Stoccolma 10 dicembre 1950

  1. W. Faulkner. Il discorso in occasione del conferimento del Premio Nobel

Traduzione di Fernanda Pivano

“Signore e Signori,

io credo che questo premio non sia dato a me come uomo ma al mio lavoro: il lavoro di una vita nell’angoscia e nel sudore dello spirito umano, non per la gloria e meno di ogni cosa per profitto, ma per creare fuori dai materiali dello spirito umano qualcosa che non esisteva ancora. Così questo premio è soltanto mio in custodia. Non sarà difficile trovare come utilizzare il denaro in parte legato allo scopo e al significato della sua origine. Io vorrei fare lo stesso con il plauso, usando questo momento come apice dal quale potrei essere ascoltato da giovani uomini e giovani donne già devoti alla stessa angoscia e allo stesso travaglio; tra i quali c’è già chi n giorno si troverà qui dove ora mi trovo io.

La nostra tragedia oggi è una para fisica generale e universale, sostenuta così a lungo che possiamo perfino sopportarla. Non ci sono più problemi dello spirito. C’è soltanto la domanda: Quando salterò in aria? A causa di questo, il giovane o la giovane che scrivono oggi hanno dimenticato i problemi del cuore umano in conflitto con se stesso, il solo che possa produrre una buona scrittura perché soltanto questo è degno di essere scritto, degno dell’angoscia e del sudore.

Deve imparare di nuovo a conoscerli, Deve insegnare a se stesso che la più vile di tutte le cose è avere paura; e insegnando a se stesso questo, dimenticando per sempre, senza lasciare spazio sul suo tavolo di lavoro per null’altro che non siano le antiche verità del cuore, le antiche verità universali senza le quali qualunque storia è effimera e dannata: amore e onore e pietà e orgoglio e compassione e sacrificio. Se non farà così, faticherà sotto una maledizione. Non scriverà di amore ma di libidine, di sconfitte in cui nessuno perde il suo valore, di vittorie senza speranza e, peggio di tutto, senza pietà o compassione. I suoi dolori non addolorano ossa universali e non lasciano cicatrici: non scrive per il cuore ma per le ghiandole.

Fino a quando non tornerà a imparare queste cose, scriverà come se stesse a guardare la fine dell’uomo. Io mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo. E’ abbastanza facile dire che l’uomo è immortale soltanto perché resisterà: che quando l’ultimo ding dong del destino ha suonato e si è spento dall’ultima roccia senza peso sospesa fuori dalla marea nell’ultima sera rossa e morente, che perfino allora ci sarà ancora almeno un suono: quello della sua minuscola voce inesauribile che ancora sta parlando. Io mi rifiuto di accettare questo. Credo che l’uomo non si limiti a resistere: credo che vincerà. E’ immortale, non perché è il solo tra le creature ad avere una voce inesauribile, ma perché ha un’anima, uno spirito capace di compassione e sacrificio e sopportazione. Il dovere del poeta, dello scrittore è di scrivere su queste cose. E’ suo privilegio aiutare l’uomo a resistere innalzando il suo cuore, ricordandogli il coraggio e l’onore e la speranza e l’orgoglio e la compassione e la pietà e il sacrificio che sono stati la gloria del passato. La voce del poeta non ha da essere soltanto la memoria dell’uomo, può essere uno dei sostegni, dei pilastri che lo aiutano a sopportare e a vincere.”