di Carmela Masciale

Ho letto quest’Opera nel 1988 e riletto un mese fa a 25 anni di distanza. Ne ricordavo per sommi capi la vicenda, ma ricordavo benissimo la figura di Zenone. Il libro mi era piaciuto molto e rileggerlo mi ha ridato le stesse emozioni provate in passato. Non ho dovuto studiarlo, analizzarlo, cercare collegamenti filosofici, teologici perché non ho basi culturali umanistiche per poterlo fare; mi sono lasciata condurre, nello snodarsi delle varie vicende, da Zenone e l’ho seguito lungo il suo percorso.Cosa mi avesse colpito sin dalla fine del primo capitolo “la strada maestra” era l’affermazione di Zenone che intraprendeva questo viaggio per cercare se stesso. Ed io mi sono messa in cammino al suo fianco fino alla fine. Di questo personaggio io ho condiviso il suo ateismo, le sue tante meditazioni sul cielo, il mare, la natura, le creature che popolano la terra e soprattutto sull’uomo.
Chi è Zenone? Filosofo, teologo, alchimista, medico, nato a Bruges nei primi anni del XVI secolo; viaggia in Europa ed in Oriente ed ovunque vada, esercita la sua professione di medico, non fa distinzioni di casta o di credo religioso, ma presta le sue cure a chiunque abbia bisogno di assistenza.
La meravigliosa descrizione degli organi vitali di un corpo ridesta tante immagini concrete sul funzionamento di una “macchina umana”: I polmoni erano il mantice che rianima la brace, la verga un’arma da getto, il sangue nei meandri del corpo l’acqua dei ruscelletti in un giardino d’Oriente, il cuore la pompa o il braciere, il cervello l’alambicco ove si distilla un’anima.
Zenone cerca di alleviare il più possibile il dolore fisico: paga i boia per strangolare i condannati prima del rogo; diventa vegetariano perché anche gli animali soffrono quando sono uccisi e lui “non vuole ingoiare e digerire agonie”.
Zenone ha un bellissimo rapporto con la natura, i campi verdeggianti, i boschi pullulanti di tante creature, il cielo con miriadi di colori e di stelle ed il mare, la sabbia frutto della frantumazione millenaria delle rocce. Tutto ciò che lo circonda viene analizzato ed elaborato portandolo a non credere più in un Essere supremo che regola tutto e questo, per l’epoca e per la Chiesa, è eresia.
Egli sarà condannato. Non rinnega le sue convinzioni con una ritrattazione che gli salverebbe la vita; teme il dolore fisico e sceglie la libertà di autoeliminarsi. La descrizione del suo morire è di una bellezza unica; il passaggio dalla vita alla morte non è cruento, è uno sfolgorio di colori che si susseguono con varie nuances per approdare verso un’agognata pace.

di Amalia Mancini

L’Opera al nero è un romanzo storico ambientato nella Bruges del Cinquecento.
Come sempre al centro delle opere della Yourcenar è l’uomo, con i suoi dubbi sulla vita e sulla morte, le sue domande sull’esistere.
Come per Adriano, Zenone incarna un’epoca, un tempo con tutte le sue contraddizioni, ne rappresenta i dilemmi irrispondibili.
Nato bastardo, in una ricca e potente famiglia borghese, è a malapena tollerato. Basa tutta la sua vita sulla conoscenza e sulla ricerca.
Diventa un uomo di scienza curioso, preciso, attento, rispettoso del dolore e della malattia. Si muove in uno scenario che ci appare oscuro, cupo, come alcuni quadri fiamminghi.
Zenone è alla ricerca di quel bagliore che illumini le coscienze, le attraversi restituendo loro la pace che la parola, la fede non riesce a dare. La sua anima è una flebile luce che filtra da una lontana finestra per mostrare al mondo la via della ragione.
Vive in un tempo storico oscurato dalle guerre di religione, i dogmi sono messi in discussione e la chiesa di Roma deve riappropriarsi del suo potere. Lo fa attraverso tribunali d’inquisizione e i processi che porteranno al rogo, anziché dibattiti e dispute come ambirebbero alcuni intellettuali o filosofi. Tutti vivono nella paura della delazione e punizione.
Zenone vaga per l’Europa alla ricerca di nuovi saperi, nuovi medicamenti e cure. Si spinge al nord e al sud del mondo per apprendere l’arte medica, che è anche arte del vivere.
Il libro si dipana in diverse storie che si intrecciano creando un affresco vivo e verosimile dei luoghi e tempi descritti.
Zenone si affanna alla ricerca di una ragione per vivere. E’ solo, sempre con se stesso, con i suoi pensieri che lo tormentano e i suoi ricordi che lo addolorano.
Non è felice, e se come ha affermato di recente la Maraini, la felicità è un respiro, sarà la morte a liberarlo dalle ombre, che con il loro fiato greve, da sempre lo opprimono.
Molte sono le pagine che ci turbano e coinvolgono. Nell’ultima, poi, la Yourcenar ci regala un esempio altissimo di scrittura, qui, anche il lettore più titubante, ne viene alla fine conquistato.