Di Elisa Cataldi

Bellissimo. Fra le più struggenti testimonianze contro la guerra e tutti i regimi, che io abbia mai letto.

Con una scrittura sobria ma fortemente lirica, l’autore ci fa vivere in quattro racconti, il dramma collettivo della Guerra Civile Spagnola, ma dalla parte dei vinti.

Le paure, le ansie, le speranze, i dubbi, la precarietà.

Non c’è il retorico eroismo degli sconfitti. Non c’è eroismo nel consegnarsi al nemico un momento prima che il Franchismo vinca (I), o assistere impotente alla morte della moglie e del suo neonato (II), o ad inventarsi una morte onorevole e dignitosa del figlio del proprio carnefice pur di allontanare la condanna a morte (III) o a nascondersi in un armadio per anni pur di non essere mandato a morte in quanto comunista!(IV)

Qui ci sono esseri umani, con le loro umanissime paure che però alla fine vengono sempre riscattate in un momento finale di dignità, in un istante in cui diventa chiaro che c’è qualcosa di ancora più importante della propria vita, qualcosa come l’amicizia, gli affetti, i propri Valori.

E’ una narrazione amarissima, di lucida disillusione, nella quale emerge chiara anche la delusione, l’assenza di fierezza, lo svuotamento morale dei vincitori che, a furia di perpetrare barbarie e infliggere dolore, ne hanno dimenticato anche lo scopo. Ed ecco delineare i profili dei vincitori che…”  vogliono solo tornare alle loro case, dove giungeranno non come militari vittoriosi, ma come estranei alla vita, assenti da se stessi e si trasformeranno a poco a poco in carne da sconfitti…” (37, 67, 72).

E proprio in questo che ho trovato il senso stesso titolo:  I girasoli ciechi non possono guardare il sole, sono disorientati, non vedono la differenza fra la luce ed il buio, fra il bene ed il male, fra vincitori e vinti.

E’ una storia che tocca le corde più profonde, senza la necessità di usare toni enfatici o scendere in particolari raccapriccianti. Privilegia momenti di poesia pura, come quando ci racconta l’effetto di sentirsi dopo tanto tempo chiamare per nome (68) oppure quando ci parla dell’amicizia che nasce fra Juan Serra ed il sedicenne con i lendini (III) o ancora quando…”trovò una certa somiglianza fra la scrittura e le carezze, fra le parole e l’affetto, fra la memoria e la complicità” (81)

Si tratta di 4 racconti, ma  ci sono personaggi e situazioni che legano un racconto all’altro. Carlos Alegrìa di pag 90 (III) ha lo stesso nome e la stessa storia (mancato dal plotone di esecuzione) del capitano del I episodio.

Nel IV episodio (pag 119) Elena, la figlia maggiore di Ricardo ed Elena, sorella di Lorenzo, è fuggita minorenne incinta con un giovane poeta …”pareva  trasfigurarsi quando recitava Garcilaso”- vedi episodio III

Alberto Mèndez, nato a Madrid nel 1941, vi morì nel 2004, un anno prima di vincere per questa sua opera, prima ed unica, il Premio Nazionale di Narrativa

Dal libro è stato tratto nel 2008, l’omonimo film di Josè Luis Cuerda