di Ninni Boccia

L’essere ritornato recentemente nella Caserma Rossani grazie all’ADIRT, ha resuscitato in me un antico ricordo! Risale agli anni 1940-41. Avevo 7 anni, figlio di un ufficiale del Regio Esercito Italiano in servizio permanente con il grado di maggiore presso il 14° Reggimento di Artiglieria da Campagna che a quell’epoca, all’inizio della seconda guerra mondiale, era di stanza nella Rossani, prima di essere spostato per motivi tattici nel Salento e successivamente in Liguria.

Un mattino accolsi con entusiasmo la proposta di mio padre di accompagnarlo in caserma. Ci muovemmo da casa al n° 25 del lungomare N. Sauro, che allora, sbarrato da cassoni in cemento antiflutti, terminava all’altezza della Legione dei Carabinieri: lui sulla sua bicicletta Caesar ed io sulla mia biciclettina. Percorremmo strade allora del tutto sgombre di auto, passando per la Madonnella, il sottovia Sant’Antonio (con l’accortezza di non finire con la ruota della bici nel binario del tram per Carbonara) e il tratto dell’extramurale Capruzzi permeato dall’effluvio greve di salumi baccalà e formaggi, esalato dai magazzini all’ingrosso esistenti in quella via allora periferica. Le strade erano lastricate con basole vulcaniche di colore antracite, qua e là imbrattate di sterco e piscio con relativi effluvi dei quadrupedi in transito, al tiro di carrozze del servizio pubblico dal nero mantice, e di carri e sciaraballi. In alto sul muro di alcuni stabili, gli slogan del regime fascista in caratteri cubitali di color nero, della serie: “CREDERE OBBEDIRE E COMBATTERE”.

Accedendo nella caserma Rossani dal cancello su Corso Sicilia (ora B. Croce), il lato destro del viale interno era occupato dal grande maneggio, con ostacoli e siepi, trasformato nel dopoguerra in campo di calcio e sul quale molto tempo dopo l’impresario Ferdinando Pinto avrebbe iniziato e poi interrotto la costruzione del nuovo Petruzzelli dopo l’incendio del 27 ottobre 1991.

Perché il maneggio? Perché il 14° Artiglieria, per essere un reparto ippotrainato, aveva una gran quantità di cavalli che in coppia venivano adibiti al traino dei cannoni 100/17 in dotazione, leggeri e manovrabili, per un agile e celere impiego tattico sul terreno. Ne conseguiva la grande familiarità di ufficiali e soldati con l’individuo cavallo…tant’è che ricordo mio padre per lo più in divisa con stivali e speroni e talvolta col frustino in mano o sotto l’ascella. Mi raccontava d’aver anche fatto da istruttore, mettendoli a cavallo, di giovani ufficiali di complemento, tra cui alcuni baresi successivamente divenuti noti professionisti.

All’interno del complesso vero e proprio, una volta varcato il cancello con garitta e sentinella e subito dopo la palazzina comando posta sulla destra, la vasta area ingentilita da aiuole ben curate con primule e viole del pensiero era occupata dai capannoni in muratura tuttora esistenti, adibiti a scuderie, ricovero cannoni e alloggiamento truppa.

Dovunque soldati indaffarati, in divisa grigioverde con scarponi dalla suola fittamente chiodata, pantaloni alla zuava, polpacci serrati fin sotto il ginocchio da fasce di tela a mo’ di gambali, in testa la bustina d’ordinanza. A tratti, risuonava improvviso lo squillo di tromba a scandire l’attività della caserma.

Ricordo d’aver indugiato sull’uscio di una scuderia, investito da una zaffata di stallatico equino, per osservare un giovane artigliere impegnato nella toilette del cavallo: per pulire e lucidane il pelo strofinava energicamente il manto equino passandovi sopra in senso rotatorio e in rapida successione prima la “striglia” (una sorta di spazzola metallica) impugnata con una mano e poi la “brusca” (una spazzola di crine) tenuta con l’altra mano. Contemporaneamente fischiettava l’aria di Lili Marlene.