21 giugno 2022

Alejo Carpenter, “L’Arpa e l’Ombra“, Traduzione di Angelo Morino, Ed.Sellerio, 2020

proposto da Rosa Giusti.

di Rosa Giusti

Cristoforo Colombo…E’ stata la curiosità su questo personaggio a spingermi alla lettura de L’arpa e l’ombra, chè di lui tratta, in forma di romanzo storico, lo scrittore cubano Carpentier (1904-1980).
E di fatto il libro mi è servito a “scoprire” Colombo, colui che nell’accezione comune ha “scoperto” l’America. Ma insieme con lui ho “scoperto” Carpentier. Un bel risultato davvero, perché opera e autore si sono rivelati ben al di sopra delle mie modeste aspettative di approfondimento su Colombo.
La nazionalità latino-americana dell’autore presagiva una storia diversamente raccontata dall’altra parte del mondo e già questo mi pareva un elemento di novità interessante. Nella prima edizione di “El arpa y la sombra” (1979), attingo dalla postfazione di Angelo Morino, “Carpentier annotava di sentirsi irritato dall’insistenza agiografica del libro su Colombo di Claudel e più ancora da quello di Leon Bloy nonché dalle proposte della chiesa cattolica di beatificare il navigatore genovese e, rivendicando il diritto dei latino americani ad avere storia e identità proprie, che non fossero riflesso di quelle europee, si dedicava alla demistificazione di Colombo, non mirando ad “abbatterne le statue”, ma semplicemente a consegnarlo alla verità di uomo del suo tempo”.
Per scrivere in questa ottica, Carpentier si documenta attingendo a fonti storiche, e genialmente, struttura il libro sulla tentazione della Chiesa di fare santo Colombo, regalandoci una storia in massima parte vera e in parte verosimile, come deve essere un romanzo storico.
Nel primo capitolo ci imbattiamo in Pio IX che esamina la pratica di Colombo: ci sentiamo immediatamente avvolti in un’atmosfera tutta papalina, ridondante di ori e di riti e di gerarchie e di intrighi, descritta con modalità stilistiche involute e barocche. Il pontefice, che ha direttamente visitato l’America meridionale rimanendo impressionato dalla vastità dei paesaggi e dalla vivacità di una economia in fieri, è fatalmente attratto dal varo di un santo dei due mondi, di un santo marinaio, ponte tra l’Europa e l’America, che riconfermerebbe Urbi et orbi, l’autorità e il dominio della chiesa di Roma
Nel secondo capitolo incontriamo Cristoforo Colombo morente, a Valladolid, in attesa del confessore. Qua la scrittura diventa discorsiva, intima: un uomo è deciso a ripercorre i momenti salienti della sua vita con sincerità, a fare un esame di coscienza. Intende ammettere i molti vizi e le poche virtù che lo hanno contraddistinto e riconciliarsi e riconsegnarsi al Creatore. Ed è in questo capitolo che ci avviciniamo a Colombo, partecipando alla sua vita densa di avvenimenti speciali, di viaggi, avventure, amori e battaglie, tante battaglie, per raggiungere il fine che dà il senso ultimo della sua esistenza: solcare mari sconosciuti, scoprire nuove terre. E’ un genovese e un navigatore a cui stanno strette le rotte mediterranee o artiche, vuole andare ad ovest, dove ha subodorato la possibilità di approdi diversi, già raggiunti partendo da nord, dai Vichinghi… Riesce con enorme sforzo dialettico a convincere Isabella, regina di Spagna, a finanziare la sua impresa, le promette di trovare una nuova via per le favolose Indie da cui ricavare tesori inimmaginabili. Le tace la sua convinzione di “scoprire” un diverso continente.
Il Colombo morente parla diffusamente dell’arduo viaggio con le tre caravelle, del sospirato e finalmente realizzato arrivo sulla terra ferma, della delusione di non avervi trovato oro, della spasmodica ricerca di altri beni di valore da poter esibire alla regina. E del suo ritorno in Spagna, con il clamore e il trionfo iniziali e le successive pesanti critiche. Ma dà anche spazio al punto di vista degli Indiani, a come essi percepiscono gli Europei “conquistatori” in maniera assolutamente negativa, non solo per la prepotenza e l’avidità, ma anche per le abitudini del loro normale modo di vivere quotidiano: scarsa igiene, sovrabbondanza di vesti, maschili e femminili, l’andare in giro armati come se fossero in guerra…
Da tanta narrazione, avvincente narrazione, il personaggio Colombo si definisce nella sua realtà e si può dire che finalmente lo si può conoscere per davvero. Si può ammirarlo per aver inaugurato l’Uomo Nuovo, con la sua sete di conoscenza anche se non disinteressata, pragmaticamente pronto a tutto per perseguire i suoi scopi, e lo si biasima per aver strumentalizzato esseri umani, per aver inaugurato un colonialismo deteriore, per aver schiavizzato i nativi e per venderli al mercato di Siviglia. Da ultimo, assolutamente perso il senso del sacro, pure incantato dalla natura maestosa dei luoghi raggiunti, Colombo pensa di poterli “vendere sul mercato europeo” come l’Eden ritrovato, per ricavarci profitti.
Nel terzo capitolo si consuma l’ultimo atto del processo di santificazione, ora di competenza di papa Leone XIII. Come ben sappiamo, Colombo non sarà il “San Cristoforo delle Indie”. In questo finale, lo stile di Carpentier ancora una volta stupisce. Smessi i toni barocchi e colloquiali, il suo linguaggio estremamente duttile si fa ironico e creativo raggiungendo toni divertenti, senza mai perdere la profondità. Il lettore non può che goderne e nello stesso tempo ammirarne la formidabile capacità letteraria.
Apprendo che L’arpa e L’ombra non è fra le migliori opere di Carpentier, che è forse la più brutta. E quindi non posso che accingermi a leggere altri libri, di questo fantastico autore.