di Elisa Cataldi

Romanzo avvincente, scanzonato, imprevedibile! Sei lì che ti godi una scrittura frizzante, arguta, accattivante, ti ritrovi a sorridere di questo Humbert Humbert divertente, ironico ed autoironico, machiavellico quando…. ti soffermi un attimo e ti rendi conto che si sta parlando di vera e propria perversione sessuale, di pedofilia, di situazioni pesantissime e molto dolorose. Ma non riesci a provare la dovuta indignazione!
E’ la storia di un amore malato fra un 40enne europeo ed una 12enne americana: l’ossessione sessuale di un uomo mentalmente disturbato per una “ninfetta” perfida, bugiarda, calcolatrice.
Ma… chi è la vittima? Chi è il colpevole?
Sia H. H. che Lolita hanno conosciuto la mancanza di amore: lui perché la madre è morta colpita da un fulmine quando era molto piccolo. Lei, perché la madre con la quale vive da sola dopo la morte del padre e di un fratellino, appare un po’svampita e non mostra alcuna vera attenzione per questa ragazzina che sta diventando donna a modo suo, senza esempi né regole. Questo basta a giustificare? Certamente no, però…
Humbert Humbert è un impostore, un mistificatore, pensa di condurre il gioco fin dove vuole, grazie ad espedienti e ricatti. Pensa di amare Lo alla follia, ma non c’è nessun amore, nessun rispetto, nessuna compassione, neanche la stima né per lei, né per nessuna altra donna: tutte le sue fantasiose macchinazioni hanno l’unico fine di usarla per soddisfare la sua ossessione.
Ma la tela di ragno che le costruisce intorno, finirà per inglobarlo e per distruggerlo.
Alla fine proverà la gelosia più morbosa: il suo giocattolo è stato carpito da qualcun altro (Claire Quilty) e lui non può sopportarlo perché Lo era un suo possesso e per questo…arriverà ad uccidere e finire i suoi giorni in galera.

di Antonella De Maio

Un libro ben scritto/tradotto, pieno di ironia e di citazioni letterarie mai esplicite, disseminate qua e là (ne ho trovate di Shakespeare e di Dostoevskij). Colpisce la misoginia di Humbert, soprattutto quando parla di Charlotte “Lei mi nuotava accanto, otaria goffa e fiduciosa.” p.113. Direi che la scrittura rivela un certo gusto cinematografico nel descrivere le situazioni, si pensi al passaggio della morte di Charlotte: i lettori l’hanno lasciata in lacrime nel salotto, mentre scrive delle lettere dopo aver letto il diario di Humbert ed ecco che squilla il telefono e, con un colpo di scena, i lettori apprendono che Charlotte è riversa sull’asfalto, morta dopo essere stata investita da un uomo che assomiglia a un babbuino. Che dire poi del sarcasmo, ai limiti del cinismo, di alcune descrizioni, tipo quella del rozzo Charlie “…che aveva il sex appeal di una carota cruda..” p.174?

Per quel che riguarda il film, bisogna considerare che il regista, così come il traduttore, reinterpreta il testo a cui si ispira, fino a farne un’opera indipendente. Solo se si adotta questo punto di vista si può apprezzare il bianco e nero della pellicola; il non detto adeguato al 1962, anno dell’uscita del film; la scelta di Sue Lyon per la parte di Lolita, odiosa e scialba sì, ma perché non doveva essere troppo bambina (del resto anche nella versione del 1996 la Swain/Lolita era già troppo donna per quel ruolo). Usare un minore in un film è cosa molto più delicata che dipingerlo, come faceva Balthus nei suoi quadri: lui sì che si poteva permettere di mostrarci delle vere Lolite, maliziose e provocanti, anche in pose esplicite e sguaiate. Un po’ come qualche quadro di Tamara de Lempitcka che ritrae sua figlia con i calzini bianchi bene in vista e lo sguardo sognante.

di Emanuele Triggiani

La mia rilettura (dopo 50 anni) del libro di Nabokov mi ha suscitato un primo senso di entusiasmo per la squisita sensibilità dimostrata nel cogliere e descrivere le sensazioni emotive della pubertà. Proseguendo nella lettura ho, tuttavia, avvertito la limitazione dell’angolo visuale, ristretta al sentimento esclusivamente maschile, mentre del tutto ignorato è il sentimento dalla visuale femminile (La ninfetta appare solo come immagine inerte, priva di spiritualità). L’opera diviene quindi solo una minuziosa, maniacale e un po’ monotona “dissezione” di un rapporto malato. Così come in un’autopsia viene estratto ed analizzato ogni organo e descritte le sue condizioni alla ricerca dell’elemento patologico e senza alcun riferimento alle condizioni spirituali ed emotive di un corpo. Quanto al finale… mi è parso un mero espediente per un epilogo da “film giallo”.

di Isa Bergamini

“Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.
She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock. She was Lola in slacks. She was Dolly at school. She was Dolores on the dotted line. But in my arms she was always Lolita.”
L’incipit di Lolita, poesia che annuncia un libro poetico e struggente. Humbert Humbert racconta la sua versione di quel che è successo e racconta storie difficili di morti, di prigionia, di disprezzo, di infelicità, di possesso presentato come amore, stabilendo con il lettore però un rapporto di complicità in una pagina, quella del suo diario, che irretisce con una scrittura complessa, sapiente, ricca di colti rifermenti letterari e visivi e poi soprattutto con un’ironia che ferisce dove punta.
Leggendo impariamo a conoscere Humbert Humbert, ma Lolita resta a noi chiusa tra i fili che quel ragno tesse intorno a lei. Lolita è sottratta alla sua vita normale di adolescente, ai suoi compagni, ai suoi giochi anche a quelli erotici fra coetanei. Lolita è infelice, piange tutte le notti e non ha voce per raccontare.
Il libro ha fatto paura a molti quando Nabokov lo aveva scritto, l’accusa di pornografia, in realtà non esistente nel testo, era solo un pretesto, forse c’era solo la paura di riconoscersi in Humbert Humbert.

di Amalia Mancini

Questo libro, che leggiamo ancora con interesse e ammirazione, a distanza di oltre 60 anni dalla sua pubblicazione, non finisce mai di stupirci.
E’ la storia di un singolare amore tra un quarantenne di origine europea e una dodicenne americana.
La evidente differenza di età ha scandalizzato e continua a scandalizzare alcuni. Ma non è un romanzo per pedofili. E’ molto di più. E’ un romanzo d’amore, di un amore impossibile, malato.
Lolita, la protagonista, è paragonata da Humbert Humbert a una “ ninfetta”. Chi amava, nella cultura classica, le ninfe era punito a sprofondare nella follia e perdeva se stesso, la propria lucidità.
Così accade a Humbert. Cercherà di possederla, ma quando ci riuscirà Lolita fuggirà via, più inafferrabile dell’acqua a cui le ninfe appartengono.
Lolita è comunque un mistero: ambigua, enigmatica, bugiarda, falsa, superficiale. Sembra essere lei la regista di tutto il complicato intreccio, anche se Humbert non ne sarà mai consapevole, se non alla fine.
Eppure ha solo dodici anni.
Nabokov ha affermato che Lolita rappresentava l’America, mentre Humbert l’Europa.
E lui è l’Europa che ama la giovane America.
E’ l’America degli anni cinquanta che emerge con la sua provincia, gli alberghi, motel, ristoranti, centri commerciali, cinematografi. C’è sarcasmo nella descrizione delle donne americane, delle loro abitudini di vita, delle loro pruderie come se fossimo di fronte alla Commedia umana di Balzac.
Tutto il testo è pervaso dall’ironia celata o manifesta di Nabokov, che annota scrupolosamente ogni particolare da bravo entomologo quale era.
Nabokov ci regala nel finale una lezione di vita da non dimenticare: “Penso… al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita.