nella sua luce. Così si oscura il fondale e naturalmente il contesto generale e l’interazione dei personaggi con il resto della società di quel tempo ed in quel luogo.
C’è una grande malinconia per l’equivoco e l’impossibilità di capirsi, la prevaricazione per la gelosia, la sopraffazione per la superiorità sociale, l’infelicità per la condizione dell’impossibilità di vivere il proprio amore di Antoine ed Evelyn.
Una scrittura asciutta, essenziale in una pagina dove i protagonisti delle coppie non si scontrano, ma si esibiscono in splendidi abilissimi incontri “a fil di fioretto”.