Di Elisa Cataldi

Nathan Zuckerman, citando Kafka, afferma:…

Credo che dovremmo leggere solo quei libri che ci mordono e ci pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci scuote, cosa lo leggiamo a fare?”

(dall’esergo di “Roth scatenato” di Claudia Roth Pierpont)

Bene, è proprio questo l’effetto di questa storia. Un libro complesso e durissimo, con l’intensità di una tragedia moderna capace di graffiarti l’anima, di darti un’emozione indelebile, di metterti di fronte a mille interrogativi, perché non è un romanzo consolatorio, non da facili risposte, non conosce “lieto fine”, è una storia fatta per sparigliare, per portare il disordine, il dubbio, per proporre la vita in tutta la sua crudele realtà. Tematiche universali come la famiglia, il rapporto genitori figli, la costruzione della propria identità, la psicanalisi, il laicismo ebraico,la memoria ,la malattia e la paura della morte e, soprattutto in questa storia, l’America degli  anni ’60-’70 con tutte le sue contraddizioni.

Tutti  temi cari a Philip Roth, ripetutamente affrontati nei suoi diversi libri sempre con grande acutezza ed ironia, con la sua grande capacità di esplorare l’interiorità umana, con la sua penetrante satira del contemporaneo, la sua irriducibile idiosincrasia per il conformismo, l’ipocrisia,  per il “politicamente corretto”,  per i comportamenti più aderenti alle attese degli altri che alle proprie istanze più profonde  e personali.  Roth nutre una antipatia viscerale e una innata diffidenza nei confronti delle persone che si misurano con la perfezione, che hanno sempre l’esigenza di sentirsi “giuste”, “a posto”, “buone”:  le trova banali, noiose, indecifrabili rispetto ai loro veri desideri e alle loro istanze più spontanee. Il modo per sentirsi vivi è…sbagliare!!!

Ma Ph. Roth capisce le ragioni di tutti, per lui ognuno ha un po’ di torto e un po’ di ragione. Non condanna, cerca di capire, di scandagliare le profondità dell’animo umano! Non gli interessa fornire le soluzioni, gli interessa molto di più porre i problemi, ci presenta personaggi dilaniati dal dubbio e dalla sensazione di inadeguatezza, a fronte di una “facciata” sicura e priva di problematiche. Una “pastorale”dovrebbe essere la vita dello Svedese, il protagonista: così lui se la è pazientemente costruita, è questo che lui, di origini ebraiche, desidera e pensa di meritare, un perfetto armonioso inserimento nella società americana, se non fosse per una “variabile” assolutamente inattesa e impazzita, la figlia Merry che finirà per svelare il suo “tallone di Achille” e lo rivelerà attaccabile come ogni comune mortale! La storia ( della quale qui non ci si addentra per non togliere interesse al lettore) si dipana avvincente e piena di colpi di scena, ma alla fine, quello che si può concludere è che se la vita è relazione, viene prima la relazione con se stessi, poi quella con gli altri, figli compresi. Il tuo modo di essere, quello che hai costruito per te stesso finirà per entrare in tutte le tue relazioni !!!

Bellissimo. Indimenticabile.