di Amalia Mancini

Ci sono tanti modi per elaborare un lutto, cancellare un passato con un peso non indifferente sulla propria esistenza,  soprattutto se si tratta di una guerra mondiale, la prima,  inutile carneficina di cui si è stati testimoni, come accadde a E. M. Remarque: le piaghe che lo avevano tormentato per l’intero conflitto indugiarono a richiudersi, tanto da costringerlo a scrivere  un romanzo importante come “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, per accusare i potenti di quell’inutile ecatombe.

Le ferite però, invece di rimarginarsi, si inasprirono, restarono dentro come un dolore sordo, un tarlo silenzioso che continuò a perseguitarlo per molto tempo ancora. Non bastò denunciare. Il mondo intorno a lui cambiò velocemente e gli ideali della Germania non furono più i suoi. Il nazismo dilagò  e il nostro scrittore vide  i suoi libri gettati nel rogo, bruciati, disintegrati insieme al suo sogno di un mondo migliore. Non gli  restò che la fuga.

Più di venti anni dopo, nel 1962, scriverà La notte di Lisbona. Questo libro con i suoi toni pacati, le verità dette e non dette, mette alla luce il dolore dell’allontanamento, della fuga dal proprio paese di origine, dal proprio territorio di appartenenza,  alla ricerca di sicurezze nuove. Persiste il bisogno di raccontare, di mantenere una memoria del proprio vissuto con la speranza di poter continuare a vivere nel ricordo. Nel testo il protagonista affida ad uno sconosciuto la propria storia come fosse un alter ego, quasi fosse una storia allo specchio.

I due si conoscono a Lisbona, là dove il Tago si incontra col mare, entrambi clandestini, con alle spalle episodi di sopravvivenza, nello stesso luogo in cui le acque si intersecano, le loro  identità saranno scambiate, forse  seguono un misterioso rito  per  continuare a vivere.

In questi tempi di migranti in fuga, clandestini che muoiono alla frontiera o su barconi alla deriva, che differenza fa? Anche loro sono uomini allo sbando, disposti a qualunque sacrificio pur di salvarsi, in un mondo che a volte va stretto a qualcuno. La storia, le storie si intrecciano e sono sempre le stesse. Si racconta la vita, la difficoltà del vivere e del sopravvivere.

Lo scrittore ci narra la sua storia come fanno tanti, l’eroismo della normalità, cercando la compassione del lettore, forse smarrita, dimenticata da qualche parte, oggi, probabilmente, abbandonata in qualche coda dietro una cassa di un ipermercato.