Diario di viaggio. Capodanno nelle Marche “insieme”. 2019-2020

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Diario di viaggio

 CAPODANNO NELLE MARCHE: “Insieme

 30 dicembre 2019 – 3 gennaio 2020


A cura di Angela Mengano

Lunedi 30 dicembre 2019

Imbottita di pasticche per difendermi da un solenne raffreddore, non sento la sveglia e dopo un attimo di panico mi butto giù dal letto implorando per telefono che passino a prendermi da casa. Siamo 36 con Nicola il nostro affezionato autista.  Raggiungiamo nel primo pomeriggio Frontone nelle Marche, al confine con l’Umbria, e qui incontriamo Roberto Forcoletti, che si dice pronto ad entrare per noi nel ruolo di Virgilio per i primi tre giorni della nostra permanenza nelle Marche; a Urbino e Fano, infatti, avremo due nuove guide.

A sole ormai calato, ci affrettiamo a salire al Castello prima che faccia buio. Dall’alto della rocca, esempio di architettura militare commesso da Federigo di Montefeltro a Francesco di Giorgio Martini – lo stesso architetto che progettò il castello di Carovigno in Puglia – si gode a perdita d’occhio il dolce paesaggio marchigiano, mentre la luce del tramonto accentua i toni morbidamente rosati della arabeggiante torre civica.

 

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                           Frontone: il Castello

Intorno alla rocca il piccolo affascinante borgo di rara compattezza architettonica sembra deserto e come fuori dal mondo. Mi colpisce però l’assenza di degrado. Scendiamo in paese, dove alloggeremo all’albergo Il Daino.  La cena stasera é proprio buona: l’impressione iniziale ci verrà abbondantemente confermata nei giorni seguenti.

Martedi 31 dicembre 2019

Stamattina splende il sole sul Monastero di Fonte Avellana, importante centro camaldolese ai piedi del monte Catria, immortalato da Dante nel canto XXI del Paradiso. La temperatura è rigida.  Lungo il percorso Roberto ci introduce alla storia del complesso monastico, legato alla memoria di san Romualdo e di san Pier Damiani; alla storia di questa terra di cultura umbro-marchigiana, terra di cacciagione, di funghi, di tartufi (bianco in inverno, nero in estate); terra del silenzio. Per strada ci ha accompagnato il racconto di Paolo Rumiz sulla dorsale appenninica, La leggenda dei monti naviganti.  La visita al monastero è arricchita dalla presenza di due guide: Andrea per la parte naturalistica, Graziano, per gli interni.  Andrea con la sua travolgente passione per le piante ci porta ad esplorare la ricca vegetazione che circonda il monastero, dando risposta a ogni minima nostra curiosità e indicandoci le varie specie di alberi e cespugli, tra viburni, frassini, allori e ciliegi, pyracantha e ornielli, fino al maestoso tasso ultracentenario che si presta volentieri al nostro abbraccio collettivo.

 

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    Fonte Avellana: all’ombra del tasso centenario

Con Graziano entriamo nel monastero. Nella chiesa, dove siedono in meditabondo raccoglimento alcuni monaci, ci sentiamo a disagio, massa che irrompe a turbare il momento di preghiera. Poi il chiostro, con gli archi ogivali tipici della tradizione orientale che forse i monaci hanno riportato dai pellegrinaggi in Terra Santa; lo Scriptorium (oggi la maggior parte dei manoscritti si trova nella Biblioteca Vaticana e nel Collegium Germanicum); c’è però anche una biblioteca moderna; e infine la farmacia per gli acquisti dei prodotti dei camaldolesi. Dopo la pausa ristoro nella foresteria con panini buonissimi, ripartiamo per Pergola nell’alta vallata del Cesano, dove ci attende Eleonora, che ci accompagna nel centro storico. Qui, naturalmente, non può mancare un teatro, comune denominatore della regione; qui fioriscono festival di arte, cinema e teatro. In estate non è raro incontrare personaggi come Wim Wenders o Jim Jarmusch; e sembra che un buon numero di olandesi si sia innamorato del posto scegliendo di venirci a vivere stabilmente. Pergola può vantare un tal numero di chiese da essersi guadagnato il nomignolo di Pergoletta Santa. E fu la prima cittadina delle Marche a insorgere contro lo stato Pontificio in epoca risorgimentale.

Ma la prima ragione per cui siamo qui é nel ricchissimo museo dove sono ritornati dopo lunga contesa con il museo di Ancona gli stupendi bronzi dorati scoperti in frammenti, ricomposti dopo lunghi e accurati restauri, nella frazione di Cartoceto.

 

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                           Pergola: bronzi dorati

 Non solo i bronzi dorati troviamo in questo bel museo; c’è pure una ricca collezione di dipinti, sculture e arredi tra XIV e XVIII secolo, oltre a notevoli mosaici di età romana.

Torniamo in albergo e prima di cena ci riuniamo nella reception per la lettura, proposta da Isa, di pagine tratte da una pubblicazione di Franco Maria Ricci e dedicate a Federico da Montefeltro, vero genius loci del territorio.

Avevamo scelto un paese delle Marche un po’ appartato, pensando così di sfuggire al chiasso del cenone di San Silvestro. Saremo accontentati, ma solo in parte: la cena, peraltro squisita, si protrae a lungo, come è tradizione, dalle 20 alle 23 e oltre, ma i commensali nella sala ristorante del nostro quieto albergo sono tanti, garruli e festosi. Sarà che il locale gode nel circondario di meritata fama…Ma il silenzio tanto agognato è una pia illusione, l’atmosfera si elettrizza sempre più…solo stelle filanti e niente botti e petardi, mentre  il proprietario dell’ albergo  simpaticamente, simula fischi,  botti e scoppi  usando semplicemente il pugno battuto sul tavolo.

Al brindisi della mezzanotte intoniamo in coro il nostro benvenuto al 2020

Mercoledi 1° gennaio 2020

Roberto ci racconta il cenone di ieri sera alla tavola dei frati di Fonte Avellana, a quanto pare aperti al mondo esterno più di quanto immaginassimo. Sembra che l’atmosfera della serata non sia stata meno scoppiettante e rumorosa della nostra, insomma tutt’altro che silenziosa. Assaporiamo l’aria frizzante del primo mattino dell’anno nuovo in una lunga passeggiata lungo la gola del Furlo. Siamo sull’antica via Flaminia, nata per congiungere Rimini a Roma. Scorre lungo la strada il Candigliano, affluente del Metauro, ed è inevitabile evocare l’epica battaglia che nel 207 a.C. vide l’esercito romano vittorioso rovesciare le sorti del conflitto tra Roma e Cartagine.  Anche oggi ci raggiunge Andrea l’etologo; ci parla dell’aquila reale che qui si annidava e pare che ancora ne resti una coppia; ma per vederla dovremmo fare un’arrampicata sulle rocce impervie, cosa non certo alla nostra portata. Pausa ristoro presso un albergo ristorante, l’Antico Furlo, ex-stazione di posta di fine 800 che conserva cimeli di Mussolini, assiduo frequentatore del posto, il cui profilo scolpito nella montagna appare ormai appena riconoscibile: la dinamite dei partigiani riuscì a cancellarla solo in parte. Sul finire della mattinata sostiamo nell’Abbazia benedettina di San Vincenzo al Furlo, semplice ed essenziale, con facciata a capanna e nell’interno affreschi di scuola marchigiana dei secoli XV e XVI.  Vale la pena ricordare che prosperò grazie alle offerte dei viandanti che dovevano attraversare il Furlo; e che venne poi san Romualdo a rimettere in riga i monaci “gaudenti” con il confino dei più riottosi a vita eremitica, in cella, a pane acqua ed erbe.

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Vincenzo al Furlo: Abbazia benedettina

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Passo del Furlo

Poco distante é Cagli, città dal glorioso passato. Dopo la sosta per un panino in un accogliente bar, situato proprio di fronte al Torrione,

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Cagli: il Torrione F. di Giorgio Martini

la simpatica e vivace Metella, guida locale, ci fa visitare il bastione, unico rimasto in piedi della rocca difensiva progettata da Francesco di Giorgio Martini, architettura severa che dal 1997 ospita al suo interno mostre di scultura contemporanea; era nativo di Cagli, Eliseo Mattiacci, artista importante per l’arte contemporanea della seconda metà del Novecento. Visitiamo poi il teatro comunale che per la sua inaugurazione presentò un’opera appositamente scritta per l’occasione da Agostino Mercuri, con scene di Girolamo Magnani, lo scenografo preferito di Giuseppe Verdi.

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Cagli: teatro comunale

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Socie e Soci… a teatro

In questo teatro ha debuttato nel 1939 Mario Del Monaco in Cavalleria rusticana. Nella sala grande degli spettacoli corrono lungo le pareti medaglioni con l’effigie di chi ha dato lustro alla città. Ai lati della scena le statue della Commedia – correttore dei costumi – e della Tragedia – terrore dei tiranni – con i busti del Goldoni e dell’Alfieri. Lucia sale sul palcoscenico e dimostra declamando l’acustica perfetta della sala.  Ci spostiamo in piazza Matteotti; tralasciamo per mancanza di tempo la cattedrale, in posizione defilata ad un angolo della piazza, e andiamo al Museo Archeologico, collocato al piano terra del palazzo comunale. Ultima tappa è la bella chiesa di San Francesco, la chiesa francescana più antica delle Marche, esempio emblematico del gotico medio-appenninico. Poi il rientro in albergo. Cena squisita con crescia e tagliatelle ai porcini, e a sorpresa la torta di compleanno per Franca.

Giovedi 2 gennaio

Siamo alle ultime battute del nostro viaggio; oggi dedicheremo la giornata a Urbino.  Domani, dopo la sosta a Fano, lasceremo le Marche. Carla De Angelis ci accompagna alla bella Mostra “Raffaello e gli amici di Urbino”, che indaga sui rapporti tra il pittore da un lato e Timoteo Viti e Girolamo Genga artisti locali a lui contemporanei dall’altro, allestita nel Palazzo Ducale in occasione dei 500 anni dalla sua morte. L’occasione è preziosa per riflettere sulla grandezza di Raffaello. “Un dio mortale”, così lo aveva definito il Vasari trent’anni dopo la sua morte. Non é mai stato in cima alla scala dei miei innamoramenti artistici, l’avevo sempre giudicato, mi sia concesso, troppo perfetto! Ma oggi resto sbalordita e conquistata da tanta bellezza.

C’é ancora il tempo, prima di disperderci per la pausa-pranzo libero, per dare un’occhiata alla mostra che in contemporanea si tiene al secondo piano del Palazzo Ducale, Raphael Ware, I colori del Rinascimento, con splendide maioliche provenienti da una ricchissima collezione privata. E non solo: della collezione permanente del palazzo non posso fare a meno di ricordare la Donazione Volponi, opere seicentesche, che le eredi dello scrittore vollero offrire alla Galleria nazionale delle Marche; la stupenda Flagellazione di Piero della Francesca;  la mitica “Città ideale”, di attribuzione incerta ma tanto presente nel nostro immaginario; le opere di Giovanni Santi padre di Raffaello e pittore più che apprezzabile; la tavola con il Miracolo dell’ostia profanata di Paolo Uccello.

E mentre il gruppo si raduna in massa nel caffè Basili in piazza della Repubblica, Ester, a cui mi unisco insieme ad altre amiche, ci porta alla ricerca  di un ristorante “gourmet”, che non riusciremo a  trovare, ripiegando su un piccolo caffè della piazza, dove a malapena troviamo  dei panini, ma anche la “focaccia Rossini”, curiosamente sormontata da uovo e maionese, a detta di un avventore presente molto apprezzata dal musicista pesarese. Per poi riunirci al gruppo nel caffè Basili.

Riprendiamo il pellegrinaggio raffaellesco. Casa Raffaello è l’abitazione della famiglia Santi, dove il giovane Raffaello “ha imparato la divina proporzione degli ingegni, soprattutto ha imparato il valore della filosofia, della dignità da dare al suo lavoro di pittore” (Carlo Bo, 1984). Il padre era pittore, il nonno aveva un negozio di colori e pennelli nei pressi della piazza centrale. Tra le “chicche” che qui incontriamo, nella stanza natale del pittore, l’affresco della “Madonna col Bambino” attribuito a Raffaello, il quale ritraeva volentieri immagini di Madonna, in cui si ritiene vedesse la propria madre, morta quando lui aveva solo otto anni.

E infine una veloce visita all’Oratorio di san Giovanni dove possiamo ammirare lo straordinario ciclo di affreschi con la Crocifissione e le Storie della vita di san Giovanni Battista dei fratelli Lorenzo e Jacopo Salimbeni da san Severino Marche, in stile gotico fiorito.

Lasciamo la bella Urbino uscendo dalla porta Valbona, fascinosa costruzione seicentesca, e torniamo al nostro Daino. Cena (l’ultima in terra marchigiana) a base di crostini alle olive, lesso di pollo con radicchio e verza, tiramisù.

Venerdì 3 gennaio

La visita di Fano – con Maddalena Paolini nostra guida – ha inizio dalle mura romane (ma la città possedeva una doppia cinta formata dalle mura romane, augustee, e da quelle malatestiane) e dal decumano; l’impianto é infatti a scacchiera, tipico delle colonie romane. Attraversato l’arco di Augusto, porta di accesso principale, lasciamo sulla destra l’edificio rinascimentale sede dell’Università Carlo Bo di Urbino, sezione staccata di Fano, e andiamo a visitare la Cattedrale, romanica, con la facciata abbellita da un bel portale; sulle loggette, in alto a sinistra, una interessante decorazione  a piattelletti, dove bacini ceramici moderni coprono vecchie incavature destinate ad ospitare ceramiche variamente colorate; nell’interno a tre navate notevole é la cappella Nolfi, barocca, con opere del Domenichino; il campanile é stato  ricostruito dopo i bombardamenti che lo distrussero nell’ultima guerra. Una felice scoperta é poi la MeMo, o mediateca Montanari (inaugurata dieci anni fa) dal nome dell’imprenditore illuminato che – in una parola – lo ha donato alla città. Ospitata in un edificio elementare dismesso e recuperato, consta di spazi gradevoli, ampi e luminosi, aperti a persone di ogni età, con un bar e persino un pianoforte. Qui abbiamo visto   giovani e bambini molto a loro agio in quello che è un centro di cultura a tempo pieno, che incoraggia la lettura e offre un ampio ventaglio di proposte dando spazio alla creatività di ognuno.

 

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Fano: MeMo, mediateca Montanari

A questo si aggiunge la sorpresa di scoprire negli ambienti sottostanti alla mediateca una città sotterranea di età romana. Non troveremo a Fano, però, la basilica di Vitruvio, quella che si ritiene l’unica opera progettata dal celebre architetto; a quanto ci viene detto, sembra infatti che la sua dislocazione resti nel mistero. Il nostro giro prosegue in piazza XX Settembre, al cui centro é la fontana con la statua in bronzo della Fortuna, simbolo della città. L’ampio spazio della piazza é dominato dal trecentesco Palazzo del Podestà (con torre civica ricostruita dopo i bombardamenti), sede del Teatro della Fortuna. Attraversando un arco entriamo nel bel cortile del palazzo malatestiano, sede del museo archeologico e della pinacoteca, che purtroppo non visiteremo perchè il tempo vola. L’ultima tappa del nostro giro é il complesso architettonico di san Francesco, da sbirciare attraverso il cancello chiuso: chiesa a cielo aperto, affascinante pur nel suo degrado e afflitta da una storia tormentata che l’ha vista decadere nel tempo per un’infinità di cause, tra terremoti, demolizioni e querelles per il suo recupero. Pur tuttavia è stata importante nella storia della città, e lo testimoniano le tombe di membri della famiglia Malatesta collocate nel portico d’ingresso.

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Fano: Chiesa di San Francesco

Il nostro viaggio si chiude in gloria con il pranzo in zona porto, a La Quinta, dove con unanime apprezzamento, in un’atmosfera molto gradevole, mangiamo pesce in un tripudio di primi e secondi. Tutto squisito. Dulcis in fundo, la “moretta” a base di caffè, anice, rhum, brandy, scorzetta di limone.

Diario di viaggio nella Germania di Weimar. Settembre 2019

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 Diario di viaggio

Cent’anni di Bauhaus 

Weimar / Dessau / Berlino

8-16 settembre 2019

A cura di Angela Mengano

Domenica 8 settembre

Un viaggio a lungo meditato, che ci farà riscoprire pagine della storia tedesca attraverso il fenomeno Bauhaus, che ha inciso profondamente nella storia dell’architettura come nella cultura europea. Siamo 22. E prima di sparire nei meandri dell’aeroporto ci riuniamo insieme a Candida Petruzzelli per la foto che diventerà immagine-profilo nella chat di WhatsApp creata per comunicare durante il viaggio. In volo, con lo sguardo all’ingiù cerco invano le Alpi; evidentemente la rotta le aggira verso Est. Dopo due ore circa atterriamo a Berlino Tegel, dove ci aspettano Alessandra Brattelli (da 30 anni in Germania) che sarà da oggi il nostro angelo custode in terra tedesca, e l’autista, Pham Hai, dolce e cortese. Il traffico sulle strade del Brandeburgo è piuttosto sostenuto, secondo Alessandra, per via della Fiera internazionale di Elettronica che attira visitatori da ogni parte d’Europa. Attraversiamo foreste di pini (sostituiti alle vecchie querce, purtroppo, perchè serve legname e crescono in fretta) costeggiando di tanto in tanto macchie giallo vivo: sono i campi di colza. Sulla strada per Weimar ci fermiamo per una veloce sosta pranzo a Beelitz nella suggestiva atmosfera della “Alte Brauerei”, luogo storico di produzione della birra. Proseguendo, Alessandra ci fa notare che le grandi autostrade tedesche si devono a Hitler, il cui scopo subdolo era però di dotare la Germania di una rete di trasporti funzionale ai suoi folli progetti. Finalmente a Weimar, nella città di Goethe e Schiller, nonché culla della Bauhaus, nell’accogliente atmosfera dell’albergo Kaiserin Augusta. Dopo un’ottima cena (confortevole potage seguito da gustosi involtini di pollo con patate duchesse e funghi; dessert a base di crema e composta di frutti di bosco) é giunto il momento di fare salotto nell’accogliente sala d’ingresso dell’albergo.

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Lunedi 9 settembre

Colazione nell’ampia e luminosa sala al pianterreno, con vista sulla stazione ferroviaria sotto la pioggia. Fortunatamente il programma di oggi ci vedrà in prevalenza al coperto. Nel grigio cortile dell’Università di Weimar i nostri ombrelli multicolori portano una nota vivace. E’ qui che agli inizi del Novecento operarono personalità come Van de Welde e Gropius, dando alla luce il movimento Bauhaus. Ancora oggi l’edificio é sede dell’Istituto superiore di Architettura e all’interno, accanto alle opere di artisti famosi (Rodin ad esempio) sono esposti i lavori degli studenti (modellini, plastici etc.).

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Proprio di fronte all’edificio del Rettorato c’è la casa dove visse il musicista Franz Liszt, che visse a Weimar dal 1848 al 1861 svolgendovi intensa attività artistica. Sotto la pioggia risaliamo in pulmann. Sotto i nostri occhi sfilano edifici dalle belle eleganti forme, fino al Weimar Neues Museum, parallelepipedo di cemento grigio in stile minimalista progettato da Heike Hanada.

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Costruito per il centenario della Bauhaus e inaugurato nello scorso mese di aprile, è stato accolto da critiche feroci, la stampa tedesca ha detto persino che per la Bauhaus è stato costruito un bunker. La Mostra “The Bauhaus comes from Weimar” alla lettera sottolinea come la Bauhaus sia nata qui. Percorrendo le sale di esposizione ritroviamo con sorpresa tanti oggetti a noi familiari, tutti originali: è il design Bauhaus che ha fatto scuola lasciando senza che ce ne rendessimo conto, profonda traccia di sé nella nostra vita, nelle nostre case, dalle sedie ai mobili al vasellame ai tessuti, ritornando oggi con nuova veste negli spazi IKEA.  Ma non c’è solo design nella mostra. Ci sono le ricerche di Kandisky e altri sulla teoria dei colori; c’è Oskar Schlemmer che reinventa la danza col suo balletto triadico. E tanto altro. E’ stata breve l’esperienza Bauhaus a Weimar; a pochi anni dall’esordio l’accusa è “non fanno architettura, fanno politica” e Gropius accetta l’invito della città di Dessau a trasferirsi lì. Dopo lo spuntino nella caffetteria del Museo andiamo a visitare la Haus am Horn, primo e unico edificio progettato dalla Bauhaus negli anni di Weimar. Il pullman ci lascia poco lontano (strade strette, auto parcheggiate malamente: siamo sulla collina dove abitavano i padri fondatori della Bauhaus, anche Kandisky). L’ultimo tratto dobbiamo farlo a piedi sotto l’ombrello, zuppi di pioggia attraverso un sentiero sterrato.  Alessandra si dirà orgogliosa di noi: “siete stati stoici”. Ma ne è valsa la pena!       Una ragazza molto giovane e molto preparata ci guida nell’osservazione degli interni, che mostrano chiaramente come l’idea – base della casa sia l’integrazione tra architettura e arredamento. Molto degli arredi é stato ricostruito e in qualche caso sono state tracciate linee sul pavimento ad indicare la sistemazione originaria. La seconda meta del pomeriggio é la villa che ospita l’archivio di Nietzche, dove il filosofo visse gli ultimi anni della sua vita. Rinnovata in seguito, su richiesta della sorella, da Henry van de Velde, questa residenza si rivela oggi ai nostri occhi come Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale), per la raffinatezza degli ambienti, degli arredi, degli oggetti in stile Art Nouveau. La visita suscita una piccola discussione sulla figura di Nietzche  e sul suo pensiero, controverso tanto da essere da un lato accostato al Bauhaus e dall’altro sospettato di filonazismo.

Finita la giornata con le visite guidate da Alessandra, sempre brava e paziente con noi, formiamo un gruppetto per continuare la scoperta della città per conto nostro. Noto sulla via del ritorno il Conservatorio di Musica, dedicato a Johann Nepomuk Hummel il quale, nominato maestro di cappella, trasformò la città in una delle capitali musicali, invitando i migliori musicisti dell’epoca a visitarla e a esibirvisi. In albergo, dopo la cena a buffet, improvvisiamo una serata musicale con voci e pianoforte – dall’Angelo Azzurro di Marlene al coro del Nabucco, da Nada a Domenico Modugno – fin quando per concludere, Alessandra intona una dolce e nostalgica ninna-nanna tedesca che le cantava la sua mamma. Il tutto con la partecipazione divertita e benevola di alcuni ospiti dell’albergo.

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 Martedi 10 settembre

Stamattina, finalmente baciati dal sole, facciamo il giro della Weimar storica a partire dalla piazza del Teatro che vide la nascita della prima repubblica dopo la sconfitta dell’impero tedesco nella prima guerra   mondiale. Alessandra evoca la strana ricorrenza del 9 novembre nella storia tedesca, la data che in Germania chiamano “del destino” – nel 1918 la proclamazione della prima repubblica tedesca a Weimar; nel 1923 il Putsch di Monaco con le prime avvisaglie del nazismo; nel 1938 la tragica notte dei cristalli; nel 1989 la prima breccia nel Muro di Berlino. Al centro della piazza il monumento che ha fatto definire questa la “piazza del pensiero”: Goethe e Schiller, simboli imperituri della cultura tedesca ed europea.  E dopo sulla Schillerstrasse, torna a proposito il detto tedesco “Da fuori Hui, da dentro Pfui!” osservando la bellissima facciata di una casa storica interamente sventrata. Nel Markt campeggia il Municipio (Rathaus) con 35 campanelle di porcellana di Meissen che risuonano giornalmente a ore fisse. Vediamo passare un gruppetto di piccini accompagnati da alcuni adulti con un minimezzo di trasporto; è una piccola allegra brigata che ci fa sorridere e Ale ci spiega che si tratta di babysitteraggio (Tagesmutter), modello di assistenza infantile nato nel Nord Europa che sta arrivando anche in Italia, soprattutto al nord.

 

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 Ma su questa piazza, animata dalle colorite bancarelle del mercato, si affaccia la casa di Lucas Cranach, con la bella facciata rinascimentale e, in posizione un pò defilata, lo storico hotel Elephant ricordato da Goethe nell’ incipit di Carlotta a Weimar. Passeggiando, qualcuno di noi ha chiesto ad Alessandra notizie sul ginko, e lei tira fuori i versi di Goethe dedicati all’albero:

“non avverti nei miei canti/ch’io son uno e doppio insieme?”

Proseguiamo il nostro giro passando davanti alla biblioteca della duchessa Anna Amalia di Sassonia-Weimar, una tra le più importanti biblioteche dell’intera Germania. A proposito di costei, donna colta, amante dell’Italia, leggo nelle sue note biografiche un curioso particolare: pare abbia intrattenuto un’amicizia segreta con Giuseppe Capecelatro, arcivescovo di Taranto. Subito dopo una stretta al cuore e un pugno nello stomaco, quando all’interno dello Schloss, dove prima erano le scuderie, scendiamo agl’inferi, nelle celle di isolamento usate dal 1933 al 1945 per segregare i presunti nemici del regime nazionalsocialista. Nel grande cortile, rasi al suolo i capannoni preesistenti, sono stati accatastati, con gesto eticamente condivisibile, ammassi di pietrame, come a ricordare l’orrore che quei luoghi hanno visto. Una pausa distensiva nel Weimarer Kaffee ci riconcilia con la vita e ci predispone alla visita della Stadtkirche St. Peter und Paul meglio nota come Herderkirche, imponente chiesa tra tardo gotico e barocco riformato dove J.S. Bach suonava l’organo e il violino.  Sull’altare principale, la suggestiva pala della Crocifissione di Lucas Cranach (padre e figlio), esempio insigne di pittura della riforma. Cranach e Lutero, amici nella vita, sono raffigurati in uno dei pannelli laterali. Poco distante é la Casa-museo dove visse Johann Wolfgang Goethe, con la biblioteca (però non si può entrare nè toccare i suoi libri!), la sua cameretta, raccolte di sculture antiche, di ceramiche, di minerali, begli oggetti, un pianoforte, un bel giardino. Alcuni di noi, nel pomeriggio, scelgono di andare in visita al campo di concentramento di Buchenwald, poco distante dalla città di Weimar. Il resto del gruppo, dopo essersi riscaldato e rifocillato in una piacevole pausa ai tavolini del Cigno Bianco, attraversa il Parco sul fiume Ilm fino alla Casa-Giardino di Goethe. Il programma della giornata si chiude al Castello di Belvedere, residenza estiva per il duca Ernesto Augusto I di Sassonia-Weimar dove non visitiamo gli interni ma spaziamo nel parco, tra grandi alberi secolari e leggiadri vialetti ornati da statue raffiguranti le varie stagioni, putti e amorini. Anche stasera c’é la cena buffet, e dopo resta spazio per le chiacchiere e anche per un po’ di musica.

 

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 Mercoledi 11 settembre

Prima di trasferirci a Dessau da Weimar, dove abbiamo fatto tre pernottamenti in quell’albergo di fascino che é il Kaiserin Augusta, ci dedichiamo alla visita di Erfurt. Quando la strada passa vicino a dove sorgeva Buchenwald, (alla lettera “bosco di faggi”) il momento è quello giusto per riflettere sulla grande tragedia del nazismo, ascoltando Alessandra che ci racconta quanto ha sentito da una testimone diretta, la nonna di suo marito. Pensare che “buch”, parola tedesca che significa “libro”, ha origine da buche, in tedesco faggio, che è appunto il legno utilizzato per produrre la carta.

Erfurt è una delle città storiche meglio conservate della Germania, capitale della Turingia, dal centro storico intatto. La nostra visita parte dal colle dove sorgono, l’una di fronte all’altra, due imponenti edifici sacri in stile gotico, la Cattedrale e San Severo.

 

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Visitiamo la Cattedrale, costruita per volere di San Bonifacio vescovo di Magonza. Il colore caldo della pietra è dato dall’arenaria (il marmo al contrario darebbe una sensazione di freddo che forse meglio si addice ai climi del Sud). Nel portale, atipico nella forma, varie sculture e tra queste una rappresentazione della parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte. Nell’interno la magnificenza del coro ligneo; dell’altare barocco; delle vetrate gotiche; il candelabro di Wolfram, prima figura bronzea a tutto tondo conservatasi in territorio tedesco; una Madonna in trono romanica (1160); la Gloriosa “Omnium Campanarum Regina”, che intona – ma solo nelle grandi occasioni – la nota Mi, e l’eco dura sette minuti! Nella chiesa di San Severo   notevoli il sarcofago del Santo, in calcare rosa, il Rilievo di San Michele in alabastro, e il monumentale organo.

 

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 Una serie di angoli molto suggestivi si susseguono lungo l’animata strada principale. Costeggiando la chiesa di Ognissanti raggiungiamo la Fischmarkt, piazza dell’Antico Mercato del Pesce, cuore del centro storico. Sullo sfondo del Municipio da un lato e di antiche belle case dai nomi pittoreschi  (casa del Toro, casa della Corona d’Oro, casa  del Bue Rosso etc)  dall’altro notiamo il singolare monumento – obelisco dedicato a San Martino, meglio noto come Roland. In questo territorio, tra l’altro, si coltivava e commerciava il Guado (Isatis tinctoria)) utilizzato per estrarre il prezioso pigmento blu (indaco) usato come colorante tra i secoli tredicesimo e diciassettesimo.

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Proseguendo e oltrepassando lo straordinario Krämerbrücke sul fiume Gera, lontano parente del fiorentino Ponte Vecchio, raggiungiamo il convento degli Agostiniani.  Il luogo – che ricorda il proposito di Lutero di prendere i voti dopo aver invocato Sant’Anna durante uno spaventoso temporale – è, ricorda Lucia, una pietra miliare del nostro viaggio in Germania, che inizialmente pensavamo di dedicare a Lutero e alla Riforma protestante, in coincidenza con il 500° anniversario (1517-2017).  Ai piedi delle vetrate del Leone e del Pappagallo (che ripete la parola di Dio), dove è ben visibile la Rosa, simbolo del luteranesimo, discorriamo di ecumenismo, di protestantesimo, di artisti fiamminghi che arrivano in Italia, nella terra dove l’immagine sacra è ancora bene accolta.  Molto gradevole la pausa pranzo alla Birreria Augustiner sul ponte Krämerbrücke. Aria frizzante ma allietata da un tiepido sole. Prima di ripartire, facciamo due passi tra il lungofiume, le piazze animate e le belle chiese. Ripartiamo da Erfurt diretti a Dessau. Dalla Turingia alla Sassonia. In mezzo ad ampi spazi verdi ci colpiscono imponenti e inquietanti masse grige in lontananza: sono le scorie delle miniere di carbone. Superata Halle, arriviamo infine a Dessau, dove ci fermeremo due notti per approfondire la conoscenza del Bauhaus.

Giovedi 12 settembre

Dopo una ricca prima colazione andiamo al nuovo Bauhaus Museum Dessau, firmato dagli spagnoli Addenda e inaugurato pochi giorni fa.  Siamo tutti molto felici di visitarlo, cosa che non appariva assolutamente scontata alla partenza.   Audace è la soluzione architettonica adottata per questo museo, costituito da un’ampia trasparente scatola vetrata, aperta alla città, che ingloba un cubo di cemento lungo 100 mt e largo 18 mt sospeso a cinque metri sopra le teste dei visitatori. E qui la mostra inaugurale racconta, con oltre 1000 oggetti (tra cui splendidi tessuti), la storia della Bauhaus tra design, sperimentazione artistica e produzione di prototipi industriali. Terminata la visita, nell’ampio spazio al pianterreno – che ospita eventi e mostre temporanee – assaporiamo l’ebbrezza della “realtà aumentata” indossando avveniristici occhiali-scafandro che ci proiettano in un mondo virtuale fatto di sprofondamenti abissali e voli nell’infinito in un magico turbinio di forme e colori. Pranzo sulle rive dell’Elba nella Haus am Korn, ristorante all’interno di un edificio Bauhaus progettato nel 1929-30 da Carl Fieger, autorevole esponente del movimento Bauhaus. Segue la visita alle case dove hanno vissuto i maestri della Bauhaus, come Gropius, Moholy-Nagy, Schlemmer, Klee, Kandinsky.   Poco lontano entriamo nell’edificio della Fondazione Bauhaus Dessau, costruita su progetto di Gropius: ospitò la scuola al momento del forzato trasferimento da Weimar, scuola vissuta come luogo di apprendimento e di vita. Oggi ospita eventi, ma volendo si può anche – pare ad un prezzo contenuto – passare la notte negli alloggi degli studenti del Bauhaus provando a immaginare come ci vivevano quasi cento anni fa! Gli ambienti sono spaziosi e pieni di luce, “sipario di vetro” lo definisce Alessandra. Anche i minimi particolari sono interessanti e stilisticamente coerenti, vedi le maniglie alle porte; i colori; i volumi; le trasparenze.  Emozionante ficcare il naso nello studio di Walter Gropius. Il celebre dipinto del 1932 di Oskar Schlemmer che raffigurava lo scalone centrale, Bauhaustreppe (Scalinata al Bauhaus) venne bollato dai nazisti come “arte degenerata” (entartete Kunst) e acquistato dal Guggenheim Museum di New York. Nella stanza dell’officina alcuni operatori /artigiani si attardano indaffarati intorno a un’enorme cilindro composto da barattoli di vetro; ci viene spiegato che si tratta di un allestimento in corso d’opera per uno show serale, e dovrebbe contenere all’interno una donna nuda che balla.

 

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 Dopo la cena (a base di polpette vegetariane) ci aspetta una bella sorpresa. Alessandra e il nostro autista sono stati arruolati da Lucia come complici per festeggiare a doppio titolo Mariella Basile gustando il Baumkuche (dolce tradizionale del territorio). E alla fine si fa musica con voci e pianoforte e con il “biciclista”, come si autodefinisce il simpatico signore che si unisce a noi improvvisando sulla tastiera un impetuoso Brahms e raccontandoci le sue avventure di viaggio e la sua simpatia per il nostro paese.

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Venerdi 13 settembre

Arrivederci Dessau! Si va verso Berlino, con sosta al Parco Sans Souci di Potsdam, la Versailles prussiana, antica residenza della famiglia reale di Prussia fatta costruire da Federico II il Grande.  All’ingresso giganteggia la sagoma di un mulino a vento: fu qui che ebbe origine la frase “Ci sarà pure un giudice a Berlino” che pare sia stata pronunziata dal mugnaio che dignitosamente seppe resistere all’arroganza del monarca che voleva espropriarne il terreno.   Del complesso visitiamo solo l’esterno: il parco, il giardino barocco a terrazze, la fontana ornata da statue classicheggianti, la tomba del monarca.  Occasione per mettere a fuoco la figura di Federico II il Grande, dipinto dagli storici come figura doppia e contraddittoria, enigma sfuggente. Controverso re filosofo, amante della musica e dell’arte, si procura magnifiche opere (tra le tante, molti Watteau) per abbellire la sua residenza. Al tempo stesso guerrafondaio e amico di Voltaire; promotore della coltivazione delle patate che, demonizzate come “cibo del diavolo” perchè nascono sottoterra, intanto salvano la popolazione dalla fame in tempi di carestia, tanto che sulla sua tomba, molto visitata dai turisti, vengono sempre a deporre oltre che fiori anche patate.

 

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Qui a Potsdam sembra ci siano anche molte dacie, destinate a ospitare una colonia di cantori russi venuti ad allietare con la musica le serate della corte Hohenzollern.  Nel magnifico giardino una gag divertente viene fuori quando Alessandra, per mostrarci in pratica come facevano alla corte reale nel “giardino segreto”, chiama un volontario nel gioco della voce che passa attraverso la pietra come fosse un telefono senza fili, e Mario intende fischi per fiaschi (“strunz” per “struzzo”).

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All’uscita dal parco un lungo rettilineo fino alla porta di Brandeburgo ci porta direttamente nel centro città. Una sosta veloce per il pranzo in un gradevolissimo locale gestito da donne nel quartiere olandese, con una quiche e un bocconcino di torta di mele spartito al nostro tavolo, poi siamo di nuovo al bus diretti alla Einstein Turm, osservatorio astrofisico progettato da Erich Mendelsohn per testare la teoria della relatività, capolavoro di architettura espressionista che ci ricorda vagamente le linee sinuose delle architetture di Gaudì a Barcellona. All’esterno, proprio davanti all’ingresso della torre, seminascosto tra le pietre del pavimento, l’occhio attento di Margherita nota un cervello in bronzo, probabilmente un omaggio al genio di Einstein. Ci avviciniamo ora a grandi passi a Berlino. Veloce sosta obbligata sul Ponte di Glienicke, noto come ponte delle Spie, immortalato nel celebre film di Spielberg.

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Non lontano é il lago Wannsee triste ricordo della conferenza che nel gennaio 1942 decretò la “soluzione finale” con la deportazione degli ebrei nei campi di concentramento. Pernottiamo a Berlino Ovest all’albergo Hyperion in Pragerstrasse, comodo e ipertecnologico. Cena a buffet alle 19.30 precise! Qualcuno di noi ha scoperto l’esistenza di un mercatino proprio dietro l’angolo, in Pragerplatz, così usciamo a far due passi. E infine due chiacchiere prima di cadere in braccio a Morfeo.

Sabato 14 settembre

Partiamo alla scoperta della città con un nuovo autista, Leo, e un pulmann enorme, che potrebbe contenere un gruppo tre volte più grosso del nostro.  Dal maestoso Kurfürstendamm, punto di partenza alla volta di Berlino Est, sfilano davanti a noi la chiesa della commemorazione (Gedächtniskirche, dai berlinesi ribattezzata “dente cariato”); la scultura simboleggiante la divisione del muro in quattro settori (catena intrecciata con un capo slegato); le ambasciate sui grandi viali;  l’Obelisco della Vittoria all’interno del Tiergarten (che si ritrova nel film “Così lontano così vicino” di Wim Wenders); il castello Bellevue oggi sede ufficiale del Presidente della repubblica federale tedesca; la Torre Carillon simbolo di pace, donata nel 1987 a Berlino dalla Daimler-Benz. E intanto già da lontano si comincia a intravvedere la cupola del Reichstag, che il progettista Norman Foster ha voluto trasparente, in rapporto dialettico con la massa spessa e pesante della struttura storica. Diversamente, non sono trasparenti gli asili per i figli dei parlamentari, per la necessità di rispettarne la privacy.  Seguiamo in lontananza le volute della Sprea, il fiume che attraversa la città.  Alessandra ci indica la nuova grandiosa, spettacolare, megagalattica stazione ferroviaria di recente costruzione, cantiere in perenne trasformazione. Poco a poco entriamo nel cuore della città sfiorando, a volo d’uccello, il quartiere ebraico, Oranienburg, la Neue Synagoge, il bunker convertito in galleria d’arte contemporanea da Christian Boros, i teatri, e poi ancora l’isola dei Musei, la biblioteca Grimm in stile razionalista.  Fino ad arrivare alla prima tappa, la Bebelplatz.  Al centro della piazza, l’installazione di Michael Hullmann (una botola che lascia intravedere scaffali bianchi vuoti) evoca il rogo dei libri per mano non di Hitler ma di studenti di estrema destra nel 1933.  Tutto intorno, edifici storici come la Alte Bibliothek (il “comò” per i berlinesi), la Humboldt Universität (vi studiarono Hegel, Marx ed Engels, ma anche tanti premi Nobel), la Deutsche Staatoper (qui con alcune amiche una decina di anni fa abbiamo avuto la fortuna di ascoltare un concerto con Daniel Barenboim e Pierre Boulez insieme) e la St. Hedwigskirche (chiesa Cattolica che si ispira al Pantheon di Roma). Riprendiamo il bus sorvolando ora il Duomo luterano e la gotica Marienkirche. Ma un’attenzione particolare merita per la sua travagliatissima storia il Palazzo Reale, bombardato durante la seconda guerra  mondiale, raso al suolo in tempo di DDR perchè considerato simbolo del militarismo prussiano, ricostruito nel 1976, demolito nel 2006 a Germania riunificata anche perchè contaminato dall’amianto. Un architetto italiano laureatosi allo IUAV di Venezia, Franco Stella, ha vinto il concorso per la ricostruzione; al posto del Castello, nel rispetto dei volumi preesistenti, ci sarà lo Humboldt Forum e sembra che l’inaugurazione sia prevista per il prossimo anno. Ed è motivo di orgoglio che la ricostruzione di un edificio simbolo della storia e della cultura tedesche veda il rilevante contributo del nostro paese. Il giro nel quartiere Mitte ci porta al Memoriale della Shoah. Lo attraversiamo da un capo all’altro, scivolando pensosi nel labirinto di blocchi grigi che Peter Eisenman ha immaginato come altrettante tombe. Poco lontano, un cubo isolato è stato eretto come Memoriale per gli omosessuali.

 

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 Attraversiamo l’Accademia di Belle Arti (tra i nomi e le immagini dei soci che la bacheca interna riporta, quelli di Wim Wenders, Renzo Piano, Salvatore Sciarrino etc etc) poi sbuchiamo in Pariserplatz, da cui parte il fascinoso Unter den Linden. Lo storico Hotel Adlon, demolito dopo la seconda   guerra mondiale, ora risorto ancora più lussuoso di prima. La DZ Bank con la “balena” di Franck Gehry. Una moltitudine di no-vax, giunti da ogni angolo d’Europa (anche tanti italiani purtroppo) manifesta all’ombra della Porta di Brandeburgo. Uscendo dalla Porta, ben visibile sul selciato la linea di ciottoli che con la scritta “Berliner Mauer 1961-1989”, segna il punto in cui era stato alzato il muro.

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 E’ ora di fare una pausa; ci spostiamo dalle parti di Potsdamer platz. Qui dopo la caduta del muro Renzo Piano, ma anche altri architetti, italiani e non, hanno dato un nuovo volto. Non lasciano indifferenti  l’energia e la vivacità del Sony Center pulsante di vita 24 ore su 24 e i mille motivi di interesse concentrati in poco spazio: il pezzetto di “Muro” lasciato a futura memoria e ridipinto con tutti i colori dell’arcobaleno;  il Museo del Cinemale pietre d’inciampo “stellari” che ricordano le stars cinematografiche di tutti i tempi; il vecchio hotel Esplanade restaurato, con la Sala dell’Imperatore che  dall’esterno si intravvede appena; la gigantesca giraffa Lego tentazione irresistibile per il turista in vena di naïveté. Pausa pranzo ad Arkaden, grande galleria commerciale paradiso del consumismo.

 

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 Il pomeriggio è dedicato alla visita dell’edificio che ospita la Filarmonica di Berlino, mitica orchestra che fu diretta anche dal nostro Claudio Abbado. Eccezionale per la sua acustica e in generale per la resa tecnica è l’immensa sala da concerto, che é anche molto bella così come l’ha concepita il geniale architetto, Hans Scharoun, simile a una nave, perchè la musica è come un viaggio per mare.

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 Si torna in albergo. Dopo cena si sente uno scoppiettio di fuochi d’artificio: é la conclusione pirotecnica della festa-mercato in Pragerplatz, quasi alle porte del nostro albergo.

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Domenica 15 settembre

Un nuovo autista, Arnie, per gli spostamenti odierni. Oggi andiamo sulle rive della Sprea, dove è stata lasciata in piedi la parte più grossa del muro, affidata però a tanti artisti che con colori e pennelli hanno cercato di fare un lavoro di sdrammatizzazione dando un volto meno minaccioso a quel muro cupo e incombente che per 28 anni aveva tagliato in due la vita dei berlinesi. Una folla di turisti fa capannello intorno ai murales e specialmente alle immagini più famose, come quella del bacio tra Breznev e Honecker.

 

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 Attraverso la multiculturale Oranienstrasse, raggiungiamo il Check Point Charlie, meta turistica obbligata con profusione di selfie. Una interessante riflessione ci porge Alessandra, sull’ accostamento tra le due dittature: molti membri della Gestapo si sono poi riciclati nella Stasi. Prima di immergerci nell’orrore evocato dalla visita del Museo Ebraico, ci concediamo una pausa di puro piacere da Rausch, il tempio della cioccolata, nella Gendarmenplatz, dove prospettano, insieme al duomo tedesco e al duomo francese, la Konzerthaus (un violinista sta provando, ma la perfetta insonorizzazione nulla fa trapelare all’esterno) e il monumento a Schiller. Poi, il museo ebraico. Noi ci siamo limitati alla parte firmata da Daniel Libeskind, l’architetto di Ground Zero che, musicista di formazione, si è ispirato nel progetto al Moses und Aaron di Schönberg e ha disegnato l’edificio – geniale opera d’arte – come una stella di David spezzata (per i tedeschi “blitz”, che vuol dire lampo) e lo ha chiamato non “museo” ma “between the lines”, linee che intersecandosi creano “voids”, zone vuote, che rappresentano l’assenza degli ebrei nella società tedesca. Entrando, si scende come in una tomba percorrendo i tre assi della Continuità, dell’Olocausto e dell’Esilio.

 

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 Un giardino pietroso con 49 colonne (quella centrale riempita con la terra sacra di Israele); una lunga scala da risalire, attraversata in alto da assi che si conficcano nelle pareti come pugnali; la Torre dell’Olocausto senza una prospettiva di luce e di apertura; e alla fine sconvolge l’installazione di Menashe Kadishman, Shalekhet (Fallen leaves), foglie di acciaio, volti umani da calpestare. Ma è giusto o no passarci sopra?  Allora capisci perchè Libeskind non ha voluto chiamarlo museo; questo posto è fatto perchè nelle persone di tutto il mondo nasca la consapevolezza, e anche perchè è necessario capire qualcosa del popolo ebreo com’é oggi e da che parte sta andando. Il discorso porterebbe lontano, e non vado oltre.

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 A questo punto si impone la pausa pranzo e, nel tempo libero, la maggior parte del gruppo scopre il Nicolaiviertel, vecchio quartiere di san Nicola interamente ricostruito, e il nuovo quartiere Hansaviertel. Io scelgo la Gemäldegalerie, ricca di capolavori della pittura, da Giotto a Caravaggio, da Bosch a Rembrandt, da Masaccio a Van Eyck e tanti altri. Meraviglioso! E dopo cena in cinque prendiamo un taxi per immergerci nel mulinello di suoni e luci del Sony Center in Potsdamerplatz. Molta gente, comodamente distesa sulle sedie a sdraio, si gode lo spettacolo di colori e forme che cambiano e si muovono sulla cupola in moto perpetuo. Facciamo anche noi lo stesso; sdraiate col naso all’ insù mi sembra strano che nessuno, neanche un cameriere dai bar del posto, venga da noi con la richiesta di ordinare la consumazione!

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Lunedi 16 settembre

E’ giunta l’ora degli addii. Alessandra ci accompagna all’aeroporto di Schönefeld e non ci lascia prima di averci sistemato nella fila giusta per il check-in. Un po’ di suspence al momento dei controlli di polizia, poi tutto si risolve senza esiti preoccupanti per tutti. Tranne che per la famiglia Ventrella (Rosa con Donato e Mario): bloccati a causa di un accendino-souvenir inspiegabilmente considerato pericoloso (no gas!) saranno costretti a ripartire con altro volo e pernottare a Roma Fiumicino mettendo piede su suolo barese solo domattina. Ci dispiace molto per questo contrattempo, mentre il resto del gruppo arriva a Palese confortato dall’accoglienza di Candida Petruzzelli che ci scorta premurosamente fino a largo Due Giugno. Fine del vi

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