“Hotel Silence”, di Audur Ava Olafsdottir.
Commenti e riflessioni09 giugno 2026
Audur Ava Olafsdottir, “Hotel Silence”, traduzione di Stefano Rosatti, Ed. Einaudi, 2019, pp. 191
Proposto da Elisa Cataldi
di Elisa Cataldi
Opera di una prolifica scrittrice islandese pluripremiata. Una storia relativamente breve, ben scritta, che offre molti spunti di riflessione sul dolore, sulla guerra, sulle relazioni umane talvolta capaci di far superare difficoltà che sembrerebbero insormontabili.
Un 49enne, Jònas, ad un certo punto della propria vita, per motivi diversi, si ritrova deluso in crisi di identità, ha perduto il senso della propria vita che gli appare ora tutta una menzogna. Decide pertanto di suicidarsi, ma per risparmiare alla figlia amatissima il ritrovamento del proprio cadavere, decide di farlo lontano. Sceglie quindi un paese che è appena uscito da una terribile guerra fratricida e s iporta dietro solo un trapano e una cassetta degli attrezzi. Particolarmente portato da sempre a riparare tutto ciò che trovava di rotto, ora questi attrezzi gli servono per allestire il suo suicidio. Jònas approda dunque all”Hotel Silence“ gestito da due giovani, fratello e sorella. A causa della guerra, nell’Hotel non funziona più niente; Jòonas viene dunque sollecitato a riparare con la sua abilità ed i suoi attrezzi, tutto quello che è possibile.Così facendo, il protagonista viene a contatto con gli orrori della guerra ed i loro effetti. Mine antiuomo, fosse comuni, esecuzioni sommarie, loschi figuri che grazie alla guerra lucrano e si arricchiscono. Ed il suo progetto di suicidarsi, di giorno in giorno viene rinviato, forse dimenticato. Il confronto tra il suo dolore e quello di questa gente è schiacciante. Qui ed ora c’è tanto da fare per tornare ad una sembianza di normalità. Lui, qui ed ora ha tanto da fare, non c’è tempo da perdere. Ora si sente utile, ha riacquistato un ruolo, la sua vita ha di nuovo un senso! Venir fuori dalla bolla asfittica del proprio dolore, confrontarsi con quello degli altri ha finito col “riparare” la sua vita.
Il titolo ”Hotel Silence” forse perché l’unica risposta possibile all’abisso del dolore, agli orrori della guerra, è il silenzio. Un inno alla pace, un viaggio alla riconquista della normalità, una rinascita, la lacelebrazione della vita “nonostante tutto”.
Una lettura molto scorrevole dal tono molto laico, affatto retorico o drammatico. La scrittrice sceglie sempre un basso profilo, un tono a volte cinico e sornione se non addirittura ironico, che ha l’effetto di stemperare l’orrore, alleggerire le tensioni. Toni che in alcuni punti, soprattutto all’inizio quando parla della depressione del protagonista, possono sembrare sproporzionati alla sua volontà di suicidarsi.
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