20 marzo 2014

Clara Usón, La figlia, ed. Sellerio, 2013

di Isa Bergamini

Titolo originale: “La hija del Este”

La storia ci insegna che gli uomini e i governi non hanno imparato nulla da essa” G. Fr. Hegel
Questo uno dei due esargo del bellissimo libro di Clara Usón, il filo teso in tutto il romanzo, nel quale la guerra adempie fino in fondo al suo rito sacrificale.

La lezione della storia è stata rimossa nella ex Jugoslavia degli anni 90’ da molti ed anche da Ana Mladić, la figlia amatissima di Ratko, il Boia dei Balcani, abbagliata certamente dalla personalità di suo padre, o meglio di quel Ratko che lei conosce in famiglia. Un rapporto intenso, una proiezione, quasi un’identificazione fra loro due, fatta di ritualità, di complicità, “figliolo” lui la chiama per dirle – ti voglio talmente bene che ti elevo a maschio-; si fanno dono di momenti esclusivi per loro due, come quando si dedicano alla pulizia della Zastava, che avrebbe dovuto sparare per la nascita del primo figlio di Ana, il nipote del generale. Ma quella pistola, che simboleggiava la continuità della famiglia, così ben pulita e ingrassata dalle stesse mani di Ana, sarà da lei usata per darsi la morte.
Figura dolente, vera vittima sacrificale fra le altre, della furia che ha attraversato il suo paese, sembra esserne consapevole, tanto da procedere verso la fine a testa alta, con lucidità estrema, quando leggendo i diari di guerra del Generale trova la conferma che suo padre le ha mentito.
Non vista aveva sentito l’amico Petar dire “Se mio padre fosse un bastardo serial killer, io mi sentirei responsabile. Per ogni vita che salverà la dottoressa Ana Mladic, suo padre avrà lasciato dietro di sé migliaia di cadaveri”.
Il racconto della vita di Ana, è anche il racconto della perdita dell’innocenza, della scoperta del mostro nero accanto al quale ha vissuto e che ha amato.
Dopo la morte di sua figlia il Generale comanderà l’Operazione Stella (così chiamava Ana), che porterà alla strage di Srebrenica, l’enclave islamica dove nel luglio del 1995 furono sterminate novemila persone, sotto gli occhi dei caschi blu olandesi.
La storia è drammatica e violenta non solo per Ana, la brava studentessa della Facoltà di Medicina di Belgrado, con tutte le sue consolidate e rassicuranti certezze, difese fino al possibile, ma anche per tutta la sua generazione travolta da quella “mondiale sagra della morte” che è la guerra, come è scritto da T. Mann nell’ultima pagina della Montagna Incantata.
Infelici, quindi anche tutti gli amici di Ana, che prendono le distanze da lei, persi in una guerra che ha travolto le loro vite, sottraendo loro il tempo della giovinezza e della speranza. Morti, fuggiti o costretti a partecipare alla guerra.

“La figlia” è una storia che percorre velocemente le pagine, tra un pesante passato ed un difficile e complicato presente, divisa in capitoli che alternano alla ricostruzione della drammatica storia di Ana (1971-1994), i ritratti sconvolgenti dei signori della guerra, attori di un rito di sangue, nel quale le vittime non hanno scampo e gli uomini hanno rinunciato alla loro dignità di esseri umani.

Le frontiere sono sempre state tracciate col sangue” R. Mladić
Questo il secondo esargo di “La figlia”, che sembra tingere di rosso tutte le pagine di questo libro. Frontiere e sangue, le due parole chiave che contengono tutta la violenza che ha travolto ancora una volta le terre dell’Est dell’Europa, dove la memoria collettiva delle atrocità commesse sembra avere un peso fondante della identità politica di ognuno di quei paesi e dove sembra anche non essere ancora iniziato un processo di elaborazione di quanto avvenuto e non certo di impossibile cancellazione.

Una storia, quella del libro di Clara Usòn, che rispetta tutti gli elementi della tragedia classica a cominciare dai protagonisti che passano dall’incoscienza al lucido tardivo e tragico sapere, dalla libertà alla concatenazione di eventi che li portano verso un destino che sembra già scritto. Infine la hybris scatenata e la ineluttabile vendetta degli dei.

Una vera e propria architettura che si costruisce nelle pagine, complessa, ricca e profonda, quasi barocca con quelle aperture e sviluppi di storie parallele, che si incastrano a perfezione, senza mai perdere il filo e la tensione della narrazione.
Un bellissimo libro.

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di Elisa Cataldi

C’è un modo più emozionante per conoscere la Storia?
Quella Storia maledetta della Guerra nei Balcani, quell’apoteosi dell’orrore scoppiata all’improvviso, in modo per noi del tutto inatteso ed incomprensibile in una terra bellissima, a due passi da noi che magari avevamo appena conosciuto in una spensierata vacanza.
Luoghi, personaggi, avvenimenti per tutto il lungo periodo tra il ’92 e il ’96 si sono sovrapposti, confusi nella nostra mente in modo inestricabile.
E’ stata chiamata “Guerra etnica”, ma è stata un macello!
Ed ecco che, dopo quasi 20 anni, una scrittrice spagnola (Clara Usòn, 1961), nel raccontarci il dramma personale di una ragazza, Ana, figlia del generale Radko Mladic (“il boia di Sebrenica”), riesce a portare una luce atroce ed indelebile, su quei fatti e sulle cause che li hanno provocati. Il romanzo assume quindi il valore di un documento insostituibile.
Quando Mladic “sbrigò la faccenda” di Srebrenica (luglio ’95: più di 8000 persone trucidate in 3 giorni), la sua figlia amatissima, era morta suicida da più di un anno (marzo ’94).
Ana è bellissima, ha 23 anni e studia Medicina a Belgrado. Nutre per il padre una sincera venerazione, crede in lui ciecamente, le idee del padre sono le sue. Radko a sua volta, adora Ana, è la sua figlia prediletta.
Ma Mladic, Comandante Generale delle forze armate Serbe, è anche un fanatico nazionalista che procede nell’annientamento dell’etnia prima croata, poi musulmana bosniaca, con segnata ferocia. Dispotico e narciso ama andare dicendo: ”Quando Io affermo una cosa è come se l’affermasse Dio Onnipotente !!!” (238)
E tanto più cinico e determinato si mostra nel suo lavoro, quanto amabile e dolcissimo si mostra in famiglia, con uno sconcertante sdoppiamento della personalità.
Allucinante il pezzo in cui Bosa ed Ana vanno a trovare Radko al fronte perché è il loro compleanno: gli portano il cestino del pic-nic e lui felice, invita la moglie a caricare le granate e Ana a metterle nei mortai ed a sparare sulla città (262-263)!!!
e lui felice…”abbiamo ucciso un bel po’ di turchi insieme, vero figliolo?” (346)
Del resto anche Karadzic, ricevuta la visita di Limonov il poeta nazionalista russo, lo invita a sparare sulla città (193-194). E’ un luna park! Si spara su pupazzi, non su persone con una vita, con degli affetti, delle emozioni!
Pian piano gli amici e i colleghi di Ana, in aperto dissenso con le idee ed i metodi del padre, cominciano a fare il vuoto intorno a lei.
(sente l’amico Petar dire, pensando di non essere udito: “per ogni vita che Ana salverà, il padre lascerà dietro di sé migliaia di cadaveri”) (358)
Nonostante la certezza granitica che il padre sia un eroe, anche Ana comincia a dubitare, ci sono dei conti che non tornano, vuole vederci chiaro e, quando scopre che tutto l’affetto del padre si nutre di menzogna, che le prove a suo carico superano perfino la sua cieca fiducia, si sente ingannata, tradita.
Ana pensa di uccidere prima il padre e poi se stessa, ma…non può tenere testa ad un uomo che l’ama tanto (454) e…si spara con la sua stessa pistola.
Un terribile rapporto edipico (e quasi incestuoso da parte del padre – vedi la II
delle 3 barzellette!!! (316), conclusosi non come avrebbe dovuto, con l’uccisione (almeno psicanalitica) del padre stesso (che forse, se fisica, avrebbe potuto risparmiare tante vite umane), bensì col suicidio ! Da notare che le opere di Tolstoj ricorrono in più punti del romanzo con un valore quasi predittivo, sia quando Ana parla del suicidio di Anna Karenina (202), sia quando riflette sul racconto “Dopo il ballo” (329) dello stesso autore. O ancora sull’ozio dei militari, traendo spunto da Guerra e pace (326)

Importantissima è poi l’analisi delle dinamiche che portano alla nascita del Nazionalismo, alla trasformazione del proprio vicino nell’ “ALTRO” (311.)
Basta cominciare a sollecitare la paura dell’altro, per dare l’avvio a quel fermento identitario che si nutre di odio e di rabbia! Una volta accesa la miccia, poi il processo va avanti da sé (45)“Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie, l’insensata convinzione che il tuo paese sia superiore a tutti gli altri perché ci sei nato tu” …
“…la contemplazione estatica del tuo piccolo insignificante ombelico”(308) (412 etc)
E alla base di tutto c’è la religione. Nella Jugoslavia di Tito Dio non esiste, il comunismo è ateo. Morto Tito (1980) le masse hanno la necessità di colmare quel vuoto (281-283): ecco quindi ricomparire il Cattolicesimo in Croazia, la religione Cristiano Ortodossa in Serbia, l’Islam in Bosnia Erzegovina, ma l’etnìa è una sola, sono tutti Slavi. “…a determinare l’appartenenza era come sempre la religione professata dalle generazioni precedenti…”
Molto interessante è poi come emerge dalla narrazione il ruolo delle donne.
Radko chiama Ana, come massima attribuzione di valore, “figliolo” (438), come se il femminile rappresentasse un “minus”.
Lo stesso tratta la moglie come una serva, pretendendo i suoi servizi, senza mai un “per favore” (447)- cosa notata con disappunto dalla stessa Ana.
Del resto la stessa moglie dimostra nei confronti del marito una servile venerazione, un’ammirazione incondizionata che tutto perdona (452).
Ma Ana stessa, quando si ritrova a sognare un marito, inizialmente, ascoltando se stessa, lo sogna dolce, comprensivo, gentile. Poi no, forse pensando al padre, si corregge…vuole un “vero maschio” ! (442)
Anche la moglie di Vlado, del resto, la madre di Danilo, ha questo atteggiamento da “crocerossina” nei confronti del marito, il quale invece non la sopporta e resta a Sarajevo per farsi una vita sua!
Per non parlare di ciò che Radko disse quando fu accusato degli stupri perpetrati dai cetnici sulle donne musulmane: ”I soldati serbi non hanno gusti così scadenti!”
Il ruolo dei giovani. I giovani nel romanzo sembrano (nella maggior parte) gli unici a cogliere l’assurdità di questa guerra. In vario modo, per motivi diversi, l’opposizione è molto diffusa, ma rimane la posizione più avversata e passata sotto silenzio. L’ondata di pacifismo viene da subito repressa… col fuoco dei cecchini.
(aprile ’92 – a Sarajevo i cecchini sparano su di un enorme corteo di pacifisti, uccidendo la giovane Suada Dilberovic). I cetnici considerano i pacifisti dei traditori!
Si va dalle tesi intellettuali di Petar (44-45), alle posizioni di Sasa e Ron, gli amici giornalisti incontrati a Mosca (227 e seg). Da Dragan che farebbe di tutto per non essere arruolato, fino a Danilo, l’io narrante, il più simpatico, quello che…”Quando vedo un eroe…scappo di corsa !” (271) e naturalmente suo padre Vlado suo mentore ed ispiratore (410).
Purtroppo però, sono giovani anche Mico, Sava, Gordon divenuti cetnici più o meno convinti e più o meno corrotti. Anche Darko è giovane, il figlio maschio di Mladic, ma lui, chissà come, non è mai stato arruolato in alcuna guerra, esattamente come Marko il figlio di Milosevic (126)!
Ed ora parliamo dello stile della narrazione. La scrittrice adopera degli artifici di struttura che rendono la lettura avvincente e sempre irresistibile.
I colpi di scena fino alla fine sono continui, i flash back, il cominciare sempre in modo difficilmente “collocabile” per poi entrare a pieno titolo in argomento (Karadzic con le sue terapie energetiche, Mladic con le sue due “anime” etc.)
Dovremo arrivare a pag 287 per scoprire chi è l’io narrante!
Le considerazioni universalmente valide, tratte dai particolari casi descritti.
Ma soprattutto la Storia con la maiuscola (o “Galleria degli eroi”) che fa da sottofondo alla storia privata dolorosa, intensissima di Ana.
Già, la storia di Ana: ma quali sono le fonti? Come ha fatto l’autrice a ricostruire così minuziosamente e verosimilmente il travaglio interiore di questa ragazza? Se per la Storia con la maiuscola esistono documenti e fonti facilmente rintracciabili, non si può dire altrettanto per la storia privata di Ana. E’ tutto romanzato? Si è voluto ricostruire un dramma a partire dai pochi eventi conosciuti?
Si può pensare che la scrittrice abbia “usato” il dramma di Ana con indiscrezione, per costruire un romanzo di successo? No lo so, certo che in ogni punto è chiaramente percepibile tutto l’affetto che la Usòn prova per Ana, tutta la umana simpatia per la sua ingenuità, tutta la partecipazione per la delusione ed il dolore immenso che la vanno sommergendo.

Libri correlati:

Ivo Andric – Il ponte sulla Drina – Oscar Mondadori (1960)
Ivo Andric – Racconti di Sarajevo – Tascabili economici Newton (1920)
Elena Doni e Chiara Valentini – L’arma dello stupro – ed. La Luna (1993)
Clara Usòn – La figlia – Sellerio (2013)
Marco Magini – Come fossi solo – Giunti (2014)
Paolo Rumiz – Maschere per un massacro – Universale Economica Feltrinelli (1996)
Margaret Mazzantini – Venuto al mondo – Mondadori (2008)

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di Antonella De Maio

Romanzo denso e inquietante, ricco di spunti di riflessione. Mette a dura prova la nostra memoria e la nostra sensibilità storica e perciò risulta potente e disturbante.
Già la struttura narrativa è molto originale, perché alterna capitoli di Storia in senso stretto (partendo dal 1300 con il principe Lazar, fino alle guerre nei Balcani del dopo Tito), a capitoli focalizzati nell’anno 1994, quando Ana Mladic, durante un viaggio a Mosca, comincia ad avere dei segnali che il suo adorato/adorante padre non è l’eroe che immaginava fosse, ma un brutale assassino ed un bugiardo. All’interno di questa narrazione “binaria”, si aggiungono vari registri espressivi che vanno dal riferimento multimediale, in apertura del romanzo, dei video privati della famiglia Mladic, visionabili su YouTube; al monologo interiore di Ana (uno su tutti quello che precede il suo suicidio, quando saluta la famiglia che aveva immaginato di avere); alla citazione di interi brani di classici (di Tolstoj vengono citati il romanzo Anna Karenina, la cui protagonista, non a caso, ha lo stesso nome e attuerà lo stesso proposito di suicidio di Ana Mladic) [penso che questo romanzo, specularmente a quello di Tolstoj, avrebbe potuto intitolarsi Ana Mladic]; il racconto Dopo il ballo; un
intero paragrafo sull’ozio dei militari tratto da Guerra e pace); alle scritte ciniche e dissacranti sulle lapidi dei bogomili; alla a volte surreale, a volte realistiche e agghiacciante sceneggiatura di un film mai girato; alla scrittura ironica delle riflessioni amare contenute in un preteso saggio su l’Ulisse di Joyce; al rapporto giornalistico sui fatti di guerra; al resoconto metodico e impudente di Ratko Mladic dei suoi compromessi bellici, lontano dalle telecamere.
Viene da chiedersi come abbia potuto, l’autrice catalana, avere una tale capacità di immedesimazione nel personaggio di Ana, da rendere così credibile il suo punto di vista, il suo graduale disincanto, fino alla lucida determinazione finale di togliersi la vita (che ricorda in modo impressionante la cupa disperazione di Anna Karenina).
Sembra che questa complessità di punti di vista e di registri narrativi, sia una precisa volontà dell’autrice di volere così riprodurre la complessità della composizione dei popoli dei Balcani.
“…Dio, quel vecchio vigliacco, si è rincantucciato da qualche parte, spaventato da ciò che ha fatto, terrorizzato dalla sua creazione, in attesa che qualcuno venga a cavargli le castagne dal fuoco. Non sarò io; Dio, se esiste, dovrebbe essere in carcere” pp.416-417
Questa citazione, così forte nella sua rabbia impotente, racchiude tutto l’odio e il desiderio di vendetta che sottendono le ingiustificabili atrocità commesse in una guerra così ben raccontata in questo romanzo, da suscitare un brivido e un senso di colpa a noi che ce ne stavamo placidi dall’altra parte dell’Adriatico.