NAPOLI

 28 febbraio – 2 marzo 2018

 A cura di Angela Mengano

Mercoledì 28 febbraio 2018

Siamo in 43 questa volta. Con qualche ora di autostrada raggiungiamo Napoli. Il nostro pullman stenta a districarsi, come fanno disinvoltamente gli automobilisti napoletani, nel traffico caotico dell’ora di punta. Finalmente raggiungiamo l’hotel Palazzo Caracciolo, magnifica dimora nobiliare adattata ad albergo, munita di ogni comfort.  La zona in cui è collocato, non lontana dalla Stazione Centrale, è popolosa e anche un tantino degradata. Però siamo in via Carbonara, ottimo punto di partenza alla scoperta del nucleo più antico della città, di cui cogliamo i primi segni: proprio di fronte a noi è la magnifica Chiesa di San Giovanni a Carbonara, che visiteremo domani.

 

H. Caracciolo
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Lasciati in camera i bagagli, ci spostiamo in pullman per andare al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che in questo periodo ospita la Mostra, proveniente da Pavia e destinata successivamente a San Pietroburgo, “I Longobardi. Un popolo che cambia la storia”. Nell’atrio ci dà il benvenuto l’enorme stupenda testa di cavallo bronzea, opera di Donatello. Per ottimizzare la visita ci dividiamo in due gruppi di circa venti persone, ciascuno con una guida, suddivisione che ci permetterà di muoverci agevolmente in questi tre giorni. Oggi per il nostro gruppo la guida è Lia.

La mostra, frutto del lavoro di un team di studiosi, punta lo sguardo su un popolo da conoscere meglio per capire la nostra storia, e che – a parte l’unica fonte riconosciuta nell’opera di Paolo Diacono – sembra non abbastanza indagato finora, mentre a poco a poco gli archeologi ne vanno riportando alla luce testimonianze e segni di una presenza consistente quasi in tutta la penisola e soprattutto nell’Italia Meridionale.  In esposizione oggetti – alcuni molto belli – provenienti da più parti, che rivelano gli elementi identitari di questo popolo guerresco ma tutto sommato capace di integrarsi con le popolazioni autoctone e con significative abilità nell’architettura, nelle arti, nell’oreficeria (molto bravi nella lavorazione dei metalli; stile animalistico, ricorrenti le figure di animali nelle decorazioni). Gisella, ispirata, evoca l’Ermengarda manzoniana con i fili d’oro intrecciati ai capelli. Lucia, che ha già visto la mostra a Pavia, trova che la mostra napoletana è più bella dell’altra. Lia, la nostra guida, ci rivela di aver studiato a Matera le chiese rupestri. Resta del tempo, ne approfittiamo per ripercorrere le sale e rivedere le opere rimaste impresse nella memoria, come le sculture della collezione Farnese (tra cui il bellissimo gruppo della Punizione di Dirce o Toro Farnese), i mosaici pompeiani (in cui spicca “La battaglia di Isso” proveniente dalla Casa del Fauno), il Gabinetto Segreto (con i reperti a sfondo erotico), le opere scultoree della Villa dei Papiri di Ercolano (con le due celebri statue in bronzo di corridori).

 

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     longobardi

 Lasciato il Museo, percorriamo a piedi via Pessina fino a piazza Dante, dove scendiamo nella Stazione metropolitana, per fare – con un biglietto unico di sola andata – il giro delle stazioni più belle, quelle che su progetto di Bassolino, sindaco dell’epoca, e di Achille Bonito Oliva, e con il concorso di idee di artisti e architetti di fama sono state abbellite con opere e installazioni di arte contemporanea. A piazza Dante Kosuth, Pistoletto, il grande pannello a mosaico di Nicola De Maria “Universo senza bombe etc.” Kounellis; dalla installazione di quest’ultimo rubarono alcune paia di scarpe, per bravata, non per bisogno.  All’Università, il progetto dell’anglo-egiziano Karim Rashid, un trionfo di colori digitali, con prevalenza di fucsia e lime, la scultura Synopsis, evocante le sinapsi del cervello.  A Toledo, la più spettacolare, si passa dal nero dell’asfalto in superficie al blu del mare in profondità   (Oscar Tusquets Blanca e William Kentridge con i suoi mosaici).

 

Metro
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Quando usciamo all’aperto, siamo già vicini a piazza San Carlo; qui ci attende il pullman per il ritorno in albergo, dove è programmata la cena; qualcuno preferisce godersi ancora un po’ la città passeggiando. Cena in albergo. Poi ci ritiriamo per la notte nelle nostre (a dir poco) scenografiche stanze.

 

Giovedi  1 marzo

La guida di oggi si chiama Maria ed è napoletana verace, anzi ischitana. Trovo piacevole il suo linguaggio colorito (ci siamo assiepati qui davanti a questa chiesa…); si riferisce alla magnifica San Giovanni a Carbonara, a cui si arriva risalendo una scalinata “a tenaglia”, disegnata da Ferdinando Sanfelice. E’ stato definito “il pantheon della dinastia angioino-durazzesca. Desta ammirato stupore il grandioso monumento a Ladislao di Durazzo, fatto erigere dalla sorella Giovanna II, dietro il quale (siamo nell’abside) si cela un’altra meraviglia, la Cappella Caracciolo del Sole, interamente affrescata e pavimentata da maioliche raffiguranti una selva di simboli, animali e volti umani (qui vi è anche il monumento funebre di Sergianni Caracciolo, amante della regina angioina). Tra le altre cose notevoli di questa chiesa, la cappella Caracciolo di Vico, gioiello di architettura del Rinascimento per il quale si è ipotizzata anche l’attribuzione alla scuola del Bramante; poi, in un’altra cappella, una Crocifissione dell’aretino Giorgio Vasari, presente a Napoli con molte opere.

Poco lontano, ecco il MADRE, che abbiamo scelto per una mostra qui allestita, Pompei@Madre. Materia Archeologica, progetto espositivo che fa dialogare arte contemporanea (Daniel Buren, Rebecca Horne, Mimmo Jodice, Anish Kapoor, Iannis Kounellis, Sol Lewitt, Mimmo Paladino, Giulio Paolini, Richard Serra e tanti altri) con i reperti pompeiani sia autentici sia fedelmente ricostruiti.

 

 

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Pausa caffé in via Duomo, per poi proseguire in via Tribunali dove visitiamo la chiesa di S. Maria del Purgatorio ad Arco, bella chiesa barocca, non mancante di opere di autori di assoluto rilievo, come Luca Giordano, Stanzione e Vaccaro, ma soprattutto interessante per la rappresentazione di quel rituale delle “anime pezzentelle” o “capuzzelle” che molto racconta del rapporto tutto speciale, non negativo, della più autentica anima di Napoli con la morte, come ci dimostra la nostra guida facendoci notare  i tanti teschi presenti ovunque, nella facciata,  nei decori scultorei  dell’altare, e soprattutto nell’ipogeo disseminato dei famosi teschi oggetto della devozione popolare.  Nell’intervallo del pranzo ci separiamo, dandoci appuntamento al Campanile della Pietrasanta, sempre in via dei Tribunali. Ci dividiamo tra le varie rinomate pizzerie di antica tradizione, mentre un nutrito gruppo opta per il Cristo velato della Cappella Sansevero, capolavoro di arte barocca del Sammartino, rievocato dall’ultimo film di Ferzan Ozpetek,”Napoli velata” appunto.

Da via dei Tribunali, passando per Port’Alba, ci troviamo su via Toledo. Dove io mi concedo, sull’onda dei ricordi, un gelato nell’antica Gelateria della Scimmia in piazza Carità.

Ultima visita in programma nel pomeriggio, a palazzo Zevallos, sede di Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, la Mostra “Da De Nittis a Gemito: i napoletani a Parigi negli anni dell’impressionismo”.

Approfittando del tempo libero prima di cena, insieme ad Adriana, ritorniamo a piedi attraversando tutto il centro di Napoli. Sosta per visitare la chiesa di S. Anna dei Lombardi, rilevante testimonianza del rinascimento toscano a Napoli. Degni di nota gli affreschi nella Sacrestia Vecchia, interamente affrescata da Giorgio Vasari (1544) e il gruppo scultoreo di terracotta raffigurante il Compianto sul Cristo morto di Guido Mazzoni (1492). All’inizio di Spaccanapoli ci accoglie l’imponente Statua del dio Nilo – per i napoletani “il Corpo di Napoli”; poi è d’obbligo la sosta golosa nella Taralleria napoletana di via S. Biagio dei Librai, per un assaggio dei tradizionali taralli partenopei sugna pepe e mandorle. Non lontano da qui si trova anche il mitico “ospedale delle bambole”, piccola clinica che affascina grandi e piccini.

Stasera si va a cena fuori: a piedi, in via Foria, raggiungiamo la storica pizzeria Lombardi 1892. Dove gusteremo i buoni cibi della tradizione napoletana (alicette fritte, friarielli, mozzarella di bufala, maccheroni alla genovese, pasta patate e scamorza, babà) ma anche mandolino e voce per le canzoni – dalle napoletane classiche a Pino Daniele – con accompagnamento corale di tutta la compagnia.

 

Venerdi 2 marzo

La Farmacia degli Incurabili è un gioiello nascosto della città di Napoli, museo della medicina, testimone del progresso scientifico, della circolazione del sapere, del fermento culturale nella Napoli illuministica.  L’edificazione fu voluta da Maria Longo, nobile catalana vedova di un funzionario di Ferdinando di Aragona. Francesca, la giovanissima e bravissima guida (14 anni!) di turno oggi per accompagnare i visitatori ,  ci conduce attraverso le sale porgendoci una serie  di curiosità: per esempio, la sifilide che in Francia era detta “mal napoletano” a Napoli diventava “mal francese”; i vasi –  “albarello” per i liquidi dall’arabo “albaral” che significa “contenitore” e “maruffa” dalla parola che a Napoli denota la donna bassa e grassa, per i solidi; toccasana come la “teriaca”già usata da Mitridate re del Ponto, a base di carne di vipera; e altri strani elementi  di una farmacopea agli albori della medicina (polvere di mummia,  corna di cervo, denti di squalo,  noci che avendo  forma di cervello  curano la testa..). Nella prima sala, la “controspezieria”, ci investe un fortissimo odore di legno: l’imponente bancone e gli scaffali a parete, con i bei vasi, sono tutti in radica di noce finemente intagliato. Nel luogo in cui si preparavano i farmaci, simbolicamente rappresentati dall’immagine del diavolo (il farmaco che da un lato guarisce e dall’altro può divenire veleno) traspare come la moderna farmacologia nasca dall’intreccio tra magia e alchimia, a partire dalla ricerca della pietra filosofale.  Nel Salone di Rappresentanza, capolavoro del Settecento, ci raduniamo attorno allo splendido pavimento in maiolica (della stessa fattura di quelli del chiostro di santa Chiara) ascoltando Francesca, che sottolinea i motivi di interesse presenti. Straordinaria la grande tela a soffitto, recentemente restaurata, opera del Bardellino, raffigurante Macaone che cura un guerriero ferito (episodio tratto dall’Iliade, allegoria del principio di neutralità dei combattenti feriti, ispirato dal medico e politico Ferdinando Palasciano).  Anche qui le pareti sono interamente rivestite da vasi in maiolica; qua e là simboli massonici; ai quattro angoli sono raffigurati altrettanti scienziati, tra i quali Alessandro Volta; e tra l’altro sembra che le misure adottate nella costruzione siano le stesse del Tempio di Salomone, che consentivano la perfetta riproduzione della voce.  Alla fine della visita ci complimentiamo con la giovanissima guida, alla quale qualcuno nel gruppo augura di studiare ed entrare in politica diventando poi Ministro della Cultura.

 

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Andiamo con Alessandro, nostra guida, a Piazza del Mercato, una delle più importanti nella storia di Napoli, tristemente famosa perchè diventata, con gli angioini, luogo di pubbliche esecuzioni (ma anche di pubbliche feste). Il primo a essere giustiziato fu il giovane Corradino di Svevia (come ce lo ricordano i versi di Aleardo Aleardi” pallido altero e con la chioma d’oro”) fino ai martiri della rivoluzione del 1799, da Luisa Sanfelice a Eleonora Pimentel Fonseca e tanti altri.  Ma la piazza ricorda anche le gesta di Tommaso Aniello d’Amalfi, alias Masaniello, rivoluzionario controverso e sfortunato.   Nella contigua chiesa del Carmine, nata in puro stile gotico in seguito completamente nascosto sotto i fasti di età barocca, pare di entrare nel salone delle feste. Poi, poco a poco,  riconosciamo segni importanti della storia della città: il monumento a Corradino di Svevia, l’icona della Vergine Bruna  (chi non conosce la popolare esclamazione Mamma do Carmene, il Crocifisso miracoloso, legato alla credenza popolare che lo stesso  abbia reclinato il capo schivando i colpi degli aragonesi nell’assedio del 17 ottobre 1439 ; la tradizione dello svelamento annuale del Crocifisso alla devozione dei fedeli; il finto incendio del campanile coi fuochi pirotecnici (eccezionale: si può vedere su YouTube). E ancora: la sacrestia rococò, i bellissimi organi, gli eleganti confessionali. Qui furono celebrati i funerali di Totò e di Mario Merola.

Il nostro viaggio a Napoli si avvia alla conclusione. Chiudiamo in bellezza nella pace dei Camaldoli. Abbiamo con noi Marianna D’Arienzo, studiosa di botanica del territorio, se non ricordo male originaria di Amalfi, che ci farà da guida competente e appassionata anche nella visita dell’intero complesso. L’eremo dei Camaldoli a Napoli fu fatto erigere nel 1585 da Giovanni d’Avalos, figlio di Alfonso d’Aragona; per secoli abitato dall’Ordine dei Camaldolesi fondato da san Romualdo, in tempi recenti affidato alle suore brigidine. Che ci fanno ottima accoglienza con la classica pasta al forno del pranzo domenicale. Né è da meno tutto il resto, ma nella mia personale classifica metterei al primo posto la croccantissima insalata appena colta!! Dopo pranzo, una breve introduzione della professoressa alla vegetazione spontanea del luogo (ma qui c’è anche da ammirare il frutto del lavoro umano, orti e giardini a picco sul mare). Poi la visita alla chiesa. Pregevoli affreschi di grandi pittori napoletani, altare in marmi policromi attribuito al Fanzago, e niente chiostro – tiene a precisare Marianna – perchè qui si era in un eremo.  Abbracciando con lo sguardo il magnifico panorama del golfo di Napoli che si gode dal Belvedere salutiamo Marianna, che ci lascia con la lettura di alcuni frammenti del codice forestale camaldolese.