Diario di viaggio nella Germania di Weimar.

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 Diario di viaggio

Cent’anni di Bauhaus 

Weimar / Dessau / Berlino

8-16 settembre 2019

A cura di Angela Mengano

Domenica 8 settembre

Un viaggio a lungo meditato, che ci farà riscoprire pagine della storia tedesca attraverso il fenomeno Bauhaus, che ha inciso profondamente nella storia dell’architettura come nella cultura europea. Siamo 22. E prima di sparire nei meandri dell’aeroporto ci riuniamo insieme a Candida Petruzzelli per la foto che diventerà immagine-profilo nella chat di WhatsApp creata per comunicare durante il viaggio. In volo, con lo sguardo all’ingiù cerco invano le Alpi; evidentemente la rotta le aggira verso Est. Dopo due ore circa atterriamo a Berlino Tegel, dove ci aspettano Alessandra Brattelli (da 30 anni in Germania) che sarà da oggi il nostro angelo custode in terra tedesca, e l’autista, Pham Hai, dolce e cortese. Il traffico sulle strade del Brandeburgo è piuttosto sostenuto, secondo Alessandra, per via della Fiera internazionale di Elettronica che attira visitatori da ogni parte d’Europa. Attraversiamo foreste di pini (sostituiti alle vecchie querce, purtroppo, perchè serve legname e crescono in fretta) costeggiando di tanto in tanto macchie giallo vivo: sono i campi di colza. Sulla strada per Weimar ci fermiamo per una veloce sosta pranzo a Beelitz nella suggestiva atmosfera della “Alte Brauerei”, luogo storico di produzione della birra. Proseguendo, Alessandra ci fa notare che le grandi autostrade tedesche si devono a Hitler, il cui scopo subdolo era però di dotare la Germania di una rete di trasporti funzionale ai suoi folli progetti. Finalmente a Weimar, nella città di Goethe e Schiller, nonché culla della Bauhaus, nell’accogliente atmosfera dell’albergo Kaiserin Augusta. Dopo un’ottima cena (confortevole potage seguito da gustosi involtini di pollo con patate duchesse e funghi; dessert a base di crema e composta di frutti di bosco) é giunto il momento di fare salotto nell’accogliente sala d’ingresso dell’albergo.

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Lunedi 9 settembre

Colazione nell’ampia e luminosa sala al pianterreno, con vista sulla stazione ferroviaria sotto la pioggia. Fortunatamente il programma di oggi ci vedrà in prevalenza al coperto. Nel grigio cortile dell’Università di Weimar i nostri ombrelli multicolori portano una nota vivace. E’ qui che agli inizi del Novecento operarono personalità come Van de Welde e Gropius, dando alla luce il movimento Bauhaus. Ancora oggi l’edificio é sede dell’Istituto superiore di Architettura e all’interno, accanto alle opere di artisti famosi (Rodin ad esempio) sono esposti i lavori degli studenti (modellini, plastici etc.).

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Proprio di fronte all’edificio del Rettorato c’è la casa dove visse il musicista Franz Liszt, che visse a Weimar dal 1848 al 1861 svolgendovi intensa attività artistica. Sotto la pioggia risaliamo in pulmann. Sotto i nostri occhi sfilano edifici dalle belle eleganti forme, fino al Weimar Neues Museum, parallelepipedo di cemento grigio in stile minimalista progettato da Heike Hanada.

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Costruito per il centenario della Bauhaus e inaugurato nello scorso mese di aprile, è stato accolto da critiche feroci, la stampa tedesca ha detto persino che per la Bauhaus è stato costruito un bunker. La Mostra “The Bauhaus comes from Weimar” alla lettera sottolinea come la Bauhaus sia nata qui. Percorrendo le sale di esposizione ritroviamo con sorpresa tanti oggetti a noi familiari, tutti originali: è il design Bauhaus che ha fatto scuola lasciando senza che ce ne rendessimo conto, profonda traccia di sé nella nostra vita, nelle nostre case, dalle sedie ai mobili al vasellame ai tessuti, ritornando oggi con nuova veste negli spazi IKEA.  Ma non c’è solo design nella mostra. Ci sono le ricerche di Kandisky e altri sulla teoria dei colori; c’è Oskar Schlemmer che reinventa la danza col suo balletto triadico. E tanto altro. E’ stata breve l’esperienza Bauhaus a Weimar; a pochi anni dall’esordio l’accusa è “non fanno architettura, fanno politica” e Gropius accetta l’invito della città di Dessau a trasferirsi lì. Dopo lo spuntino nella caffetteria del Museo andiamo a visitare la Haus am Horn, primo e unico edificio progettato dalla Bauhaus negli anni di Weimar. Il pullman ci lascia poco lontano (strade strette, auto parcheggiate malamente: siamo sulla collina dove abitavano i padri fondatori della Bauhaus, anche Kandisky). L’ultimo tratto dobbiamo farlo a piedi sotto l’ombrello, zuppi di pioggia attraverso un sentiero sterrato.  Alessandra si dirà orgogliosa di noi: “siete stati stoici”. Ma ne è valsa la pena!       Una ragazza molto giovane e molto preparata ci guida nell’osservazione degli interni, che mostrano chiaramente come l’idea – base della casa sia l’integrazione tra architettura e arredamento. Molto degli arredi é stato ricostruito e in qualche caso sono state tracciate linee sul pavimento ad indicare la sistemazione originaria. La seconda meta del pomeriggio é la villa che ospita l’archivio di Nietzche, dove il filosofo visse gli ultimi anni della sua vita. Rinnovata in seguito, su richiesta della sorella, da Henry van de Velde, questa residenza si rivela oggi ai nostri occhi come Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale), per la raffinatezza degli ambienti, degli arredi, degli oggetti in stile Art Nouveau. La visita suscita una piccola discussione sulla figura di Nietzche  e sul suo pensiero, controverso tanto da essere da un lato accostato al Bauhaus e dall’altro sospettato di filonazismo.

Finita la giornata con le visite guidate da Alessandra, sempre brava e paziente con noi, formiamo un gruppetto per continuare la scoperta della città per conto nostro. Noto sulla via del ritorno il Conservatorio di Musica, dedicato a Johann Nepomuk Hummel il quale, nominato maestro di cappella, trasformò la città in una delle capitali musicali, invitando i migliori musicisti dell’epoca a visitarla e a esibirvisi. In albergo, dopo la cena a buffet, improvvisiamo una serata musicale con voci e pianoforte – dall’Angelo Azzurro di Marlene al coro del Nabucco, da Nada a Domenico Modugno – fin quando per concludere, Alessandra intona una dolce e nostalgica ninna-nanna tedesca che le cantava la sua mamma. Il tutto con la partecipazione divertita e benevola di alcuni ospiti dell’albergo.

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 Martedi 10 settembre

Stamattina, finalmente baciati dal sole, facciamo il giro della Weimar storica a partire dalla piazza del Teatro che vide la nascita della prima repubblica dopo la sconfitta dell’impero tedesco nella prima guerra   mondiale. Alessandra evoca la strana ricorrenza del 9 novembre nella storia tedesca, la data che in Germania chiamano “del destino” – nel 1918 la proclamazione della prima repubblica tedesca a Weimar; nel 1923 il Putsch di Monaco con le prime avvisaglie del nazismo; nel 1938 la tragica notte dei cristalli; nel 1989 la prima breccia nel Muro di Berlino. Al centro della piazza il monumento che ha fatto definire questa la “piazza del pensiero”: Goethe e Schiller, simboli imperituri della cultura tedesca ed europea.  E dopo sulla Schillerstrasse, torna a proposito il detto tedesco “Da fuori Hui, da dentro Pfui!” osservando la bellissima facciata di una casa storica interamente sventrata. Nel Markt campeggia il Municipio (Rathaus) con 35 campanelle di porcellana di Meissen che risuonano giornalmente a ore fisse. Vediamo passare un gruppetto di piccini accompagnati da alcuni adulti con un minimezzo di trasporto; è una piccola allegra brigata che ci fa sorridere e Ale ci spiega che si tratta di babysitteraggio (Tagesmutter), modello di assistenza infantile nato nel Nord Europa che sta arrivando anche in Italia, soprattutto al nord.

 

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 Ma su questa piazza, animata dalle colorite bancarelle del mercato, si affaccia la casa di Lucas Cranach, con la bella facciata rinascimentale e, in posizione un pò defilata, lo storico hotel Elephant ricordato da Goethe nell’ incipit di Carlotta a Weimar. Passeggiando, qualcuno di noi ha chiesto ad Alessandra notizie sul ginko, e lei tira fuori i versi di Goethe dedicati all’albero:

“non avverti nei miei canti/ch’io son uno e doppio insieme?”

Proseguiamo il nostro giro passando davanti alla biblioteca della duchessa Anna Amalia di Sassonia-Weimar, una tra le più importanti biblioteche dell’intera Germania. A proposito di costei, donna colta, amante dell’Italia, leggo nelle sue note biografiche un curioso particolare: pare abbia intrattenuto un’amicizia segreta con Giuseppe Capecelatro, arcivescovo di Taranto. Subito dopo una stretta al cuore e un pugno nello stomaco, quando all’interno dello Schloss, dove prima erano le scuderie, scendiamo agl’inferi, nelle celle di isolamento usate dal 1933 al 1945 per segregare i presunti nemici del regime nazionalsocialista. Nel grande cortile, rasi al suolo i capannoni preesistenti, sono stati accatastati, con gesto eticamente condivisibile, ammassi di pietrame, come a ricordare l’orrore che quei luoghi hanno visto. Una pausa distensiva nel Weimarer Kaffee ci riconcilia con la vita e ci predispone alla visita della Stadtkirche St. Peter und Paul meglio nota come Herderkirche, imponente chiesa tra tardo gotico e barocco riformato dove J.S. Bach suonava l’organo e il violino.  Sull’altare principale, la suggestiva pala della Crocifissione di Lucas Cranach (padre e figlio), esempio insigne di pittura della riforma. Cranach e Lutero, amici nella vita, sono raffigurati in uno dei pannelli laterali. Poco distante é la Casa-museo dove visse Johann Wolfgang Goethe, con la biblioteca (però non si può entrare nè toccare i suoi libri!), la sua cameretta, raccolte di sculture antiche, di ceramiche, di minerali, begli oggetti, un pianoforte, un bel giardino. Alcuni di noi, nel pomeriggio, scelgono di andare in visita al campo di concentramento di Buchenwald, poco distante dalla città di Weimar. Il resto del gruppo, dopo essersi riscaldato e rifocillato in una piacevole pausa ai tavolini del Cigno Bianco, attraversa il Parco sul fiume Ilm fino alla Casa-Giardino di Goethe. Il programma della giornata si chiude al Castello di Belvedere, residenza estiva per il duca Ernesto Augusto I di Sassonia-Weimar dove non visitiamo gli interni ma spaziamo nel parco, tra grandi alberi secolari e leggiadri vialetti ornati da statue raffiguranti le varie stagioni, putti e amorini. Anche stasera c’é la cena buffet, e dopo resta spazio per le chiacchiere e anche per un po’ di musica.

 

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 Mercoledi 11 settembre

Prima di trasferirci a Dessau da Weimar, dove abbiamo fatto tre pernottamenti in quell’albergo di fascino che é il Kaiserin Augusta, ci dedichiamo alla visita di Erfurt. Quando la strada passa vicino a dove sorgeva Buchenwald, (alla lettera “bosco di faggi”) il momento è quello giusto per riflettere sulla grande tragedia del nazismo, ascoltando Alessandra che ci racconta quanto ha sentito da una testimone diretta, la nonna di suo marito. Pensare che “buch”, parola tedesca che significa “libro”, ha origine da buche, in tedesco faggio, che è appunto il legno utilizzato per produrre la carta.

Erfurt è una delle città storiche meglio conservate della Germania, capitale della Turingia, dal centro storico intatto. La nostra visita parte dal colle dove sorgono, l’una di fronte all’altra, due imponenti edifici sacri in stile gotico, la Cattedrale e San Severo.

 

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Visitiamo la Cattedrale, costruita per volere di San Bonifacio vescovo di Magonza. Il colore caldo della pietra è dato dall’arenaria (il marmo al contrario darebbe una sensazione di freddo che forse meglio si addice ai climi del Sud). Nel portale, atipico nella forma, varie sculture e tra queste una rappresentazione della parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte. Nell’interno la magnificenza del coro ligneo; dell’altare barocco; delle vetrate gotiche; il candelabro di Wolfram, prima figura bronzea a tutto tondo conservatasi in territorio tedesco; una Madonna in trono romanica (1160); la Gloriosa “Omnium Campanarum Regina”, che intona – ma solo nelle grandi occasioni – la nota Mi, e l’eco dura sette minuti! Nella chiesa di San Severo   notevoli il sarcofago del Santo, in calcare rosa, il Rilievo di San Michele in alabastro, e il monumentale organo.

 

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 Una serie di angoli molto suggestivi si susseguono lungo l’animata strada principale. Costeggiando la chiesa di Ognissanti raggiungiamo la Fischmarkt, piazza dell’Antico Mercato del Pesce, cuore del centro storico. Sullo sfondo del Municipio da un lato e di antiche belle case dai nomi pittoreschi  (casa del Toro, casa della Corona d’Oro, casa  del Bue Rosso etc)  dall’altro notiamo il singolare monumento – obelisco dedicato a San Martino, meglio noto come Roland. In questo territorio, tra l’altro, si coltivava e commerciava il Guado (Isatis tinctoria)) utilizzato per estrarre il prezioso pigmento blu (indaco) usato come colorante tra i secoli tredicesimo e diciassettesimo.

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Proseguendo e oltrepassando lo straordinario Krämerbrücke sul fiume Gera, lontano parente del fiorentino Ponte Vecchio, raggiungiamo il convento degli Agostiniani.  Il luogo – che ricorda il proposito di Lutero di prendere i voti dopo aver invocato Sant’Anna durante uno spaventoso temporale – è, ricorda Lucia, una pietra miliare del nostro viaggio in Germania, che inizialmente pensavamo di dedicare a Lutero e alla Riforma protestante, in coincidenza con il 500° anniversario (1517-2017).  Ai piedi delle vetrate del Leone e del Pappagallo (che ripete la parola di Dio), dove è ben visibile la Rosa, simbolo del luteranesimo, discorriamo di ecumenismo, di protestantesimo, di artisti fiamminghi che arrivano in Italia, nella terra dove l’immagine sacra è ancora bene accolta.  Molto gradevole la pausa pranzo alla Birreria Augustiner sul ponte Krämerbrücke. Aria frizzante ma allietata da un tiepido sole. Prima di ripartire, facciamo due passi tra il lungofiume, le piazze animate e le belle chiese. Ripartiamo da Erfurt diretti a Dessau. Dalla Turingia alla Sassonia. In mezzo ad ampi spazi verdi ci colpiscono imponenti e inquietanti masse grige in lontananza: sono le scorie delle miniere di carbone. Superata Halle, arriviamo infine a Dessau, dove ci fermeremo due notti per approfondire la conoscenza del Bauhaus.

Giovedi 12 settembre

Dopo una ricca prima colazione andiamo al nuovo Bauhaus Museum Dessau, firmato dagli spagnoli Addenda e inaugurato pochi giorni fa.  Siamo tutti molto felici di visitarlo, cosa che non appariva assolutamente scontata alla partenza.   Audace è la soluzione architettonica adottata per questo museo, costituito da un’ampia trasparente scatola vetrata, aperta alla città, che ingloba un cubo di cemento lungo 100 mt e largo 18 mt sospeso a cinque metri sopra le teste dei visitatori. E qui la mostra inaugurale racconta, con oltre 1000 oggetti (tra cui splendidi tessuti), la storia della Bauhaus tra design, sperimentazione artistica e produzione di prototipi industriali. Terminata la visita, nell’ampio spazio al pianterreno – che ospita eventi e mostre temporanee – assaporiamo l’ebbrezza della “realtà aumentata” indossando avveniristici occhiali-scafandro che ci proiettano in un mondo virtuale fatto di sprofondamenti abissali e voli nell’infinito in un magico turbinio di forme e colori. Pranzo sulle rive dell’Elba nella Haus am Korn, ristorante all’interno di un edificio Bauhaus progettato nel 1929-30 da Carl Fieger, autorevole esponente del movimento Bauhaus. Segue la visita alle case dove hanno vissuto i maestri della Bauhaus, come Gropius, Moholy-Nagy, Schlemmer, Klee, Kandinsky.   Poco lontano entriamo nell’edificio della Fondazione Bauhaus Dessau, costruita su progetto di Gropius: ospitò la scuola al momento del forzato trasferimento da Weimar, scuola vissuta come luogo di apprendimento e di vita. Oggi ospita eventi, ma volendo si può anche – pare ad un prezzo contenuto – passare la notte negli alloggi degli studenti del Bauhaus provando a immaginare come ci vivevano quasi cento anni fa! Gli ambienti sono spaziosi e pieni di luce, “sipario di vetro” lo definisce Alessandra. Anche i minimi particolari sono interessanti e stilisticamente coerenti, vedi le maniglie alle porte; i colori; i volumi; le trasparenze.  Emozionante ficcare il naso nello studio di Walter Gropius. Il celebre dipinto del 1932 di Oskar Schlemmer che raffigurava lo scalone centrale, Bauhaustreppe (Scalinata al Bauhaus) venne bollato dai nazisti come “arte degenerata” (entartete Kunst) e acquistato dal Guggenheim Museum di New York. Nella stanza dell’officina alcuni operatori /artigiani si attardano indaffarati intorno a un’enorme cilindro composto da barattoli di vetro; ci viene spiegato che si tratta di un allestimento in corso d’opera per uno show serale, e dovrebbe contenere all’interno una donna nuda che balla.

 

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 Dopo la cena (a base di polpette vegetariane) ci aspetta una bella sorpresa. Alessandra e il nostro autista sono stati arruolati da Lucia come complici per festeggiare a doppio titolo Mariella Basile gustando il Baumkuche (dolce tradizionale del territorio). E alla fine si fa musica con voci e pianoforte e con il “biciclista”, come si autodefinisce il simpatico signore che si unisce a noi improvvisando sulla tastiera un impetuoso Brahms e raccontandoci le sue avventure di viaggio e la sua simpatia per il nostro paese.

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Venerdi 13 settembre

Arrivederci Dessau! Si va verso Berlino, con sosta al Parco Sans Souci di Potsdam, la Versailles prussiana, antica residenza della famiglia reale di Prussia fatta costruire da Federico II il Grande.  All’ingresso giganteggia la sagoma di un mulino a vento: fu qui che ebbe origine la frase “Ci sarà pure un giudice a Berlino” che pare sia stata pronunziata dal mugnaio che dignitosamente seppe resistere all’arroganza del monarca che voleva espropriarne il terreno.   Del complesso visitiamo solo l’esterno: il parco, il giardino barocco a terrazze, la fontana ornata da statue classicheggianti, la tomba del monarca.  Occasione per mettere a fuoco la figura di Federico II il Grande, dipinto dagli storici come figura doppia e contraddittoria, enigma sfuggente. Controverso re filosofo, amante della musica e dell’arte, si procura magnifiche opere (tra le tante, molti Watteau) per abbellire la sua residenza. Al tempo stesso guerrafondaio e amico di Voltaire; promotore della coltivazione delle patate che, demonizzate come “cibo del diavolo” perchè nascono sottoterra, intanto salvano la popolazione dalla fame in tempi di carestia, tanto che sulla sua tomba, molto visitata dai turisti, vengono sempre a deporre oltre che fiori anche patate.

 

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Qui a Potsdam sembra ci siano anche molte dacie, destinate a ospitare una colonia di cantori russi venuti ad allietare con la musica le serate della corte Hohenzollern.  Nel magnifico giardino una gag divertente viene fuori quando Alessandra, per mostrarci in pratica come facevano alla corte reale nel “giardino segreto”, chiama un volontario nel gioco della voce che passa attraverso la pietra come fosse un telefono senza fili, e Mario intende fischi per fiaschi (“strunz” per “struzzo”).

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All’uscita dal parco un lungo rettilineo fino alla porta di Brandeburgo ci porta direttamente nel centro città. Una sosta veloce per il pranzo in un gradevolissimo locale gestito da donne nel quartiere olandese, con una quiche e un bocconcino di torta di mele spartito al nostro tavolo, poi siamo di nuovo al bus diretti alla Einstein Turm, osservatorio astrofisico progettato da Erich Mendelsohn per testare la teoria della relatività, capolavoro di architettura espressionista che ci ricorda vagamente le linee sinuose delle architetture di Gaudì a Barcellona. All’esterno, proprio davanti all’ingresso della torre, seminascosto tra le pietre del pavimento, l’occhio attento di Margherita nota un cervello in bronzo, probabilmente un omaggio al genio di Einstein. Ci avviciniamo ora a grandi passi a Berlino. Veloce sosta obbligata sul Ponte di Glienicke, noto come ponte delle Spie, immortalato nel celebre film di Spielberg.

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Non lontano é il lago Wannsee triste ricordo della conferenza che nel gennaio 1942 decretò la “soluzione finale” con la deportazione degli ebrei nei campi di concentramento. Pernottiamo a Berlino Ovest all’albergo Hyperion in Pragerstrasse, comodo e ipertecnologico. Cena a buffet alle 19.30 precise! Qualcuno di noi ha scoperto l’esistenza di un mercatino proprio dietro l’angolo, in Pragerplatz, così usciamo a far due passi. E infine due chiacchiere prima di cadere in braccio a Morfeo.

Sabato 14 settembre

Partiamo alla scoperta della città con un nuovo autista, Leo, e un pulmann enorme, che potrebbe contenere un gruppo tre volte più grosso del nostro.  Dal maestoso Kurfürstendamm, punto di partenza alla volta di Berlino Est, sfilano davanti a noi la chiesa della commemorazione (Gedächtniskirche, dai berlinesi ribattezzata “dente cariato”); la scultura simboleggiante la divisione del muro in quattro settori (catena intrecciata con un capo slegato); le ambasciate sui grandi viali;  l’Obelisco della Vittoria all’interno del Tiergarten (che si ritrova nel film “Così lontano così vicino” di Wim Wenders); il castello Bellevue oggi sede ufficiale del Presidente della repubblica federale tedesca; la Torre Carillon simbolo di pace, donata nel 1987 a Berlino dalla Daimler-Benz. E intanto già da lontano si comincia a intravvedere la cupola del Reichstag, che il progettista Norman Foster ha voluto trasparente, in rapporto dialettico con la massa spessa e pesante della struttura storica. Diversamente, non sono trasparenti gli asili per i figli dei parlamentari, per la necessità di rispettarne la privacy.  Seguiamo in lontananza le volute della Sprea, il fiume che attraversa la città.  Alessandra ci indica la nuova grandiosa, spettacolare, megagalattica stazione ferroviaria di recente costruzione, cantiere in perenne trasformazione. Poco a poco entriamo nel cuore della città sfiorando, a volo d’uccello, il quartiere ebraico, Oranienburg, la Neue Synagoge, il bunker convertito in galleria d’arte contemporanea da Christian Boros, i teatri, e poi ancora l’isola dei Musei, la biblioteca Grimm in stile razionalista.  Fino ad arrivare alla prima tappa, la Bebelplatz.  Al centro della piazza, l’installazione di Michael Hullmann (una botola che lascia intravedere scaffali bianchi vuoti) evoca il rogo dei libri per mano non di Hitler ma di studenti di estrema destra nel 1933.  Tutto intorno, edifici storici come la Alte Bibliothek (il “comò” per i berlinesi), la Humboldt Universität (vi studiarono Hegel, Marx ed Engels, ma anche tanti premi Nobel), la Deutsche Staatoper (qui con alcune amiche una decina di anni fa abbiamo avuto la fortuna di ascoltare un concerto con Daniel Barenboim e Pierre Boulez insieme) e la St. Hedwigskirche (chiesa Cattolica che si ispira al Pantheon di Roma). Riprendiamo il bus sorvolando ora il Duomo luterano e la gotica Marienkirche. Ma un’attenzione particolare merita per la sua travagliatissima storia il Palazzo Reale, bombardato durante la seconda guerra  mondiale, raso al suolo in tempo di DDR perchè considerato simbolo del militarismo prussiano, ricostruito nel 1976, demolito nel 2006 a Germania riunificata anche perchè contaminato dall’amianto. Un architetto italiano laureatosi allo IUAV di Venezia, Franco Stella, ha vinto il concorso per la ricostruzione; al posto del Castello, nel rispetto dei volumi preesistenti, ci sarà lo Humboldt Forum e sembra che l’inaugurazione sia prevista per il prossimo anno. Ed è motivo di orgoglio che la ricostruzione di un edificio simbolo della storia e della cultura tedesche veda il rilevante contributo del nostro paese. Il giro nel quartiere Mitte ci porta al Memoriale della Shoah. Lo attraversiamo da un capo all’altro, scivolando pensosi nel labirinto di blocchi grigi che Peter Eisenman ha immaginato come altrettante tombe. Poco lontano, un cubo isolato è stato eretto come Memoriale per gli omosessuali.

 

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 Attraversiamo l’Accademia di Belle Arti (tra i nomi e le immagini dei soci che la bacheca interna riporta, quelli di Wim Wenders, Renzo Piano, Salvatore Sciarrino etc etc) poi sbuchiamo in Pariserplatz, da cui parte il fascinoso Unter den Linden. Lo storico Hotel Adlon, demolito dopo la seconda   guerra mondiale, ora risorto ancora più lussuoso di prima. La DZ Bank con la “balena” di Franck Gehry. Una moltitudine di no-vax, giunti da ogni angolo d’Europa (anche tanti italiani purtroppo) manifesta all’ombra della Porta di Brandeburgo. Uscendo dalla Porta, ben visibile sul selciato la linea di ciottoli che con la scritta “Berliner Mauer 1961-1989”, segna il punto in cui era stato alzato il muro.

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 E’ ora di fare una pausa; ci spostiamo dalle parti di Potsdamer platz. Qui dopo la caduta del muro Renzo Piano, ma anche altri architetti, italiani e non, hanno dato un nuovo volto. Non lasciano indifferenti  l’energia e la vivacità del Sony Center pulsante di vita 24 ore su 24 e i mille motivi di interesse concentrati in poco spazio: il pezzetto di “Muro” lasciato a futura memoria e ridipinto con tutti i colori dell’arcobaleno;  il Museo del Cinemale pietre d’inciampo “stellari” che ricordano le stars cinematografiche di tutti i tempi; il vecchio hotel Esplanade restaurato, con la Sala dell’Imperatore che  dall’esterno si intravvede appena; la gigantesca giraffa Lego tentazione irresistibile per il turista in vena di naïveté. Pausa pranzo ad Arkaden, grande galleria commerciale paradiso del consumismo.

 

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 Il pomeriggio è dedicato alla visita dell’edificio che ospita la Filarmonica di Berlino, mitica orchestra che fu diretta anche dal nostro Claudio Abbado. Eccezionale per la sua acustica e in generale per la resa tecnica è l’immensa sala da concerto, che é anche molto bella così come l’ha concepita il geniale architetto, Hans Scharoun, simile a una nave, perchè la musica è come un viaggio per mare.

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 Si torna in albergo. Dopo cena si sente uno scoppiettio di fuochi d’artificio: é la conclusione pirotecnica della festa-mercato in Pragerplatz, quasi alle porte del nostro albergo.

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Domenica 15 settembre

Un nuovo autista, Arnie, per gli spostamenti odierni. Oggi andiamo sulle rive della Sprea, dove è stata lasciata in piedi la parte più grossa del muro, affidata però a tanti artisti che con colori e pennelli hanno cercato di fare un lavoro di sdrammatizzazione dando un volto meno minaccioso a quel muro cupo e incombente che per 28 anni aveva tagliato in due la vita dei berlinesi. Una folla di turisti fa capannello intorno ai murales e specialmente alle immagini più famose, come quella del bacio tra Breznev e Honecker.

 

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 Attraverso la multiculturale Oranienstrasse, raggiungiamo il Check Point Charlie, meta turistica obbligata con profusione di selfie. Una interessante riflessione ci porge Alessandra, sull’ accostamento tra le due dittature: molti membri della Gestapo si sono poi riciclati nella Stasi. Prima di immergerci nell’orrore evocato dalla visita del Museo Ebraico, ci concediamo una pausa di puro piacere da Rausch, il tempio della cioccolata, nella Gendarmenplatz, dove prospettano, insieme al duomo tedesco e al duomo francese, la Konzerthaus (un violinista sta provando, ma la perfetta insonorizzazione nulla fa trapelare all’esterno) e il monumento a Schiller. Poi, il museo ebraico. Noi ci siamo limitati alla parte firmata da Daniel Libeskind, l’architetto di Ground Zero che, musicista di formazione, si è ispirato nel progetto al Moses und Aaron di Schönberg e ha disegnato l’edificio – geniale opera d’arte – come una stella di David spezzata (per i tedeschi “blitz”, che vuol dire lampo) e lo ha chiamato non “museo” ma “between the lines”, linee che intersecandosi creano “voids”, zone vuote, che rappresentano l’assenza degli ebrei nella società tedesca. Entrando, si scende come in una tomba percorrendo i tre assi della Continuità, dell’Olocausto e dell’Esilio.

 

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 Un giardino pietroso con 49 colonne (quella centrale riempita con la terra sacra di Israele); una lunga scala da risalire, attraversata in alto da assi che si conficcano nelle pareti come pugnali; la Torre dell’Olocausto senza una prospettiva di luce e di apertura; e alla fine sconvolge l’installazione di Menashe Kadishman, Shalekhet (Fallen leaves), foglie di acciaio, volti umani da calpestare. Ma è giusto o no passarci sopra?  Allora capisci perchè Libeskind non ha voluto chiamarlo museo; questo posto è fatto perchè nelle persone di tutto il mondo nasca la consapevolezza, e anche perchè è necessario capire qualcosa del popolo ebreo com’é oggi e da che parte sta andando. Il discorso porterebbe lontano, e non vado oltre.

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 A questo punto si impone la pausa pranzo e, nel tempo libero, la maggior parte del gruppo scopre il Nicolaiviertel, vecchio quartiere di san Nicola interamente ricostruito, e il nuovo quartiere Hansaviertel. Io scelgo la Gemäldegalerie, ricca di capolavori della pittura, da Giotto a Caravaggio, da Bosch a Rembrandt, da Masaccio a Van Eyck e tanti altri. Meraviglioso! E dopo cena in cinque prendiamo un taxi per immergerci nel mulinello di suoni e luci del Sony Center in Potsdamerplatz. Molta gente, comodamente distesa sulle sedie a sdraio, si gode lo spettacolo di colori e forme che cambiano e si muovono sulla cupola in moto perpetuo. Facciamo anche noi lo stesso; sdraiate col naso all’ insù mi sembra strano che nessuno, neanche un cameriere dai bar del posto, venga da noi con la richiesta di ordinare la consumazione!

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Lunedi 16 settembre

E’ giunta l’ora degli addii. Alessandra ci accompagna all’aeroporto di Schönefeld e non ci lascia prima di averci sistemato nella fila giusta per il check-in. Un po’ di suspence al momento dei controlli di polizia, poi tutto si risolve senza esiti preoccupanti per tutti. Tranne che per la famiglia Ventrella (Rosa con Donato e Mario): bloccati a causa di un accendino-souvenir inspiegabilmente considerato pericoloso (no gas!) saranno costretti a ripartire con altro volo e pernottare a Roma Fiumicino mettendo piede su suolo barese solo domattina. Ci dispiace molto per questo contrattempo, mentre il resto del gruppo arriva a Palese confortato dall’accoglienza di Candida Petruzzelli che ci scorta premurosamente fino a largo Due Giugno. Fine del vi

Diario di viaggio. La Tuscia. Marzo 2019

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      Diario di viaggio

     LA TUSCIA

     28 – 31 marzo 2019

 A cura di Angela Mengano

Il clou del nostro viaggio è centrato sull’incontro, fissato per sabato, con Graziella Chiarcossi, cugina di Pier Paolo Pasolini e moglie di Vincenzo Cerami, noto scrittore e sceneggiatore. L’abbiamo conosciuta a Bari, qualche mese fa, e da questo incontro è nata l’idea di una visita a Torre di Chia (Viterbo), nella casa-rifugio che permise al poeta di allontanarsi dalla città per lavorare come desiderava, in mezzo alla natura, negli ultimi anni di vita. Fu il luogo dove scrisse Lettere luterane e Petrolio, l’ultimo libro rimasto incompiuto.

Giovedi 28 marzo

Il gruppo in partenza da Bari è composto da 28 partecipanti; abbiamo a disposizione un pulmann da 32 posti che ci permetterà di muoverci in modo più snello nella viabilità a volte impegnativa delle piccole tortuose strade dell’interno. Pausa caffè verso Mirabella Eclano, pausa pranzo in autogrill quando siamo già nel Lazio. La prima meta é Orte, blocco di roccia tufacea che si avvista con una certa emozione da lontano.  E subito, come un pugno nell’occhio, la visione è turbata nello scorgere proprio davanti al bel profilo della città un brutto palazzo, forse anni ’60, costruito in barba a ogni criterio di estetica ancor prima che al rispetto della legge. La stessa emozione disturbata che dovette provare Pasolini il quale – nel documentario RAI del 1973 – sceglie di parlare della forma della città per lanciare strali contro un abusivismo edilizio che già allora, negli anni del boom economico, cominciava a manifestarsi deformando e imbruttendo il paesaggio.  In paese ci aspetta Riccardo Arseni, che ci farà da guida per tutto il pomeriggio. Nel frattempo ci hanno raggiunto Michele e Patrizia che parteciperanno con noi alle escursioni programmate. Qui a Orte visitiamo la città sotterranea, con l’affascinante colombaia, il pozzo di neve raccolta sui monti circostanti, utilizzato come frigorifero per alimenti e farmaci, la cisterna di acqua verdissima; dai belvedere affacciati sui fianchi della roccia si gode di una magnifica vista sul Tevere, e Riccardo ci indica in basso reperti archeologici dell’antica Orte, e in lontananza l’Umbria.

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Nel centro storico, tanti punti d’ interesse come la chiesa di San Silvestro, con il magnifico campanile romanico; la quattrocentesca Casa di Giuda, così detta per essere appartenuta a un personaggio traditore della comunità, al quale vennero perciò confiscati i beni; il cinema dedicato a Filoteo Alberini, pioniere della cinematografia mondiale, inventore della prima macchina cinematografica, il kinetografo, nell’anno precedente all’invenzione dei fratelli Lumiére. La guida Riccardo, vedendomi prendere appunti, di tanto in tanto mi sprona a modo suo: Scrivi Giovanna, scrivi… A Orte, ci dice, 800 sono gli abitanti rimasti (al che Franca F.  aggiunge sottovoce: Più noi, 829). Una veloce visita alla Cattedrale, nella piazza principale, poi l’assaggio di un gelato buonissimo. Un piccolo bassorilievo posto come architrave su di una porta desta la nostra attenzione; raffigura, ci dice Riccardo, i sette dormienti, forse in riferimento al martirio dei sette dormienti di Efeso. Da stasera pernottiamo al Balletti Hotel di San Martino al Cimino, lo stesso che ci ospitò sei anni fa. La cena è nel ristorante “La Tavernetta del Cavaliere”, annesso all’Hotel ma anche aperto alla clientela esterna, veramente eccellente.

Venerdi 29 marzo

Anche Vitorchiano, come Orte, ha origini etrusche. La visita alla città, presente nella hit parade dei borghi più belli d’ Italia, inizia di buon mattino con la nostra guida, la brava e vivace Chiara Zirino. Anche nel viaggio di sei anni fa in Alto Lazio avevamo programmato di venirci, se la neve caduta abbondantemente non ce lo avesse impedito.  Per una prima impressione del luogo da un punto di osservazione strategico, Chiara ci conduce al belvedere su cui campeggia il Maori, gigantesca scultura realizzata nella caratteristica pietra locale – il peperino – da undici maori giunti fin qui dall’Isola di Pasqua e ospiti di una puntata del programma TV “Alla ricerca dell’Arca” nel 1990. Prima di spostarci dal belvedere non ci sottraiamo al rito coniato per i turisti: toccare l’ombelico del Maori porta fortuna.

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 Da questo punto di osservazione Vitorchiano appare uno straordinario e armonico insieme di case e roccia peperina. Chiara ci indica in lontananza, in posizione scoscesa, un puntolino bianco: é la chiesetta di san Michele, aperta solo l’8 maggio nella ricorrenza della festa del santo. Paese festaiolo, Vitorchiano; ce ne sono tanti di eventi e sagre, tra cui “Peperino in fiore”, dedicato alla floricoltura, con la presenza sul posto di un centro botanico con la più vasta collezione di peonie che si conosca. Peccato non poterle vedere, ci dice Chiara, perchè al momento non ancora fiorite! Dal belvedere ci spostiamo in paese. Osservando le mura di cinta della città, Chiara ci fa notare la merlatura ghibellina a coda di rondine. Entriamo nella parte rinascimentale del borgo da porta Roma, lato sud.  Sosta imperdibile al bar per gustare il “caffè con la cremina”, poi percorriamo via Arringa, la più larga del paese. Qua e là, sulle porte, stemmi in peperino: quello con lupa romana ci ricorda l’antica amicizia tra Vitorchiano e Roma (il Senato Romano la proclamò “terra fedelissima all’ Urbe”).

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Sulla piazza domina il Palazzo comunale, realizzato dai maestri comacini.  Alcune locandine affisse alle pareti ci raccontano del rapporto di Vitorchiano con il cinema (scene girate qui, con Gassman e Montesano da Armata Brancaleone di Mario Monicelli e da Il prode Anselmo e il suo scudiero di Sergio Corbucci).  Ad un lato della piazza un abbeveratoio per gli animali.  In tutta la Tuscia – ci racconta Chiara – come peraltro in vaste zone della penisola, esisteva un mestiere oggi dimenticato, quello delle lavandaie. Notevole la monumentale fontana a fuso, in stile viterbese, con il giglio dei Farnese; curiosa una iscrizione datata 1320, posta nella parte inferiore della Torre dell’Orologio, alle spalle della fontana, che reca inciso a caratteri gotici un bando municipale che vieta agli assassini e ai traditori di dimorare nel Comune.  Saliamo in cima alla Torre medievale, molto ben restaurata, per poi ridiscendere al primo piano nella Sala Consiliare, ricca di bei dipinti.

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Fontana monumentale

Merita  una sosta la trecentesca chiesa di Santa Maria Assunta:  bel campanile; facciata munita di riccioli, da Chiara presentati come “ gattoni rampanti” e qui scopro la mia ignoranza in materia: termine architettonico a me sinora sconosciuto, si  impara sempre qualcosa di nuovo;  tavola  con l’immagine della Madonna,  ritrovata  da  contadini, che è occasione per ricordare la tradizione tutta locale delle madonne “vestite” portate in processione in macchine monumentali lignee appositamente costruite, per lo più settecentesche. Sull’ altare un Crocifisso che, all’epoca del restauro, ha rivelato anche l’identità dell’autore per il ritrovamento fortuito, all’interno della statua, di un biglietto con nome e data: Giovanni Parisino fecit, 1590.  Percorrendo le strade, Chiara ci indica ancora alcuni edifici interessanti anche da un punto di vista storico, come la Casa del Vescovo, con il caratteristico “Profferlo” (monumentale scalone esterno); la Casa della Maga; la Casa del Rabbino; la Porta della Vergogna. La sosta pranzo al Just, attiguo a un centro commerciale appena all’esterno dell’abitato di Vitorchiano, prelude alla visita del Monastero dove le monache trappiste, in un’oasi di pace e silenzio, producono gustose marmellate artigianali e varie altre golosità che vale la pena di assaggiare e portar via.  Elisa sceglie il Coenobium, prodotto con metodo naturale dalle stesse trappiste, vino che stasera con gesto squisito offrirà a tutta la compagnia per un allegro brindisi.  Per la visita di Soriano nel Cimino abbiamo appuntamento con Fabrizio, componente di una cooperativa di laureati nella facoltà di Beni Culturali dell’Università di Viterbo nonché narratore di comunità, davanti all’imponente cancellata sormontata da un arco di pietra del Palazzo Chigi Albani. Edificio che secondo Italia Nostra sarebbe a rischio di crollo, causa stato di abbandono per il succedersi nei secoli di proprietari diversi, Altemps, Albani, Chigi.  Ma fu Cristoforo Madruzzo, vescovo di Trento, ad avviarne la costruzione. Insignito dal Papa del feudo di Soriano come premio per avere ospitato a Trento il Concilio, fu uomo di corte, grande mecenate e amico di letterati, dotato di grande gusto estetico (anche il bellissimo Palazzo delle Albere a Trento, intravisto dal MUSE quando lo abbiamo visitato nel 2013 era stato fatto da lui costruire). Tiziano ne fece un ritratto.  Per un approfondimento sulla sua figura andrebbe letto il lavoro di Carla Benocci sugli Otia dei Madruzzo, segnalatoci da Fabrizio.  Il palazzo Chigi Albani nel 2005 diviene proprietà del Comune di Soriano, che ne ha avviato il recupero. Purtroppo allo stato attuale non é visitabile; possiamo solo ammirare in tutto il suo splendore la Fonte Papacqua con le sculture monumentali su temi mitologico-allegorici che mi hanno fatto pensare alle bizzarrie della vicina Bomarzo. E alla fine le scuderie, che ospitano il centro documentale-biblioteca Tusciae Res e la pinacoteca Lucio Ranucci, artista locale di forte impatto espressivo, che ha operato in prevalenza nei paesi latino-americani (evidente nelle sue opere é l’influsso dei muralisti messicani).

Prima di lasciarci (ma con lui saremo ancora insieme domani a Chia) Fabrizio ricorda il sogno di Pier Paolo Pasolini, da lui a lungo coltivato e sostenuto,  della nascita di  una Università della Tuscia, con sede a Viterbo, che in effetti è stata creata nel 1979. Stasera a cena ho apprezzato particolarmente, tra gli altri ottimi piatti, la  minestra di ceci e cicorie. E dopo il già citato brindisi con il Coenobium delle suore trappiste offerto da Elisa, intermezzo musicale al pianoforte, con canzoni e inni.

Sabato 30

Dal Balletti Hotel di San Martino a Torre di Chia, dove Eleonora ci guida lungo un sentiero boscoso che porta alle cascate, luogo scelto da Pasolini per girare la scena del Battesimo di Gesù nel Vangelo secondo Matteo.

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Torre di Chia

Racconta Enzo Siciliano nel suo “Vita di Pasolini”, ”..il  Giordano venne trovato tra Orte e Viterbo in una fessura scavata da un torrente tra rocce aspre e selvagge..”.  Del castello di Colle Casale o di Chia si hanno notizie sin dal 1220-60 circa.  Pier Paolo, venendo a girare qui, scoprì il rudere in stato di abbandono e se ne innamorò; ritornandoci spesso, qui veniva a disegnare, si sentiva libero di lavorare lontano dal chiasso della città, finchè riuscì ad acquistare la torre all’inizio degli anni ’70, affidando il progetto di ristrutturazione a Dante Ferretti, grande scenografo e suo collaboratore in tanti film. Eleonora ci raccomanda di fare attenzione al fango che in qualche punto rende scivoloso il terreno. Lo scenario è evocativo e emozionante.

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Cascatelle

Dalle cascatelle raggiungiamo il primo dei vecchi mulini, tornando poi sui nostri passi per la proiezione – introdotta da Fabrizio (nostra guida ieri a Soriano) – del bellissimo “Pasolini e la forma della città”, di cui avevamo già parlato nel corso della nostra visita a Orte.  Negli ambienti luminosi della casa-torre, Graziella Chiarcossi ci accoglie con generosità e ospitalità squisite.  Una corrente empatica scorre tra noi mentre parliamo – dopo un gradevole break a base di cose buone e un buon bicchiere di vino – di tanti argomenti, ripercorrendo la vita e le opere di Pasolini..il lavoro di Graziella nella Fondazione intitolata al poeta…il parco letterario, che fatica a decollare per le solite ragioni di burocrazia e di miopia… e tanto altro.  Alla domanda se lei vede degli eredi di Pier Paolo, Graziella risponde di no, che crede piuttosto nei maestri; lei, filologa, ha avuto Aurelio Roncaglia, Pier Paolo aveva Roberto Longhi; ma quanti ce ne sono oggi di questi? Tra domande e riflessioni il tempo vola, arriva il momento di ripartire. Ringraziamo Graziella, salutandola con l’augurio di rivederla presto.

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L’ospitalità di Graziella Chiarcossi

Seduti ai tavolini del caffè di Soriano inondati di sole, nella piazza principale di fronte alla collegiata di san Nicola aspettiamo che ci raggiunga Valerio, per salire con lui dall’arco monumentale che immette nella città vecchia fino al Castello. Mentre avanziamo, Valerio ci dà alcuni cenni storici su Soriano, prendendo spunto da quello che incontriamo lungo la strada (chiese, fontane, palazzi) e inserendo nel racconto tasselli inediti, per esempio sui personaggi che hanno amato e frequentato Soriano (Fabrizio De André, Luigi Pirandello..).  Il Castello si erge imponente davanti a noi: fu fatto costruire da Papa Niccolò III Orsini, che Dante colloca nel girone dei simoniaci (Inferno canto XIX) per aver egli brigato in modo da favorire i più stretti parenti; donde il termine “nepotismo”.

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Grandioso il panorama che si distende sotto i nostri occhi dagli spalti del Castello; é plausibile che l’Orsini abbia scelto Soriano come borgo fortificato per difendersi da possibili attacchi esterni. In fondo alla pianura, in basso di fronte a noi, si può scorgere la sagoma slanciata della Torre di Chia, e in lontananza il monte Soratte, che avevamo già avvistato da Caprarola nel 2013, andando a visitare palazzo Farnese; ma anche il Terminillo..le Marche..il Gran Sasso. Valerio ci mostra   le anguste celle che da metà Ottocento fino agli anni 80 del secolo scorso ospitarono detenuti.  Ci fa notare il verso dei blocchi nelle murature del castello, che se disposti verticalmente rivelano una costruzione più antica.  In ultimo c’è da vedere la sala delle armi, (architettura nordica, azzarderei normanno-gotica) con volta di ingresso affrescata con motivi tardo- rinascimentali. Concludiamo la visita al Castello con un fuori-programma molto simpatico, una bella mostra, “Dagli Organetti alle Macchine Parlanti fino al vinile”, curata da Mario Valentini, appassionato collezionista di una messe immensa di strumenti per la riproduzione musicale, dai dischi di cartone forati agli organetti ai fonografi a tromba fino alle vecchie radio e ai juke box che hanno accompagnato la nostra giovinezza. Siamo eccitati e divertiti mentre il bravissimo curatore ci fa riascoltare canzoni del tempo che fu, e alla fine ci lanciamo in un allegro vortice di danza.  Bernardo – folgorato come tutti da tanta musica – organizza una serata musicale a base di vecchie canzoni, con l’aiuto di Google per la ricerca dei testi. Così dopo cena ci riuniamo nella hall, la direzione ci autorizza ad aprire il pianoforte e il concerto ha inizio, con tanto di accompagnamento corale, nell’allegria generale.   E per l’occasione mi metto in lamé.

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Domenica 31

La partenza – e il saluto al confortevole Balletti Hotel di San Martino al Cimino – non impedisce a uno sparuto drappello di cinque valorosi di aprire la giornata con la “camminata meditativa” proposta da Bernardo e che noi tutti ci ripromettiamo, con maggiore o minore convinzione, di fare prima o poi. Volgiamo sulla via del ritorno. L’ultima tappa é Montecassino, da Gregorovius definita “Atene medievale nella notte di molti secoli”.  La gradevolissima pausa – pranzo al Querceto, azienda a carattere familiare dove ci vengono offerte tante cose buone e genuine in mezzo agli alberi, è una buona premessa per affrontare, con la guida di Anna Maria Priora, la salita all’ Abbazia, ricostruita integralmente dopo il bombardamento che la rase al suolo.  La collina è tutta rosseggiante di alberi di Giuda che evocano la leggenda cristiana.  E la guida viene incontro a tutte le nostre curiosità, raccontandoci di Marco Terenzio Varrone e della sua villa ormai invasa dalle erbacce; e di   Numidia Quadratilla,  (I sec. d.C., una donna costruttrice nell’antichità classica!) che fece costruire a sue spese l’Anfiteatro e il Tempio per la popolazione di Cassino. La strada intanto interseca elementi interessanti, tra cui il teatro romano, la Rocca Janula, imponente fortezza medievale, il monumento alla pace di Umberto Mastroianni, che si distingue appena da lontano, nel paesaggio roccioso, come una macchia indistinta di color cioccolata: rappresenta l’implosione di una bomba, e oggi il suo valore fortemente simbolico é mortificato in ugual misura dall’incuria e dall’ infelice collocazione: poteva essere trattato con più riguardo!

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  Abbazia di Montecassino

Scopriamo che l’Abbazia sorge a 575 metri sul livello del mare, anche se la posizione dominante la fa sembrare molto ma molto più alta!  La guida ci ricorda la vicenda tragica della battaglia di Montecassino nella seconda guerra mondiale, come non fossero bastate le prove che la storia le aveva riservato, se è vero (come é vero) che ben quattro volte l’Abbazia venne distrutta, dai Longobardi prima (580 d.C.), dai Saraceni poi (nell’ 883), a causa di un terremoto (1349) e infine per la quarta volta nell’inverno del 1944 a causa del bombardamento alleato. E’ significativo notare come al momento della ricostruzione i cittadini vollero che ancor prima della città rinascesse l’Abbazia, ricostruita com’era e dov’era.  La nostra guida, molto brava e competente (scoprirò tra l’altro che ha fatto una tesi su Ildegarda di Bingen!! ) ci accompagna nella visita e insieme a una serie di informazioni  sulla storia di questa grande abbazia fondata da san Benedetto ci fa notare una serie di punti interessanti:  nel primo chiostro dedicato a san Martino di Tours  la statua di Attilio Selva raffigurante la Morte di San Benedetto, donata da Konrad Adenauer per riconoscenza verso i monaci;  la Loggia del Paradiso con il belvedere affacciato sulla valle del Liri e il chiostro detto del Bramante con  la cisterna  e le due statue di san Benedetto e Santa Scolastica;  in cima alla scalinata il chiostro dei Benefattori circondato dalle statue di papi e sovrani munifici con l’ Abbazia, tra cui Carlomagno e i genitori di san Benedetto  e santa Scolastica;  il portale della chiesa, fatto realizzare a Costantinopoli (1066);  nella chiesa, che andò interamente distrutta nei bombardamenti, solo il pavimento rimase intatto perchè protetto dalle macerie del tetto crollato; sulla facciata interna,  il grande  affresco perduto di Luca Giordano é stato sostituito da  La gloria di san Benedetto  di   Pietro Annigoni;  l’opera di ripristino delle decorazioni fu da lui portata avanti negli anni ’80 e per soli quattro anni fino alla sua morte;  ora  viene proseguita, ma a rilento, da Sergio Favotto, artista con  studio a Venezia. Last but not least, va ricordata la biblioteca, un patrimonio di valore incalcolabile di oltre 200.000 volumi, miracolosamente salvati insieme a una serie di documenti e valori trasportati in tempo utile con 17 camion messi a disposizione dai tedeschi a Roma, in Vaticano, quindi in territorio neutrale. Oggi non è accessibile al pubblico ma solo agli studiosi.  Questa immensa ricchezza, del resto, é affidata alla custodia di pochi monaci, quelli rimasti ancora oggi nell’Abbazia, il cui numero non sembra noto ma pare ammonti a poche unità.

 

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