Referendum 12 giugno: una riforma da capire. Con Nicola Colaianni

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Mercoledì 9 Giugno 2022, ore 17:00

presso la sede della C.G.I.L, Fondazione Rita Maierotti, via Giuseppe Volpe n.4. incontreremo

Nicola Colaianni, già magistrato in Cassazione e professore presso l’Università di Bari, 

su ” Referendum: una riforma da capire” .

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Notturno cileno, di Roberto Bolaño

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24 maggio 2022

Roberto Bolaño, “Notturno cileno“, traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi, 2016

proposto da Luciana Cusmano

di Luciana Cusmano

“Fare letteratura è un mestiere pericoloso”, afferma Bolano, “perchè la vera letteratura è sapere ficcare la testa nel pozzo, nel buio del male, sapere saltare nel vuoto”.

Il delirio notturno di un sacerdote, che in una notte drammatica ripercorre  eventi della sua vita, serve a Bolano per denunciare i compromessi e le viltà di una classe di intellettuali resasi complice del potere che ha schiacciato il Cile.

Il linguaggio fluido, ricco di metafore, spesso surreale, dalle forti connotazioni metaletterarie, fà di Bolano uno degli innovatori della letteratura latinoamericana, che si sottrae alle convenzioni di un realismo magico, saturo di epigoni, attraverso il dialogo con una tradizione sovranazionale e di aspirazione cosmopolita.

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Breve nota a cura di Isa Bergamini dopo l’incontro del gruppo di lettura:

Il dialogo è stato intenso e appassionato per questo libro molto amato e definito come un piccolo grande libro rivoluzionario per i temi e soprattutto le modalità di tradurli in una pagina densa, in un racconto che dice ma non svela, lasciando al lettore la ricerca nel profondo di segni rivelatori. Infatti molte di noi hanno voluto rileggerlo una seconda volta, con grande piacere.

In particolare, si è messo in evidenza l’intensità con cui il protagonista in un continuo ininterrotto flusso di coscienza alla fine dei suoi giorni ripercorre una vita di compromessi e di tradimenti nei confronti di quel doppio di sé, da lui chiamato il “giovane invecchiato”, in pagine che si rincorrono con un ritmo incalzante.

Si è detto che Bolaño, con un racconto denso e non semplice, rende il protagonista, il cileno gesuita dell’Opus Dei Sebastian Urrutia Lacroix uomo di cultura vasta e profonda, il testimone in negativo di quanto egli pensasse sulla funzione e la responsabilità dell’intellettuale nella vita politica e sociale del suo tempo e del suo paese. Tutto il libro è un dialogo interiore che rivela un percorso di consapevolezza e non di pentimento, testimoniando dall’interno l’assenza di etica con un diretto e profondo atto d’accusa al mondo dei  letterati e delle gerarchie ecclesiastiche. E’ stato anche evidenziato che il libro a un consapevole realismo affianca anche  evidenti e complessi riferimenti simbolici, infatti sono state citate reali figure di intellettuali cileni oltre ai falchi e alle colombe produttrici di “merda”.

L’incipit forte e potente apre la prima pagina del libro che si chiude coerentemente con l’ultima che suscita in chi legge interrogativi esistenziali e storico politici. Si è sottolineato anche che in molte pagine si trovano testimonianze della profonda cultura dell’autore, testimone impegnato del suo tempo non solo con i suoi libri ma anche con difficili scelte di vita. Si è detto che i modelli europei e in particolare J.Joyce sono evidenti nella formazione culturale di R. Bolaño ed è stata in particolare sottolineata la presenza di numerose citazioni dantesche, dei colori delle poesie di Charles Beaudelaire ed infine di diversi rifermenti alla cultura greca.

E’ stato notato che i nomi che compaiono nel libro rispondono a una precisa e consapevole scelta dell’autore: Farewell vuol dire Addio, Oido palindromo odiO anche in spagnolo, Aruap palindromo di paurA in italiano, infine Lacroix che è il secondo cognome del gesuita protagonista.

– I gemelli di San Nicola – di e con Marco Caratozzolo.

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MERCOLEDI 25 MAGGIO 2022, ore 17:00

l’Adirt incontra Marco Caratozzolo, docente di Lingua e Letteratura russa dell’Università di Bari, presso la sede della C.G.I.L, Fondazione Rita Maierotti, via Giuseppe Volpe n.4.

I gemelli di San Nicola”: il seme dell’accoglienza in un tesoro russo trovato per caso.
Una Bari vecchia vivacissima attraverso le pagine di  Vasilij Nemirovič-Dančenko, scrittore russo di fine ‘800, scoperte nella Biblioteca Lenin di Mosca da Marco Caratozzolo e da lui curate e tradotte per Stilo Editrice. 

Il testo:

Vasilij Nemirovič-Dančenko, I gemelli di San Nicola, Stilo Editrice, 2021

L’Adirt a Molfetta

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Sabato 14 maggio 2022

In mattinata visiteremo il Pulo di Molfetta, caratteristica dolina creatasi per il cedimento della volta di numerose cavità sotterranee, di forma ovoidale, profonda 30 m, scavata nella roccia di origine carsica, a circa 1,5 km dal centro della città di Molfetta, in direzione sud-ovest.  Di grande interesse dal punto di vista geologico, storico, archeologico e non di meno, importante per la sua biodiversità botanica e faunistica.

Seguirà la visita al Museo del Pulo e un aperitivo sul porto di Molfetta.

Soci e Simpatizzanti interessati sono invitati quanto prima a comunicare telefonicamente (vedi numero a piè pagina) la propria adesione.

E’ richiesta la data di nascita e il luogo di residenza. Inoltre, dovendo muoverci con mezzi propri, per poterci organizzare al meglio, è opportuno che i partecipanti  informino se intendono utilizzare il proprio mezzo ed eventualmente se desiderano condividerlo.

Informazioni più precise circa orari e luoghi verranno fornite dopo le adesioni.

Info:    339.4029450    –    338.4639612

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Lezione di Tango, di Elsa Osorio

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26 aprile 2022

Elsa Osorio, “Lezione do Tango“, traduzione di Roberta Bovaia, TEA 2006.

Proposto da Franca, Maria Grazia e Teresa.

di Franca Botrugno, Maria Grazia Toma e Teresa Santostasi.

Il ricordo di un viaggio amato, Buenos Aires, la Plata, la musica, l’abbraccio della gente argentina e il desiderio di una lettura che si preannunziava coinvolgente, un titolo stimolante “il solletico ai piedi e a tutto il corpo che chiedeva Tango”, per tornare finalmente a danzare, dopo la pandemia.

Franca, Maria Grazia e Teresa per ragioni differenti, a settembre 2021, hanno proposto di leggere insieme “Lezione di Tango”, della scrittrice argentina Elsa Osorio. Franca e Maria Grazia lo hanno già letto durante il bel viaggio in Argentina che risale a tanti anni fa; lo propongono per rivivere le atmosfere del Tango e per provare a “ballarlo” con le amiche del gruppo di lettura. Teresa, che non lo ha ancora letto, si è lasciata sedurre del titolo e dalla recensione che racconta di una danza simbolo dell’identità argentina, dove il Tango prende parte alla vita dei personaggi, intrecciandosi con le loro storie e avendo come sfondo la situazione politica del paese sudamericano di fine ottocento, dalle prime ondate immigratorie, i primi moti socialisti, fino alla dittatura militare nel 1930.

Il racconto è una saga corale di diverse generazioni nella quale si muovono numerosi personaggi collocati in tempi e luoghi diversi con i quali non è stato facile destreggiarsi nella lettura. In una milonga parigina si incontrano Ana, giovane sociologa ricercatrice nata a Buenos Aires, ma emigrata da piccola in Francia e Luis, un regista argentino di passaggio a Parigi. Entrambi hanno la passione per il tango. Il pretesto narrativo nasce dal passato argentino che accomuna i due personaggi: il bisnonno di Ana, Hernàn Lasalle, era un grande ballerino di tango e Asunciòn, bisnonna di Luis e domestica in casa Lasalle, che condivideva con Hernàn l’attrazione per il tango e un amore impossibile.

La particolarità del romanzo, il cui titolo originario è “Cielo di Tango”, è la presenza di un personaggio incorporeo, il Tango, che diventa qui simile ad un luogo dove i diversi personaggi oramai defunti, tornano a vivere come voci di un Coro in remoto che commentano e partecipano emotivamente alle vicende dei viventi, tanto quanto i personaggi stessi.                        

Di non semplice lettura, il racconto della Osorio, sovrapponendo tempi diversi, discorsi diretti ed indiretti, trasferendo un soggetto narratore ad un altro, ricorda il ritmo del Tango basato sull’improvvisazione, caratterizzato dall’eleganza delle pause, da movimenti rigidi, con brusche impennate, casquet e dalla passionalità. La storia raccontata è in realtà l’evoluzione del Tango la cui musica risuona in ogni pagina, trasmettendo un sentimento di passione, ma anche di amarezza e malinconia che prende origine dalle storie di migrazione nel’’800. L’Autrice esprime nel suo racconto, l’anima del Tango, un ballo che è diventato parte integrante della cultura argentina, dove immigrati e crillos si sono fusi in una danza che è anche un abbraccio.

“E in noi che lo balliamo” dice Carlota “il corpo si muove con una volontà propria, indipendente da ogni idea…come se fosse posseduto…lasciarsi abitare da Tango”; “Quel che è certo è che Tango si è espresso attraverso di noi”, dice Hernàn, “tutti insieme nessuno in particolare, abbiamo fatto Tago e per questo siamo qui. Ce lo siamo conquistati”.

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Breve nota a cura di Isa Bergamini dopo l’incontro del gruppo di lettura:

E’ stato detto che il libro non è del tutto riuscito sotto vari aspetti. Deludente in particolare perché non sa far parlare la storia come invece si riprometteva e in qualche modo ammicca al modello del romanzo ottocentesco europeo. I personaggi percorrono pagine in un intrico di situazioni, luoghi e tempi diversi che si sovrappongono e che rendono ardua la lettura, tanto che per renderla più agevole è stato necessario costruirsi una mappa con nomi e relazioni di parentela. 

Il libro è stato definito in parte artificioso, costruito con frammenti di cronaca,  non raggiungendo così né profondità né emozione nel delineare i personaggi.

Il Tango non è l’unico protagonista perché la storia è corale, con un racconto che procede proprio come un tango con slanci, pause, riprese e inversioni di rotta, che sono proprio la nota o meglio lo spartito di questo libro con tutte le difficoltà che ne comporta la lettura. Il testo risulta alcune volte divertente, ma in definitiva deludente.

Sono stati anche evidenziati alcuni caratteri specifici di una parte della tradizione latino-americana, il rapporto con i morti, la presenza di una meta-realtà sia a livello collettivo che personale.

Naturalmente si è parlato del Tango e sono stati citati:

  1. il film “Lezioni di tango” di e con Sally Potter, film del 1997. Il film non ha alcuna relazione con il libro di Elsa Osorio
  2. “Il Tango” di Jorge Luis Borges, Adelphi, 2019
  3. “Evaristo Carriego” di Jorge Luis Borges, Einaudi, 1972

Arte in due. Incontro con Katia Ricci

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Giovedì 5 maggio, ore 17:00

l’Adirt organizza un incontro presso la sede delle C.G.I.L, Fondazione Rita Maierotti, via Giuseppe Volpe n.4.

Arte in due:

Larionov (Tiraspol 1881) e Goncharova (Negaevo 1881)

Dialogo senza frontiere

Con Katia Ricci, docente e critica d’arte, scrittrice, curatrice di mostre e cataloghi di artisti contemporanei, cofondatrice del circolo culturale “La merlettaia” che ha sede a Foggia e che si occupa di libertà civili e di emancipazione delle donne. 

Accesso con mascherina FFP2 e Green pass valido.

Contatti: 339.4029450 – 338.4639612

Cacao, di Jorge Amado

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15 marzo 2022

Jorge Amado, “Cacao“, traduzione di Daniela Ferioli, Einaudi, 2015. Proposto da Elisa Cataldi.

di Elisa Cataldi

Alla fine del 1800 – inizi del 1900 l’Europa e l’America del Nord si scoprono golose di Cioccolata: questo rappresenta lo stimolo per i latifondisti (o aspiranti tali) dell’America Latina ad una deforestazione selvaggia per fare spazio a monocolture di CACAO. Gli stati a sud di Bahia diventano l’Eldorado anche per migliaia di braccianti che si trasferiscono nelle “fazendas” col miraggio di guadagni che migliorino la loro atavica miseria. I proprietari delle piantagioni però, conoscono una sola legge: la produzione del Cacao e la sua quotazione. Lo sfruttamento della manodopera diventa clamoroso, configurando condizioni di vera e propria schiavitù.

Jorge Amado, all’età di 20 anni, nel 1933, avendo assistito direttamente a queste perequazioni sociali in quanto figlio di un proprietario terriero, grande produttore di cacao, scrive questo piccolo libro di denuncia (116 pagine) che risulta molto efficace e coinvolgente. Lo stesso Autore dice che non si tratta di un romanzo, non è letteratura, non vi è raccontata una storia vera e propria, ma dopo averlo letto risulta chiaro che oltre l’impegno politico, siamo di fronte ad un’opera di altissima letteratura, eccome!!! Si tratta di uno spaccato di quella società fatta di soprusi ed ingiustizie, che J. Amado denuncia con una scrittura semplice e diretta ma con la eccezionale capacità affabulatoria coinvolgente e ricca di sensualità, che caratterizzerà tutta la sua opera successiva.

Una miriade di personaggi vivi, pulsanti, dai sentimenti forti, intensi nell’allegria come nel dolore. Personaggi di fronte ai quali non si può restare indifferenti, così ben disegnati nel loro profilo psicologico, che non si fa fatica a riconoscere il prepotente, l’ingenuo, l’arrivista, il cattivo, l’amico, l’arrogante etc. Lo scrittore ci fa immergere in atmosfere di sopraffazione, di arroganza, di sofferenza, di rabbia, di odio, ma anche di amicizia, di solidarietà tra gli ultimi della terra e di estrema dignità. Un piccolo gioiello insomma, che ci fa comprendere i motivi di una svolta comunista e dell’inizio di una coscienza di classe come dice l’autore, col cuore pulito e felice.

Complementare a questa narrazione è risultato il supporto di: “Le vene aperte dell’America Latina” di Eduardo Galeano, che sviluppa le stesse tematiche anche se col taglio non più di un’opera letteraria, ma di una vastissima ed esaustiva inchiesta giornalistica.

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Breve nota a cura di Isa Bergamini dopo l’incontro del gruppo di lettura:

Il libro è risultato a tutte molto interessante e anche coinvolgente. Interessante per i temi storici, politici e sociali nel Brasile dei primi anni ‘30, ma anche coinvolgente per la scrittura alta di  J. Amado ancora in giovane età, quando scrisse questo libro. A più voci si è parlato di alta letteratura per la capacità dimostrata nel delineare i personaggi con pochi efficaci tratti e con una scrittura essenziale e diretta.

Molti i temi che il libro affronta e che sono stati colti e sottolineati.

J. Amado dichiara esplicitamente nella nota iniziale, il suo intento di aver voluto scrivere un libro politico, infatti la sua attenzione è in particolare focalizzata sulla presa di coscienza della solidarietà di classe da parte del giovane protagonista, intorno al quale si muovono personaggi appartenenti a classi sociali distanti e contrapposte che evidenziano le contraddizioni di quella società in quel momento storico. In particolare si è parlato della complessità di tutte le figure femminili, che anche in questo libro di J. Amado hanno una dimensione da protagoniste, come saranno ancor più nei libri scritti nella maturità.

Molto interessanti sono stati i riferimenti alla storia del Brasile fatti da Monica, che ci hanno permesso di cogliere una serie di sfumature che Amado è riuscito a far trasparire dalle pagine di questo piccolo e denso libro.

E’ stato fatto anche un ardito confronto con l’esperienza di Carlo Levi in luoghi e tempi diversi, ma con emozioni, scelte politiche simili e la volontà di denuncia di profonde ingiustizie sociali.

E’ stato detto che molti temi che J. Amado ha affrontato e denunciato nei suoi primi libri compaiono in “Le vene aperte dell’America Latina” di E. Galeano, scritto negli anni ’60. E’ anche stato sottolineato come ancora oggi la situazione di subordinazione delle classi lavoratrici rispetto alla classe dei padroni e al grande capitale internazionale, sia rimasta la stessa in America Latina dopo la violenta cancellazione di tentativi di nuovi ordinamenti democratici nel secolo scorso.

Accanto ai temi politici si è parlato della qualità letteraria di questo libro, per la sua costruzione, per il colore dal quale traspare il netto confronto etico ed estetico fra il mondo dei ricchi e quello dei “nati vinti”. Infine è stata sottolineata la felice chiusura del libro che si apre alla speranza, una speranza che nasce dalla consapevolezza dei propri diritti: “Partivo per la lotta con il cuore libero e felice”. Sono stati fatti riferimenti alle ricerche di Claude Lévi-Strauss, ai rapporti di J. Amado con J.P. Sartre e A. Camus.

Per un approfondimento sulla storia dell’America Latina al tempo della conquista, si è detto che è importante e molto interessante “La conquista dell’America. Il problema dell’altro” di Tzvetan Todorov, Einaudi.

Bari inedita – il mare e la sua città. Di Marco Montrone

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Martedì 15 marzo, alle ore 17:30

nella Sala Consiliare del Palazzo della Città metropolitana di Bari, sarà presentato il libro dal titolo “Bari inedita – Il mare e la sua città” (Gelsorosso Editore), a cura di Marco Montrone, direttore responsabile della testata giornalistica Barinedita

Oltre all’Autore interverranno Lucia Aprilepresidente ADIRT (Associazione Difesa Insediamenti Rupestri e Territorio) e Amalia Mancini, scrittrice. 

Il volume celebra Bari, città di mare e sul mare. Attraverso una “passeggiata” suddivisa in sei tappe, da Santo Spirito sino a Torre a Mare, vengono raccontati edifici, porti, torri, moli, lame, oasi naturalistiche e spiagge che si trovano lungo i 58,9 chilometri di litorale barese. Luoghi che raccontano di antiche leggende, di vecchi mestieri, di pesci e pescatori, di venti e di cultura.  

I capitoli, corredati da numerose fotografie, traggono spunto da diversi articoli pubblicati in questi anni da Barinedita, uniti in un vero e proprio racconto che si pone l’obiettivo di guidare il lettore alla scoperta dello “skyline” cittadino.

Poichè è importante conoscere il numero dei partecipanti, è necessario che entro domani mattina, Socie e Simpatizzanti diano la propria adesione chiamandomi al numero: 339.4029450

Lucia Aprile

La vita bugiarda degli adulti, di Elena Ferrante

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22 febbraio 2022

Elena Ferrante, “La vita bugiarda degli adulti”, Edizioni e/o, 2019, pag. 336. Proposto da Monica Mc Britton.

di Monica Mc Britton

Perché ho proposto la lettura di “La vita bugiarda degli adulti”?

Innanzitutto, perché è di Elena Ferrante e lei è una scrittrice italiana contemporanea che mi piace, la ritengo stimolante, complessa, non-banale e un esempio di scrittura femminile. Tutti questi elementi mi hanno fatto venire il desiderio di sentire anche voi, di avere un confronto. Del resto, il mio interesse per Elena Ferrante era sufficientemente solido da consentirmi di proporvi un testo che non avevo ancora letto.

In merito alla sua scrittura, ci sono una serie di interventi. Anche Lei interviene spesso. Trattasi di un modus operandi un po’ particolare. Come si sa, Elena Ferrante è pseudonimo: non sappiamo chi sia. Girano una serie di ipotesi. Francamente la questione mi lascia fredda. In definitiva, condivido l’idea che la personalità concreta di uno scrittore o una scrittrice è secondaria. Tuttavia, mi interessa molto la riflessione che un Autore o una Autrice fa della sua attività di scrivere. Così ho letto anche “I margini e il dettato”, pubblicato da Elena Ferrante nel 2021, che contiene tre lezioni all’Università di Bologna e un saggio su Dante. In queste lezioni, Lei sottolinea come è passata – anche grazie alla lettura di Adriana Cavarero, “Tu che mi ascolti, tu che mi racconti” (un libro che anche io amo molto) – da una scrittura fondata sulla narrazione autobiografica del personaggio femminile ad una narrazione, sempre in prima persona, ma fondata su una relazione (“L’amica geniale”) ad una pluralità di relazioni, come è il caso di questo romanzo.

In questo romanzo, appunto, non c’è solo il rapporto fondamentale fra Giannina e la zia Vittoria, il quale scatena una serie di altri rapporti, ma è anche la relazione che obbliga Giannina a rivedere i suoi rapporti con le sue amiche di sempre e quindi impostarli diversamente. In ultima analisi è un romanzo di formazione ed è intrigante l’espediente del braccialetto che, man mano che il testo si sviluppa, assume una dimensione quasi magica. In questo senso, può essere letto come una rivisitazione di un amuleto napoletano…Ed è anche il pretesto per evidenziare una serie di “bugie” degli adulti. Per ultimo, vorrei chiamare l’attenzione sulla rilevanza di Napoli e sulle soluzioni letterarie utilizzate per evocare il dialetto napoletano. Rispetto a quest’ultimo profilo, il dialetto è evocato, ma non puntualmente trascritto.

Post-scriptum: A seguito degli stimoli pervenuti dalla discussione, mi viene da aggiungere che questo sicuramente non è il miglior lavoro di E. Ferrante e quindi è non molto adatto a invogliare all’approfondimento della sua opera. Tuttavia, rimango convinta che, nel panorama, odierno, l’A. merita di essere letta.

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Breve nota a cura di Isa Bergamini dopo l’incontro del gruppo di lettura:

“Romanzo di formazione; senza anima, non genera emozioni; storia ben articolata, molto ben raccontata la complessità delle relazioni fra le persone; romanzo mediocre sulla mediocrità; l’intreccio della storia è realistico e credibile; molto ben raccontata la psicologia dei personaggi, gli adulti con la loro pochezza e soprattutto la complessità dell’adolescenza; linguaggio ruvido; molto ben scritto; scrittura banale, sovrabbondante; personaggi senza sfumature; brutta copia dell’”Amica geniale”; noioso; retorico; la presenza di Napoli è ben costruita; Napoli è sbiadita non c’è il carattere della città; Napoli il macrocosmo in cui si muove una micro storia simile a tante; è un’operazione editoriale; è una scrittura autobiografica sulle relazioni fra donne; interessante uso indiretto del dialetto; racconto privo di spessore; il finale aperto è molto simile alle serie televisive; il finale aperto può voler dire una ripartenza nella vita della protagonista o della storia.

L’anonimato della scrittrice sembra una sapiente operazione di promozione; l’anonimato è una ragione di tutela della libertà personale.”

Tutto questo si è detto con toni diversi e  contrastanti,  sempre molto appassionati.

Durante la discussione sono stati citati:

“Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione”, Adriana Cavarero, Feltrinelli, 2001

“I margini e il dettato”, Elena Ferrante, ed. e/o, 2021

“Su tutti i vivi e i morti. Joyce a Roma”, Enrico Terrinoni, Feltrinelli, 2022

“Napoli porosa”, Walter Benjamin, Asja Lacis, Libreria Dante&Descartes, 2020

“Leggere gli uomini”, Sandra Petrignani, Laterza, 2021

“Lessico femminile”, Sandra Petrignani, Laterza, 2019

“Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici”, Daria Bignardi, Einaudi, 2022. P. 176

L’Adirt al Laboratorio di restauro

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MERCOLEDI 9 marzo, alle ore 17.00 

L’Adirt  visita un Laboratorio di restauro a cielo aperto nel quartiere Madonnella.
Si tratta di Palazzo Ladisa, in corso Sonnino n. 144/b , progettato negli anni ’50  da Chiaia e Napolitano insieme con il pittore Gennaro Picinni.

Ora vi è un cantiere la cui direzione dei lavori è dell’arch. Riccardo Pavone mentre la direzione tecnica è dell’arch. Elisabetta Ranieri

Il nostro interesse nasce  per l’attenzione posta dai residenti nella ricerca storica  e per la conseguente azione di salvaguardia dei moduli architettonici e pittorici.
Ci lavorano con passione e rigore le restauratrici Claudia Catacchio e Arianna Quarta, coordinate da Elisabetta Longo. Lavorano  con tessere in vetro, ricreano i mosaici e li riportano nelle zone danneggiate.
Tutto questo tra il portone del palazzo e la strada.

E’ necessario che i Soci diano la propria adesione muniti come sempre di mascherina e green pass.
Info:    339.4029450    –    338.4639612

in allegato la foto delle giovani restauratrici di palazzo Ladisa

Ricordando Arturo. L’Adirt visita la Mostra “Donne resistenti”.

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A Soci e Simpatizzanti,

Sabato, 5 febbraio 2022, ore 11:00

Museo civico, Strada Sagges n.13

“Ricordando Arturo”

l’Adirt visita la mostra “Donne resistenti. Italia, Spagna, Germania, Francia” le donne nella Resistenza europea e le importanti pagine scritte da loro anche a Bari.
La mostra è stata realizzata in Italia dall’ANPI provinciale di Bari e dalla sezione ANPI Bari Arturo Cucciolla.  Con noi Nicola Signorile.
E’ importante conoscere il numero dei partecipanti, sempre con green pass e mascherina FFP2.
Vi invito a contattarmi al più presto.

Lucia Aprile

Info:  339.4029450      338.4639612

La nostra mail:           info@adirt.it  

Il nostro sito  :            www.adirt.it

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L’Adirt visita la Mostra fotografica: Ri-Tessere

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A Soci e Simpatizzanti,

l’inaugurazione della Mostra fotografica di Olga Diasparro “Ri-tessere” presso l’ex Palazzo delle Poste in piazza Cesare Battisti, su un progetto a cura di Giraffa Onlus e Fondazione Finanza Etica, mi dà l’opportunità di ricordare un bel momento del nostro “Andare Adirt”:
la visita nel 2006 della “Fondazione Le Costantine”, nella frazione Casamassella di Uggiano la Chiesa (Le). Si tratta di un centro di attività agricola, artigianale e pedagogica nato per volontà di Lucia De Viti De Marco, figlia del noto economista Antonio. Un’oasi di pace immersa tra uliveti e macchia mediterranea  che riunisce in una sola realtà l’ospitalità, la tessitura, l’agricoltura biodinamica e la formazione.
Ci colpì in modo particolare il Laboratorio di tessitura artigianale “Amando e Cantando che produceva  manufatti tessili realizzati su antichi telai in legno a 4 licci riprendendo tradizioni e tecniche risalenti a centinaia di anni fa. 
E soprattutto il progetto  che, dando lavoro e autonomia alle donne, le rendeva protagoniste della loro vita in un contesto spesso chiuso e poco attento ai loro bisogni.
Ci colpì il Racconto…..
“Una bambina, non riuscendo a pronunciare la parola Signora, la chiamava Ora. Ella non poteva mettere in difficoltà quella bambina, e così volle essere chiamata Ora da tutte le persone che la circondavano. Da allora Lucia De Viti De Marco fu per tutti Ora.”
Un grazie ancora oggi a Marinella Sorrentino  e a Giuseppe Quinto che, da appassionati del Salento,  resero  possibile tutto questo.

ed è per tutto questo che:

SABATO 29 gennaio 2022, ore 10.30, ex Palazzo delle poste, piazza Cesare Battisti 1,
l’Adirt visita “Ri-Tessere”, la mostra fotografica  che racconta per immagini il progetto ”Semi di futuroImprenditorialità femminile contro la violenza di genere” e che vede la collaborazione di Associazione Giraffa onlus, Fondazione  Finanza etica e la Fondazione salentina Le Costantine.
Con noi Olga Diasparro, autrice degli scatti e Maria Pia Vigilante, presidente di Giraffa onlus.

Vi invito a contattarmi al più presto.

E’ importante conoscere il numero dei partecipanti, sempre con green pass e mascherina FFP2.
A presto.

Lucia Aprile

Info:  339.4029450      338.4639612

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Un brav’uomo è difficile da trovare, di Flannery O’Connor.

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18 gennaio  2022

Flannery O’Connor, “Un brav’uomo è difficile da trovare”, Minimum fax, 2021, p. 283. Proposto da Adriana Pepe.

di Adriana Pepe

   La recente riedizione di questa raccolta di dieci racconti, la prima pubblicata da Flannery O’Connor nel 1955, ci ha dato l’occasione per accostarci a questa singolare scrittrice, una delle voci più originali della letteratura nordamericana della prima metà del Novecento.  La bella traduzione di Gaja Cenciarelli preserva la straordinaria forza espressiva della scrittura della O’Connor, crudamente realistica ma anche densa di suggestioni emotive e visive. Sin dal primo racconto che dà il titolo alla raccolta – la storia pulp della strage, su una strada di campagna della Georgia, di una  famigliola in vacanza, ad opera di tre assassini evasi – si evidenzia il feroce sarcasmo, il gusto del grottesco che costituiscono la cifra essenziale della narrativa della O’Connor. Caratteristiche  che hanno fatto considerare questa scrittrice – nata a Savannah in Georgia e vissuta per la maggior parte della sua breve esistenza  (1925-1964) nella fattoria di famiglia di Milledgeville – una esponente significativa della cosiddetta “Southern Gotic literature”. Grottesco, mistero, violenza, orrore sono aspetti tipici di questo filone letterario (Carson McCullers, Truman Capote, Tenneesse Williams, per certi versi anche W. Faulkner), alimentato dalla forte tradizione orale, intrisa di elementi afro, degli stati del Sud. Ma la O’Connor, nei suoi numerosi saggi sulla tecnica e il significato della sua scrittura, prende le distanze da questo tipo di narrativa. Animata da una salda fede cattolica (la sua famiglia è di origine irlandese), sostenuta da studi di teologia e sociologia, la O’Connor permea i suoi racconti di un profondo senso del divino e conferisce al grottesco e alla violenza una dimensione fortemente simbolica,  espressione di una umanità marchiata nel corpo e nello spirito dal peccato originale. Una umanità che attraverso una situazione estrema, un evento traumatico, arriva a riconoscere la misteriosa azione  salvifica della Grazia. I racconti, come i suoi due romanzi – La saggezza nel sangue (1952) e Il cielo è dei violenti (1962)- sono popolati da “brava gente di campagna” bigotta e razzista, da predicatori folli, falsi profeti, personaggi la cui tara morale  si concretizza spesso in deformità fisica o psichica. Con l’arma del paradosso e di una feroce ironia la O’Connor esprime una dura presa di posizione verso gli aspetti deteriori della società – perbenismo ipocrita, razzismo, proliferazione di strane sette religiose- negli stati del Sud degli anni Cinquanta. 

Per una più approfondita conoscenza di questa scrittrice: Fernanda Rossini, Flannery 0’Connor. Vita, opere, incontri, Edizioni Ares 2021

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Breve nota a cura di Isa Bergamini dopo l’incontro del gruppo di lettura:

Per alcune è stata una vera scoperta questa grande scrittrice americana del ‘900, erede di W. Faulkner, N. Hawthorne e per certi aspetti anche di E.A. Poe.

Da tutte è stato particolarmente sottolineato l’alto livello della scrittura straordinaria, raffinata e densa di suggestioni, con uno stile asciutto e essenziale, apparentemente semplice e si è anche ricordata l’esperienza formativa della O’Connor come autrice di strisce a fumetti satirici. Differenti sono state le reazioni alle storie di questa umanità dolente e scomoda, condannata a un esito esistenziale oscuro. Il grottesco, l’orrore e il senso del mistero che caratterizzano parte della tradizione letteraria della letteratura del Sud degli Stati Uniti ricorrono nelle pagine di questi racconti, dove la violenza e l’infelicità trovano una promessa di riscatto solo nella profonda spiritualità e religiosità dell’autrice. Il suo pungente sarcasmo prende le distanze dal mondo bigotto delle tante sette religiose che già negli anni in cui lei scriveva, raccoglievano sempre più adepti in particolare negli Stati del Sud, ancora oggi espressione di un mondo conservatore e chiuso.

Si è detto che le storie di questi racconti riflettono un mondo di miseria morale, senza utopia, che al verificarsi di un imprevisto diventano dramma. E’ stato anche sottolineato che Flannery O’Connor aveva fatto studi di sociologia ed è stato evidenziato come, con i ritratti di una umanità predestinata al male, si sia collocata  rispetto alla scuola teorica degli anni in cui aveva studiato.

In fine è stata posta la questione di quale fosse un possibile specifico femminile nella scrittura di Flannery O’Connor, decidendo di ritornare su questo tema in altra occasione.

Durante l’incontro si è fatto riferimento anche a Tennessee Williams, Truman Capote, William Faulkner, al cinema di Joel ed Ethan Coen, al film di John Huston “La saggezza del sangue “ del 1979 e al film documentario “Flannery” a lei dedicato del 2019.

Noicattaro, 9 gennaio 2022. Il Teatro cittadino nojano.

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SABATO 8 GENNAIO 2022 l’Adirt si è recata a Noicattaro per una visita guidata del Teatro cittadino nojano, ritenuto il più piccolo teatro d’Europa. Già nel 2010 avevamo prenotato una visita, ma all’ultimo non fu possibile perché luogo non ritenuto sicuro.
Dopo più di 60 anni dall’ultimo spettacolo e al termine di un attento e accurato restauro ad opera dell’architetto Luigi Sylos Labini viene restituito alla collettività.
Nel 2019 diventa famoso in tutto il mondo per essere stato il set di una delle scene più suggestive del film “Pinocchio” di Matteo Garrone.

Il Teatro all’italiana più piccolo al mondo è una struttura ipogea, ambientata in un vecchio trappeto del 1700, il “trappeto del Carmine”, appartenente ai duchi Carafa di Noja, antico nome di Noicattaro. La sua storia è un tormentato percorso fatto di divulgazione della cultura, dissesti finanziari e numerose “altre vite”. Nel corso della sua breve esistenza, il teatro è stato infatti anche un cinema, un deposito e persino un’abitazione di fortuna per alcuni sfollati.

Il Teatro nasce ufficialmente con la delibera comunale del 20 marzo 1869, ma già nel 1863, l’assessore Sturni, sulla spinta delle famiglie dell’alta borghesia locale, legate all’imprenditoria agricola, desiderose di offrire uno svago ai cittadini e ai contadini, aveva proposto di trasformare il vecchio trappeto in teatro che, grazie ad un abile lavoro di falegnameria, ha rappresentato per quasi un secolo un importante centro culturale e ricreativo. Per la riconversione della struttura, un privato aveva devoluto al Comune nojano la somma di 1.700 lire. Il progetto di conversione della struttura in teatro fu curato dal regio ingegnere Francesco Paolo Nitti.

Una volta giunti in via Carmine, non è difficile individuarlo, perché su un portone posticcio in metallo è ancora visibile la scritta, in stampatello: “Teatro cittadino”. Dall’ingresso parte una breve scalinata che conduce nell’ipogeo, dove troviamo due spazi ben distinti: a sinistra l’area destinata al pubblico e a destra quella utilizzata dagli attori.

Il Teatro all’italiana si caratterizza innanzi tutto per la netta separazione tra platea, cioè lo spazio per il pubblico, e proscenio, vale a dire la zona riservata agli attori, il cosiddetto “arco di proscenio”, cioè quella struttura, qui in legno, che separava visivamente i due ambienti, sulla quale sono ancora visibili gli stemmi del Comune nojano. A sinistra dell’arco di proscenio, si stende la platea e, sul fondo, si innalzano i due ordini di palchi, destinati rispettivamente all’alta borghesia e nobiltà locale il primo, alla plebe il secondo. Un’altra caratteristica del Teatro all’italiana – ci spiega la guida Viria Rescina – è proprio la netta separazione delle classi sociali all’interno della struttura: popolo e famiglie facoltose dovevano evitare ogni contatto e così, l’accesso ai due ordini prevede due ingressi diversi: a destra quello dei ricchi, a sinistra la scalinata che conduce al secondo ordine, detto anche piccionaia. Il primo ordine contava dieci palchi, il secondo nove. In totale il Teatro ospitava fino a 200 persone, che potevano stare sedute o in piedi. Le autorità cittadine avevano un palco a parte, cui si accedeva da una scala in legno e di cui oggi restano visibili i segni lasciai dai pioli nel tufo. A destra della scalinata d’ingresso è l’area destinata agli attori. Ancora oggi sui lati del quadrilatero che costituiva la base del palcoscenico sono visibili i fori delle travi che reggevano la struttura, mentre al di sopra, alcune travi di legno conservano le giunture che servivano a mantenere le varie scenografie. I camerini si trovavano sotto il pavimento, sul quale si aprivano tre botole: una per gli attori, l’altra per le attrici, una terza, infine, destinata al gobbo.

Il Teatro ebbe vita breve ma intensa e fu chiuso definitivamente intorno agli anni 60 del secolo scorso, successivamente murato per questioni di igiene pubblica. Nel 2006 il Fai (Fondo italiano per l’ambiente), ha commissionato il progetto di recupero del teatro all’architetto Luigi Sylos – Labini. Da un’indagine comparativa effettuata dallo stesso Sylos-Labini, su un teatro simile, a Perugia, è emerso che la struttura nojana ruba lo scettro di teatro più piccolo del mondo per pochi metri quadri (circa una ventina) alla struttura umbra. L’architetto ha realizzato un piano di recupero (donato al Comune di Noicattaro) per il quale è stato previsto lo stanziamento di un milione di euro (fondi regionali ed europei) che sono serviti a ristrutturare non solo la costruzione, ma anche alcuni spazi attigui, come una corte esterna che è diventata foyer.

Un grazie sentito alla nostra guida Viria Rescina per il suo racconto ricco di storia e di amore per i territorio

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Una storia di amore e di tenebra, di Amos Oz

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20 aprile 2021

Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli, 2002. Proposto da Luciana Cusmano

di Luciana Cusmano

“Una storia di amore e di tenebra” é una narrazione autobiografica, densa delle drammatiche vicende che hanno spinto decine di migliaia di Ebrei, nei primi decenni del ‘900, ad abbandonare tanti paesi dell’Europa orientale e dei confini occidentali della Russia per cercare riparo ed un possibile futuro nella mitica terra dei Padri: la Palestina. L’estrema povertà delle loro risorse e il difficile, quasi impossibile, adattamento ad una natura dei luoghi e a consuetudini socioculturali tanto differenti, hanno prodotto nelle vite dei genitori e dei nonni dell’Autore sofferenze inestinguibili, che non hanno risparmiato neppure le generazioni di coloro che in questa terra promessa sono nati. E allora, ecco la fuga di Amos da quei ricordi, la sua nuova vita tra i forti e abbronzati pionieri dei kibbutz, pronto ad affiancarli di giorno nei duri lavori della terra e a parlare con loro di poesia e filosofia di notte, sotto una tenda, nel deserto. Ma la peculiare cultura familiare assorbita fino all’adolescenza è un richiamo ineludibile, che egli asseconderà con profondità di analisi, poesia, umanesimo molti anni dopo. 

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Breve nota a cura di Isa Bergamini dopo l’incontro del gruppo di lettura:

Intensi sono stati gli interventi che hanno dimostrato quanto appassionante sia stata la lettura di questo libro e quanto interesse ci sia stato per i tanti temi e le complesse problematiche che affronta. E’ stato definito un “romanzo magnifico” che raccoglie le voci di un popolo in un momento importante, in uno snodo fondante della sua storia contemporanea. La storia della nascita dello Stato di Israele si interseca con la storia personale dell’autore.

Amos Oz con la sua personalità di grande scrittore riesce a trasfigurare persone reali in personaggi con pagine di grande lucidità storico-politica a fianco a pagine di grande lirismo. Anche con una seconda lettura, quale è stata per alcune di noi, resta un libro importante e da ricordare, per i temi profondi, le riflessioni, il distacco e la coscienza critica che lo accompagna all’accostarsi ai temi della storia e della politica. E’ stata anche sottolineata la sapiente e appassionata traduzione di Elena Loewenthal.

Durante l’incontro sono stati citati questi libri:

1)        Gli ebrei e le parole, Amos Oz e Fania Oz, trad. E. Loewenthal, Feltrinelli, 2015
2)        L’alfabeto ebraico, Paolo De Benedetti, a cura di Gabriella Caramore, Morcelliana, 2011

Sono stati anche indicate le serie televisive:

1)        “Unorthodox” miniserie di 8 episodi su Netflix

2)        “Shtisel” 33 episodi per tre stagioni, in lingua originale e con i sottotitoli, su Netflix. Di questa serie se ne è parlato a: 1) Uomini e Profeti, radio 3 Rai il 24 aprile; 2) Radio 3 Mondo del 21 aprile. Tutti gli episodi si possono riascoltare sul sito di Radio 3 in podcast.

Martedi 27 aprile 2021, il gruppo di lettura si è riunito per riflessioni e comunicazioni su alcuni temi della cultura ebraica. Non si è parlato direttamente della Shoa, della tragedia che ha sconvolto l’Europa, ucciso gli ebrei e cancellato la loro memoria, ma naturalmente, è stata sempre sullo sfondo dei nostri discorsi. L’incontro si è concluso con la lettura di alcune storie dell’umorismo ebraico.

Si è fatto riferimento a diversi libri fra i quali:

  1. Contro il fanatismo, Amos Oz, trad. E. Loewenthal, Feltrinelli, 2007
  2. Il sonno della memoria, Barbara Spinelli, Mondadori, 2001
  3. Gli ebrei questi sconosciuti, Elena Loewenthal, Baldini &Castoldi, 1996
  4. Figli di Sara e Abramo, Elena Loewenthal, Frassinelli, 1995
  5. L’ebraismo spiegato ai miei figli, Elena Loewenthal, Bompiani, 2002
  6. Eva e le altre, Elena Loewenthal, Bompiani, 2005
  7. L’ebreo che ride, Moni Ovadia, Einaudi, 1998
  8. Il conto dell’ultima cena, Moni Ovadia, Einaudi, 2010
  9. Così giovane e già ebreo, M.A. Ouaknin, D. Rotnemer, trad. M. Ovadia, Piemme
  10. Cosa hanno mai fatto gli ebrei? Dialogo tra nonno e nipote sull’antisemitismo, Roberto Finzi, Einaudi, 2019
  11. All’erta siam razzisti, Rosellina Balbi, Mondadori, 1988
  12. Gerush 1492-1510. Espulsione degli Ebrei dalla Sicilia e dal Meridione d’Italia, A.V., Ass. Ebraico-Cristiana di Torino, 2011
  13. Vademecum per il lettore della Bibbia, Ass. Biblia, Morcelliana, 2017
  14. La famiglia Karnowski, Israel Joshua Singer, trad. A.L. Callow, Adelphi, 2015
  15. L’uomo che vendeva diamanti, Esther Singer Kreitma,  Morpurgo, 2016
  16. La moglie del rabbino, Chaim Grade, trad. A.L.Callow, Giuntina, 2019
  17. Un’eredità di avorio e ambra, Edmund De Waal, Bollati Boringhieri, 2011

Le transizioni, di Pajtim Statovci

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19 Gennaio 2021

Pajtim Statovci, “Transizioni”, Sellerio 2020

di Isa Bergamini

Il titolo italiano ricalca il titolo inglese “Crossing”, quello finlandese era “Il cuore di Tirana”. Transizioni in italiano vuol dire: il passaggio fisico da uno stato ad un altro, il passaggio da una meta ad un’altra, le oscillazioni dell’animo umano e il percorso medico e psicologico di chi passa da un sesso ad un altro. Un titolo dunque che condensa alcuni fra i temi principali del libro.

Leggendolo scopriamo una storia dolorosa in pagine lucidissime e inquietanti, piene della rabbia di Bujar (15 anni) che si sente tradito anche dal padre quando muore e lo lascia solo, e quella di Agim (16 anni) non amato dalla sua famiglia che non accetta la sua omosessualità.

E’ un libro che racconta un ritorno, forse e comunque un particolare ritorno, ma soprattutto è un libro sull’identità, o meglio sull’impossibilità di definire e di definirsi in una identità. Nelle primissime pagine infatti si legge ”… Nessuno è tenuto a rimanere la persona che è nata, possiamo ricomporci come un nuovo puzzle.”.

Il tema certo non è nuovo e mi ha fatto pensare al mito e ad alcuni autori: nel mondo del mito classico, il dio Proteo che aveva il dono della profezia e che per sottrarsi alle domande di chi andava ad interrogarlo si trasformava in qualsiasi altra forma fisica; Ovidio “Le Metamorfosi”; F. Pessoa “Teoria dell’eteronimia”; J.L.Borges “Finzioni”; J. Joyce “Ulisse”; I. Calvino scrive – Il corpo significa! Grida! Contesta! Sovverte!- in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”; W. Nabokov “Il Dono” e “Invito ad una decapitazione”; J. Kafka; L. Pirandello “Uno, nessuno, centomila”; E. Carrer “Limonov”; W. Allen “Zelig”.

Molto interessanti sono le pagine di storia dell’Albania, da Skanderberg al Knun il Codice di Diritto consuetudinario albanese, che fa pensare a problematiche storiche e antropologiche del nostro Sud. Sono particolarmente coinvolgenti le pagine che raccontano gli anni dal regime di Hoxha fino al tempo dell’immigrazione in Italia e in Europa, tutto questo filtrato dalle storie umane e drammatiche dei due ragazzi Bujar e Agim. La condizione dell’emigrante è in più occasioni raccontata e denunciata con forza e rabbia.

Ha una funzione importante per la costruzione del libro, la presenza nelle sue pagine delle storie legate alla tradizione albanese, che nel loro polimorfismo la raccontano in profondità e ne costituiscono in un certo modo il peso delle tradizioni da cui Bujar è fuggito e a cui in fine ritorna. Infatti l’elemento fantastico delle storie torna nelle ultime pagine del libro, con il racconto del sogno di Bujar, che tornato a casa, dorme nella sua vecchia camera, privata di tutto, quasi il ritorno nell’utero buio delle sue origini, per una nuova rinascita? Un altro Bujar? Il finale è aperto e lascia anche aperta la discussione su molte intense pagine di questo libro.

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Breve nota a cura di Isa Bergamini dopo l’incontro del gruppo di lettura.

Della lunga e interessante discussione cercherò di sintetizzare alcune delle molte cose importanti dette.
Questo giovane autore finlandese di origini kossovare è una forte voce nuova della letteratura internazionale, nelle sue pagine prende voce la rabbia di un popolo alla ricerca della sua identità, attraverso il racconto della storia dolorosa e inquietante di due giovani albanesi. Molte le problematiche che si affacciano in questo libro il cui titolo e la cui immagine di copertina sono stati particolarmente apprezzati, insieme alla qualità della traduzione.

In sintesi si è detto che “Le Transizioni” può dirsi un feroce romanzo di formazione e una metafora dell’uomo contemporaneo nel mondo della globalizzazione. La frammentazione del racconto è uno specchio della frammentazione di un mondo complesso e con una sapiente capacità narrativa, Statovci con lucido approccio storico, antropologico e culturale affronta la problematica dell’identità sia del singolo che di un’intera comunità.

In fine abbiamo chiesto a Vera un incontro dedicato al tema dell’identità. Lei, molto gentilmente, si è detta disponibile e ci incontreremo sempre su Skype martedì 26 gennaio alle ore 17,00.

Lucia ha poi raccontato quali sono state le letture che hanno accompagnato il viaggio Adirt in Albania nel 2009 e le ha inviate sulla chat di whatsapp. Le trascrivo insieme ad altre letture indicate da Roberta sempre su whatsapp, per chi volesse approfondire la conoscenza del mondo che si affaccia sull’altra sponda, per troppo tempo da noi ignorato o in passato considerato solo terra di conquista con l’occupazione nazi-fascista.

Libri indicati da Lucia:
“Vergine giurata” di Elvira Dones
“Chi ha riportato Dorutina” di Ismail Kadarè

Libri indicati da Roberta:
“”Aprile spezzato” di Kadare (su un passato regolato dal Kanun)
“Un uomo da nulla” di Kongoli (sull’Albania comunista)
“Guerra d’Albania” di Fusco (documento di una guerra dal ’40 al ’43)
“Dal tuo terrazzo vedo casa mia” di Malaj (racconti sui rapporti tra italiani e albanesi)

P. S. Vi invio in allegato due articoli su Pajtim Statovci, che ho trovato interessanti, entrambi scritti dal suo traduttore Nicola Rainò. Leggendoli, ho scoperto che Statovci, parlando dei suoi modelli letterari, indica Bulgakov, Toni Morrison, Isabel Allende e tra i finlandesi, parla di una ammirazione “immensa” per Olli Jalonen e soprattutto Sofi Oksanen. Qualcuna di noi ha letto questi autori finlandesi?

Articolo 1

http://Pajtim Statovci: scrittore tra Kosovo, Finlandia e Italia. Intervista su identità e nazionalismo. Di Nicola Rainò, da La Rondine – 19.2.2020

Scrittore finlandese, di origini kosovare, Pajtim Statovci si sta imponendo all’attenzione della critica internazionale. Ha pubblicato finora tre romanzi, e il secondo (Le transizioni) è in uscita in Italia nelle edizioni Sellerio. Dalla terra d’origine, il Kosovo, prendono le mosse personaggi giovani, animati da un forte senso di ribellione, privi di ideologie e in cerca di una loro via. Per qualcuno di loro, una via qualsiasi, purché lontano da quella “discarica d’Europa”. Passando da un paese all’altro, Bujar, il protagonista delle Transizioni, cambia continuamente identità, cambia genere, ruba l’identità altrui, è una creatura inquieta e proteiforme, smaniosamente in cerca di una sua collocazione, sempre difficile. Anche per il peso di un passato che non l’abbandona mai. I mostri della sua personale mitologia, apparentemente fantasie innocenti delle fiabe dell’infanzia, si incarnano in quelli ben più minacciosi della realtà. Non meraviglia che, parlando dei suoi modelli letterari, citi in primo luogo Bulgakov, Il maestro e Margherita, ma anche Toni Morrison e Isabel Allende, e tra i finlandesi, parli di una ammirazione “immensa” per Olli Jalonen e soprattutto Sofi Oksanen (cui lo legano, mi pare, anche aspetti strutturali dei suoi romanzi).

Gli abbiamo rivolto qualche domanda sulla sua idea di letteratura, sulle motivazioni che lo spingono a scrivere, sulle caratteristiche dei suoi personaggi, e sul rapporto tra vita e opere.

D. Le tue storie spesso toccano toni epici: alte montagne da scalare, mari aperti da attraversare, mete da raggiungere a rischio della vita. Traspare un fascino antico di leggende e miti. È così? Da dove ti viene questa ispirazione? R. “Io sono convinto che gran parte dei libri abbiano a che fare con la ricerca di pace e appartenenza, e la sopravvivenza, a volte anche a rischio di vita. Il mio background, essendo di etnia albanese, emigrato dal Kosovo in Finlandia all’età di due anni, ha avuto un impatto enorme sulla mia scrittura. La mia storia personale è il motivo per cui scrivo di pregiudizio, migrazione, diversità, poiché anch’io sono stato vittima del razzismo. I miti e le leggende albanesi erano molto presenti nella mia infanzia. Quando ero giovane, mi hanno raccontato storie che i miei genitori avevano ascoltato a loro volta da bambini. Queste storie celebravano la grandezza di una nazione, raccontavano una storia ricca di eroi potenti, di donne di inconcepibile compassione, divinità e creature simili a Dio. Era come se quelle storie cercassero disperatamente di rendere immortali i loro protagonisti, dare un ritratto di un territorio magnifico, e una descrizione di persone ugualmente magnifiche, quasi a fornire la migliore versione possibile di quel mondo a un pubblico che non aveva ancora familiarità con esso. Nelle mie Transizioni [titolo originario Tiranan sydän, “Il cuore di Tirana”], questi racconti popolari fondono e reggono il tema dell’identità, che non è mai statica ma in continua evoluzione. Come sempre con il folklore, chi racconta la storia spesso la modifica, come il mio protagonista. Cambiare paese, cambiare pelle, cambiare lingua e genere. Il mondo che metti in scena si trasforma costantemente. Non hai l’aria di un convinto nazionalista. È così. Reagisco e mi rapporto a storie che esplorano questioni di identità e nazionalità, e questo forse perché io stesso non ho un chiaro concetto di identità nazionale” D. Cosa significa essere finlandesi? O italiani? Quanto tempo si deve vivere in Finlandia per essere considerati finlandesi? Quanto devi conoscere una lingua affinché diventi una lingua madre? R. “Mi è stato chiesto della mia “finnicità” e della mia “albanesità” tante di quelle volte che ormai non lo so più e nemmeno mi interessa ad essere sincero se io sia considerato finlandese o albanese, e quale definizione o nazionalità mi attribuiscano i media, cosa dice il mio passaporto finlandese, perché il mio rapporto con la Finlandia e il Kosovo è e rimane quello di nessun’altra persona con il suo paese o i suoi paesi. Il modo in cui siamo collegati al nostro genere, alla nazionalità, al retroterra religioso, ecc. è sempre unico e distintivo. Le etichette (di etnia, sessualità, religione) sono sempre difficili perché le persone usano parole come “gay” o “rifugiato” o “cattolico” o “americano”, cercando di includere grandi masse. In un certo senso, è come cercare di spiegare o definire un’esistenza comune o un’esperienza generale, in una parola. Oltre che impossibile, è anche un po’ scorretto e ridicolo, perché arrogandoci il diritto di dire, ad esempio, – Questo è il mio amico gay -, stiamo invadendo lo spazio personale di qualcuno, sottraendogli il diritto alla sua storia personale, alla esperienza della sua sessualità, alla sua libertà di esistere. Nazionalità, genere, sessualità sono questioni così complesse e astratte che nemmeno gli specialisti riescono a comprenderle appieno”. D. Nei tuoi libri il passato e il presente dell’Albania e del Kosovo non mancano mai. Non credi che la vita di questi territori sia ancora ignota al resto dell’Europa? R. “Penso che, nel complesso, la vita in questi paesi non è stata sufficientemente rappresentata in campo artistico, questo è certo. Ma ci tengo a sottolineare che con il mio lavoro non sto cercando di “colmare un vuoto” o “rappresentare” nessuno. Il mio unico intento è di scrivere su ciò che sento vicino, su ciò che mi interessa e attrae. Al giorno d’oggi, gli scrittori si trovano ad affrontare questioni tali per cui si chiedono se abbiano il diritto di raccontare, dal momento che le storie raccontate hanno un’eco diffusa, una risonanza che a volte va al di là dell’invenzione letteraria. Sono soprattutto gli scrittori che non vengono dal mondo occidentale e scrivono dei luoghi di provenienza a condividere questa preoccupazione, almeno nella mia esperienza; come vengono lette le loro opere di narrativa, quanto il pubblico sia portato a generalizzare su un dato paese, su una cultura, a partire dal testo prodotto. Anch’io sento di essere diventato una specie di portavoce degli “immigrati albanesi” quando ho pubblicato il mio primo libro. Le riviste hanno scritto articoli su di me e sul mio romanzo con titoli come: “Vivere la Finlandia attraverso gli occhi di un immigrato”, “Ecco cosa significa essere straniero in Finlandia”, “Per un immigrato la Finlandia è fredda e razzista”. Una volta mi è stato persino consigliato di non scrivere sulla guerra in Kosovo perché la mia famiglia era fuggita dal mio paese d’origine e io non l’avevo sperimentata di persona. Inutile dire che, anche se non ero in Kosovo durante la guerra, ciò non significa che non abbia influenzato la mia esistenza. E come se lo ha fatto. Per quanto ne so, in maniera drammatica. Nel corso della mia breve carriera di scrittore, diversi giornalisti mi hanno posto domande su migrazione, razzismo, nazionalità e situazione in Medio Oriente. Ascoltare queste domande è piuttosto frustrante, perché so che mi vengono poste solo per via del mio background, perché una volta ero un profugo anch’io. E ciò mi rattrista molto, perché essere uno straniero non ti rende un esperto di culture e migrazioni. Non lo fa scrivere una storia su una famiglia albanese che chiede asilo in Finlandia. Tutto ciò è conseguenza dello stesso problema, fondamentalmente, di come uno scrittore venga visto come rappresentante del mondo in cui ha ambientato le sue storie. Per me, la creazione letteraria è uno scenario in cui ambientare una questione che mi preoccupa, mi pesa, e mi frustra. Non racconto una storia per spiegare niente a nessuno, per fornire al mio pubblico una chiave di lettura. Quello che posso dare è una storia, una storia in mezzo a milioni e milioni di altre storie, e i miei personaggi sono personaggi miei, le loro storie sono storie scritte da me senza eccezioni, e queste persone, e le loro origini, hanno diritto a questo punto di vista”. D. La nave “Vlora” al molo di levante di Bari, 8 agosto 1991 L’Italia è molto presente nei tuoi romanzi. Per alcuni dei tuoi personaggi è una meta da raggiungere, la salvezza, ma è anche un posto ambiguo, a volte pieno di minacce. Qual è la tua idea oggi dell’Italia, ancora un posto da sognare, oppure te ne sei fatto un’immagine più realistica? R. “Per i due adolescenti albanesi delle Transizioni, i ragazzi che lasciano tutto, la loro casa e la famiglia, inseguendo il sogno di una vita migliore, l’Italia rappresenta il nuovo inizio che si auspicano in un paese occidentale. Una delle frasi più significative del libro, secondo me, è questa: “L’Europa era la nostra America”. Quindi  due ragazzi si sono innamorati di questa idea, spesso molto falsa, che la vita in un paese occidentale sia automaticamente migliore della vita al di fuori dell’Occidente. Il desiderio di “scappare” / “raggiungere l’Occidente” è ancora molto comune nel mondo di oggi. Racconti di migrazioni drammatiche dai Balcani. Dall’inizio del decennio 1990 l’Italia è stata raggiunta da profughi albanesi e kosovari in grande numero” D. Ma non abbiamo scrittori italiani che abbiano scritto pagine memorabilia su questa tragedia decennale. Come ti spieghi questa distrazione? R. “Confesso che la cosa mi sorprende, poiché, come dici tu, si tratta di una storia tragica e di lungo periodo che ha avuto conseguenze immense sui destini di tanta gente. Anche perché si tratta di eventi accaduti al confine con l’Italia, e sono parte integrante della sua storia moderna… ” D. Nei tuoi testi c’è una grande presenza di simboli, anche se dopo il primo romanzo si nota una certa rarefazione. Si tratta di una scelta consapevole o di una evoluzione naturale del tuo stile? R. “Non so se ci sia una diminuzione dei rimandi simbolici, oppure se oggi sto utilizzando il simbolismo animale in maniera diversa rispetto agli esordi. L’ispirazione mi è venuta da un ambito di ricerca detto degli “Studi animalisti” che ho conosciuto studiando letterature comparate all’Università di Helsinki (e che è oggi il tema del mio dottorato di ricerca). Questo filone di ricerche indaga in che modo gli animali siano “alienati” dagli umani. Noi collochiamo gli animali in contesti alieni, come le opere letterarie, dove vengono interpretati attraverso l’occhio umano, ad esempio come simboli di esseri umani o di caratteristiche umane. Lo facciamo ripetutamente, anche se non abbiamo idea di cosa sia essere un animale. Questa è la differenza tra “animal others” e altri “reietti culturali” della società. Poiché gli animali non possono difendersi allo stesso modo degli altri “diversi” (come le minoranze etniche o religiose) o condividere un comune sistema di comunicazione, l’atto di “rubare una voce” è molto più complesso e molto più immorale. Leggere gli animali come nostri simboli è un modo per sminuirli, e viola il loro diritto di rappresentare se stessi, il loro diritto a non essere interpretati rappresentanti della loro specie. Volevo giocare con questa teoria nel mio primo romanzo [Kissani Jugoslavia, nell’edizione italiana “L’ultimo parallelo dell’anima”, ma il titolo originario significa “Il mio gatto Jugoslavia”] usando gatti e serpenti perché così volevo dire che non tutti sono in grado di difendersi o abbastanza forti da ribellarsi alla violenza, non tutti quelli che sono in grado di parlare riescono a farsi sentire. Diversi paesi esaltano la loro potenza scegliendo di essere rappresentati da animali in cima alla catena alimentare – aquile, leoni, bisonti, tigri e cavalli. A un certo punto del libro il protagonista Bekim dice: “Perché una cosa è dire di essere svedese o tedesco o inglese, altra cosa è dichiararsi turco o iraniano. La patria d’origine di una persona, tranne in pochi rari casi, non è una questione banale.” Il gatto nel mio romanzo Kissani Jugoslavia interpreta diversi ruoli. Il suo mutare d’aspetto e la sua natura contraddittoria, spero, danno spazio a diverse interpretazioni e consentono approcci diversi. Il gatto parlante è anche ciò che spinge Bekim a crescere. Inizialmente Bekim lascia che il gatto gli stia accanto anche se è molto irrispettoso e offensivo nei confronti delle persone che lo circondano. Il gatto può dire e fare tutto ciò che vuole, commettere abusi e insultarlo come gli pare. Il gatto occupa il suo appartamento e lo aggredisce, e Bekim gli permette di farlo perché ha una forma di razzismo interiorizzato e pensa di meritarselo. O forse questo accade perché Bekim sente che quell’attrazione, l’amore occasionale e il calore che riceve dal gatto significhino anche altro perché lui, un immigrato e un gay, rappresenta tutto ciò che il gatto odia. Forse Bekim pensa che l’amore di qualcuno come il gatto sia un tipo di amore diverso, più forte di qualsiasi altro amore e più potente perché questo amore ha attraversato confini e barriere. Forse pensa che se riesce a convincere uno del genere a concedergli amore e accoglienza, allora starà bene. Forse ha bisogno di sentire che è possibile, per le persone che pensano in modo simile al gatto, vederlo come qualcosa di più di un profugo o un gay, e innamorarsi di lui. Tuttavia, anche se il gatto vuole essere percepito come detentore del potere, inizia presto a ingrassare e per di più a soffrire di depressione. Improvvisamente, dopo aver miseramente fallito nella vita, il gatto non vuole più uscire di casa perché pensa di avere un aspetto orribile e sgradevole, teme che la gente noti i suoi artigli lunghi e sporchi e il suo pelo unto. Inanella una serie di fallimenti, finché finisce per diventare chiaro il perché dei suoi comportamenti stravaganti: anche lui è un “diverso” e si sente escluso, alla fine è un animale che vive in un mondo di umani. Lui stesso discrimina perché ha paura di essere vittima di ciò che colpevolmente fa. Immagino che per le persone come il gatto sia più facile combattere le insicurezze e le pene dell’autodenigrazione costringendo le persone amate a provare le stesse sensazioni. Spero di non essermi dilungato troppo. In sostanza, volevo continuare a usare simboli animali sia in Le transizioni che in Bolla, ma in maniera più sottile. Tutti i racconti popolari di Le transizioni, ad esempio, hanno un tema in comune: l’onore. Durante la loro educazione, i due ragazzi protagonisti – Bujar e Agim – ascoltano in continuazione storie di conquiste, di albanesi vittoriosi e trionfanti, mentre poi la realtà, con la caduta del comunismo, la povertà, la lotta quotidiana, è così lontana da ciò che le storie raccontavano che porta a una crisi dei protagonisti con la propria identità nazionale, seguita da un rifiuto totale di quella nazionalità perché ne provano vergogna, perché iniziano a soffrire di razzismo interiorizzato e odio per se stessi. Sono stati feriti in così tanti modi, che pensano che la cosa più saggia da fare sia creare storie alternative che li aiutino ad arrivare dove vogliono. Col senno di poi, pare che lo scenario costruito in Albania e Kosovo nelle Transizioni costituisca una sorta di prova generale per l’ultimo romanzo” D. Bolla. Da dove ti è venuta l’ispirazione per quest’ultima opera? Che ricerche hai fatto? R. “Preparo la mia narrazione leggendo (narrativa e saggistica), facendo interviste, chiedendo in giro e viaggiando – niente di speciale. Ho lavorato al mio ultimo romanzo Bolla per oltre 8 anni, ma anche se ho scritto i miei tre libri in qualche misura contemporaneamente, ciascuno di loro è stato un progetto indipendente, molto diverso l’uno dall’altro. L’idea di Bolla mi è venuta in mente per la prima volta quando stavo scrivendo Kissani Jugoslavia, e mi sono ispirato al personaggio del padre, Bajram. Volevo esplorare una mente complessa e contraddittoria: un uomo le cui azioni – la violenza nei confronti di moglie e figli – sono molto difficili da capire e da accettare, facili da considerare “malvagie”. Ma non credo che nessuno nasca malvagio. Le cose di rado sono semplicemente in bianco e nero. A volte le persone scivolano nel male, senza volerlo, per qualche accidente. Volevo mettermi alla prova scrivendo di un personaggio come questo: qualcuno intrappolato, chiuso, traumatizzato e coatto, e in un modo che non conduce necessariamente all’espiazione, o come dici tu, alla salvezza. Volevo scrivere della violenza direttamente, e senza alibi, perché la quantità di violenza nel mondo non si riduce ignorando quanta violenza ci sia. Inoltre, tutti conosciamo persone come Arsim – persone che sono così incapaci di esprimersi, che sono così distaccate dalle loro emozioni, che finiscono per ferire le persone intorno a loro. In generale, il mio bisogno di capire le persone è sempre stato più grande del mio bisogno di giudicarle. Penso che sia per questo che sono uno scrittore, per questo ho scritto Bolla, anche se è stato il libro più difficile da scrivere” D. Quali sono le tue abitudini di scrittore? Ti fai un piano prima di cominciare? Ti prefiggi un limite di pagine /ore ogni giorno? E quanto riscrivi in genere? Dove lavori di solito? R. “Scrivo solo quando ho voglia di farlo, quando sono ispirato, quando penso di avere qualcosa da dire. Non mi costringo mai a scrivere alcunché. Ci ho provato, a fare programmi giornalieri, fissare obiettivi, ma il risultato è qualcosa che non vale la pena di rileggere. Amo scrivere, mi dà pace e felicità e non vorrei mai sentirlo come una costrizione. È il mio mondo libero, dove posso sentirmi fiero e coraggioso, dove non ho paura di dire ciò che voglio dire sulla gente, il mondo, la politica, l’umanità. Faccio dei piani, ma spesso non mi attengo a questi piani. Direi che sono uno scrittore piuttosto caotico, tuttavia, in questo mio caos ci sono struttura e ordine, dato che in genere scrivo negli stessi ambienti: a casa, così come in alcuni caffè e biblioteche di Helsinki. Scrivo principalmente la sera e di notte. C’è questa tranquillità, questa solitudine, che mi affascina. Essere completamente solo, sveglio a tarda notte, per qualche motivo mi dà modo di pensare, e ispirazione. Inoltre, durante la notte tutti dormono, quindi non devi preoccuparti di rispondere a e-mail o telefonate”. D. Che esperienze hai avuto col razzismo in Finlandia? Hai notato cambiamenti nel tempo? Hai mai avuto la sensazione che il tuo nome, diverso da un normale Matti Virtanen, abbia costituito un impedimento, creandoti problemi nonostante tu sia cresciuto in Finlandia? Oppure è stato un vantaggio, un marchio esotico, che ti è stato d’aiuto?  R. “Mentre io crescevo, dopo che ci siamo stabiliti in Finlandia, la situazione in Kosovo è andata solo peggiorando, e molto presto bombardamenti, movimenti di truppe e omicidi erano le notizie di tutti i giorni. All’età di sette anni ho iniziato a frequentare una scuola finlandese e anche se non avevo ricordi della vita in Kosovo e ancor meno consapevolezza di ciò che stava accadendo lì, per i miei coetanei a scuola io ero la faccia della mia cultura. I media insistevano col racconto di storie di albanesi oppressi, scrivendo di violenza e rivolte costanti, di persone costrette a lasciare le loro case, che avevano perso la famiglia, restando prive di ogni mezzo. Mi sono trovato a far fronte a domande su un mondo in balia di crudeltà e isteria. Con mia sorpresa, queste domande non mi rattristavano. Né mi hanno fatto arrabbiare. Invece mi hanno fatto provare vergogna, facendomi sentire la necessità di desiderare un’altra nazionalità. Ricordo persino di aver chiesto a mia madre: Perché non ce la fanno a essere normali, come tutti noi? Piccolo com’ero, sentivo che queste notizie mi deprimevano, facevano sì che altre persone mi associassero alla guerra, facendomi vergognare di quella guerra, anche se io non c’entravo niente. La mente di un bambino è fragile, così ho iniziato a vergognarmi del mio passato. Dopo un po’ ho anche iniziato a evitare conversazioni che riguardavano la mia lingua, la nazionalità e la cultura, e alla fine, capito quanto mi sentissi a disagio quando il mio paese d’origine veniva evocato, ho smesso del tutto di parlare la lingua albanese, fingendo che di botto l’avevo dimenticata. La mia lingua madre era diventata un segreto umiliante. Non era più una forza, un di più delle mie competenze linguistiche, ma una prova del fatto che ero diverso dagli altri. Questo è il motivo per cui odiavo che mi chiedessero di parlare albanese a scuola. Crescendo, ho imparato che certe lingue sono più utili di altre, e ho imparato che i miei colleghi svedesi non erano immigrati. Ho capito che erano fratelli e sorelle che vivevano nella società finlandese, erano membri del “mondo civilizzato”. Laddove io, un albanese etnico, ero un membro di un altro mondo, un richiedente asilo, un profugo di guerra. Il mio paese d’origine non era noto per la produzione di auto veloci, telefoni cellulari o componenti di aeroplani, e quando dicevo a qualcuno da dove venivo, invece che di interesse, ero spesso oggetto di pietà. Non mi sono reso conto che stavo soffrendo di razzismo interiorizzato fino a quando ho iniziato a lavorare al mio primo romanzo. Mentre facevo le mie ricerche, leggendo di barbari atti di violenza, guardando immagini di cadaveri in fosse comuni, uomini ammazzati e lasciati decomporre sul ciglio della strada, provai vergogna per me stesso, ancora una volta, ma adesso in modo diverso. Mi sono reso conto che era questo, e solo questo, queste storie e queste immagini, che mi avevano relegato nella negazione e nella vergogna. Queste immagini e queste storie associavano regolarmente criminalità, violenza e morte con il luogo delle mie origini. Instillandomi il bisogno di nasconderlo, di provare vergogna, anche per la mia lingua madre, facendomi credere che, essendo un rappresentante di una certa nazionalità, ero in qualche modo responsabile della sua storia. Ora, non sono sicuro di come vadano le cose in Italia perché non conosco l’italiano, ma è molto allarmante ciò che sta succedendo oggi. Come quando si usano certe parole, quando si parla di costruire muri in modo che certe persone di certi paesi vengano tenute lontane. Ad esempio, nell’autunno del 2015 i media finlandesi hanno parlato molto della gente in fuga dalla Siria. I media hanno usato frasi come “un diluvio di profughi”. Alcune metafore, associate a disastri e catastrofi naturali, vengono utilizzate – quasi scelte con cura – per intonarsi al modo in cui (evidentemente) si è autorizzati a parlare di rappresentanti di determinate religioni e culture, delle loro tragedie e dei luoghi da cui potrebbero venire. È il caso di chiedersi, se accadesse qualcosa di così tragico (come la guerra) in un paese occidentale, diciamo la Svezia, per esempio, in quel caso i media descriverebbero le persone che fuggono dal loro paese in toni simili? In Le transizioni, diverse pagine raccontano come questo tipo di discorso influenza un individuo. Là dove è descritto il clima politico nei primi anni ’90, come cambiarono gli atteggiamenti degli italiani nei confronti degli albanesi immigrati. Mi sono sentito molto attratto da questi eventi anche se erano un po’ lontani da me, perché mi ci sentivo legato in tanti modi. Quanto al sentimento di vergogna per il mio passato, poi … mi rattrista dire che condivido l’emozione con molti come me. È anche il punto di partenza di Le transizioni. I due ragazzi del libro, soffrendo dello stesso tipo di vergogna, passano tutta la vita cercando di liberarsene. Uno di loro lo fa rendendosi disponibile a fare qualsiasi cosa per non esserne vittima, fino a “perdere la faccia”, mentire su ogni dettaglio del suo passato, persino rubare la vita, le speranze e i sogni degli altri”. D.Hai già raggiunto notevoli risultati ad un’età così giovanile. Vincere il Premio Finlandia per la letteratura ti ha messo sotto pressione, ha cambiato i tuoi progetti? Cosa vedi davanti a te?. R.Questo riconoscimento vale tutto per me. Ne sono così onorato e commosso, ne terrò conto per il resto della mia vita. Per il futuro spero di sentirmi ispirato a scrivere, proprio come lo sono stato fino ad ora. Il mio quarto libro, se e quando comincerò a scriverlo, avrà ben poco a che vedere con i miei lavori precedenti. Sarà un mondo a parte. Saperlo, mi permette di non sentire troppa pressione. Penso comunque che potrei esplorare modi di raccontare storie in altri modi, altri generi e scenari, come scrivere per le scene. Ma non lo so, il futuro è sempre un punto interrogativo”.

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Articolo 2

Le Transizioni” del giovane Pajtim. Un grande romanzo finlandese sull’incerta identità dell’Europa. Di Nicola Rainò 14.02.2020

Pajtim Statovci è il narratore emergente nel panorama della letteratura finlandese contemporanea. Ha da poco pubblicato il suo terzo romanzo, Bolla, che gli è valso il Premio Finlandia per la letteratura del 2019, il più giovane a ricevere questo riconoscimento. Nato in Kosovo nel 1990, è cresciuto in Finlandia dove si è trasferito con la famiglia fuggita dalla guerra quando aveva due anni. Leggendo i romanzi di Statovci viene un nodo in gola. Viene da domandare, a noi stessi e non solo: ci ricordiamo degli anni ’90, appena trent’anni fa, quando le coste della Puglia vennero “invase” da migliaia e migliaia di carrozzoni del mare sgangherati, e si trattava prevalentemente di albanesi, tutti “profughi economici”, tutti “clandestini” dichiarati? Non c’erano Ong, all’epoca, ad accompagnarli nei porti. Arrivavano a grappoli sui ponti e le torrette di vascelli fantasma e si lanciavano in mare appena avvistata la costa. Una euforia di naufragi che vide gli italiani, in particolare la gente di Bari, Brindisi e Otranto, offrire un aiuto a tanti disperati che avevano negli occhi fame, di tante cose. Le storie di Pajtim Statovci partono sempre da quella terra dilaniata, il Kosovo delle sue origini, dandone un ritratto mai univoco: accanto all’indigenza estrema dei paesini dell’interno, l’avidità dei nuovi ricchi, di nuovi predoni, italiani compresi, e la voglia di tanti di lasciare un mondo in rovina, con due stracci addosso, affrontando rischi di ogni genere: il mare, i trafficanti. Sullo sfondo, storie e leggende animano gli incubi di questi uomini, riaffiorano animali mitologici dalle memorie dell’infanzia, per poi ricomparire, in forme più spaventose, anche nelle nuove patrie provvisorie, le patrie di transito. Cosa c’era dietro quegli occhi, nell’animo di un ragazzo, pronto a lanciarsi in mare senza nessuna certezza? Nei romanzi di Statovci troviamo anche questo, la definizione transitoria di un’identità difficile, forse le ragioni di quella unità europea così difficile, ma non solo per egoismo politico. Il fatto è che l’Europa si lascia alle spalle tanti vuoti, con altrettante rimozioni: come quella degli scrittori italiani contemporanei. Non mi viene in mente un solo “grande” romanzo nell’Italia dei nostri tempi che abbia avuto il coraggio di affrontare adeguatamente le tragedie di questi decenni, dall’Albania alla Libia. Di fronte a una odissea di queste dimensioni, li vediamo affollare i talk show televisivi, dicendone di ogni genere: ma perché un tema così vicino a noi italiani, di gente con cui abbiamo una faccia e una razza, non riesce a trovare una voce? Ecco, Pajtim Statovci è (anche) questa voce, e dall’interno del fenomeno ci racconta faccende sporche e inquietanti che forse ci imbarazzano, o troviamo sgradevoli. Certo non fanno salotto. Ha scritto di questo romanzo il Guardian: «Questa è l’opera di un romanziere già maturo, in una tradizione che va da Camus a Kafka, da Kadare a Kristeva. Di una bellezza brutale.»

Le Transizioni  (titolo originario Tiranan sydän, “il cuore di Tirana”) è il racconto di un giovane europeo del nostro tempo: non ha certezze, è privo di ideologie, è una persona in cerca di definizione.  Non ha certezze nemmeno riguardo al suo genere. Bujar dice: «sono un ragazzo di ventidue anni, che a volte si comporta come immagina facciano gli uomini », ma può essere una giovane di Sarajevo corteggiata da uomini di ogni età. Il giovane inventa continuamente se stesso e la propria storia, ruba il passato e l’identità delle persone che ha amato, e così si racconta a un amico o a una sconosciuta, nel resoconto di una vita trascorsa in viaggio e in fuga, dall’Albania all’America, passando per Roma, Madrid, Berlino, Helsinki. Perché, come dice lui stesso, «nessuno è tenuto a rimanere la persona che è nata, possiamo ricomporci come un nuovo puzzle».
A partire dall’adolescenza poverissima a Tirana, «la discarica d’Europa, il fanalino di coda dell’Europa, la prigione a cielo aperto più grande d’Europa», Bujar narra la sua storia in prima persona. I genitori, la sorella, l’amicizia con Agim, coetaneo e vicino di casa, rifiutato dalla famiglia per il suo orientamento sessuale. Entrambi fuori luogo in un paese devastato, sempre più dipendenti l’uno dall’altro, decidono di lanciarsi verso un futuro che gli appartenga.

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